Er, un soldato valoroso, si trova sull’orlo della morte e si ritrova in un aldilà molto particolare. Qui, le anime che attendono la reincarnazione devono scegliere la propria nuova vita senza restrizioni, guidate soltanto dalle abitudini delle esistenze passate. È la scena che Platone dipinge nel decimo libro della Repubblica: intorno a un fuso magico, sorretto dalla dea Ananke, figure divine scandiscono tempo e destino. Le anime, dopo aver scontato pene o goduto beatitudini, si avvicinano a un araldo che sparge davanti a loro diversi modelli di vita da scegliere. Da questa immagine emerge non solo una chiamata alla responsabilità personale, ma anche una riflessione più profonda sul destino, sul libero arbitrio e sul valore della meritocrazia.
Ananke e il fuso: la scelta tra libertà e destino
Nel mito, Ananke, dea della necessità, regge il fuso attorno al quale ruotano otto fusaioli, simbolo dei corpi celesti conosciuti dagli antichi greci. Accanto a lei, le figlie Atropo, Cloto e Lachesi intonano canti che scandiscono passato, presente e futuro. Questo quadro collega il destino umano all’ordine cosmico, lasciando intendere che la vita si muove dentro un disegno inevitabile. Eppure, in mezzo a questo apparente destino segnato, le anime possono scegliere la loro nuova vita. Ma la scelta non è senza limiti: la maggior parte opta per vite simili a quelle passate, un segno chiaro di come le abitudini influenzino le nostre decisioni.
Dopo sette giorni trascorsi tra cielo e inferi, e dopo la sosta nell’ipogeo o nelle zone celesti, le anime hanno la possibilità di ricominciare, ma solo scegliendo consapevolmente tra molte vite possibili. L’araldo che mostra i modelli ricorda che la decisione è definitiva, caricando ogni scelta di enorme responsabilità. Potrebbe sembrare l’immagine perfetta della meritocrazia: un sistema dove le opportunità sono aperte a tutti e il futuro dipende dall’impegno personale. Ma dietro questa apparenza si nascondono questioni più complesse.
Meritocrazia: libertà reale o semplice illusione?
Il filosofo Francesco Codello, nel suo saggio “L’illusione meritocratica” , smonta l’idea che il destino sia tutto nelle mani dell’individuo. La disposizione delle anime attorno al fuso di Ananke non è casuale: pianeti e stelle rappresentano un universo governato da leggi immutabili. L’individuo può tentare di sfuggire a questa necessità, ma resta comunque parte di un sistema più grande. Codello mette in luce come la meritocrazia, che promette pari opportunità, finisca per trasformare tutto in una gara senza fine di competenze e talenti, riducendo le qualità umane a numeri e classifiche. Così, il riconoscimento del merito diventa una misura quantitativa, che alimenta la competizione e crea una società divisa tra vincitori e perdenti.
In questo modo, la meritocrazia si trasforma in un meccanismo di selezione sociale, dove la posizione economica e sociale conferma il valore delle capacità di ognuno. È il segno di una società in cui i rapporti umani sono mediati dalle esigenze del capitale, dello Stato e delle valutazioni tecniche, lasciando poco spazio alla solidarietà e al senso di comunità.
Amicizia e cooperazione: la risposta alla meritocrazia
A questa svalutazione delle relazioni umane risponde Adriano Bertollini nel suo “Filosofia dell’amicizia” . L’amicizia diventa un luogo dove mettere alla prova i propri limiti e costruire fiducia, superando la solitudine della competizione individuale. Attraverso prove condivise, gli amici scoprono qualità comuni e rafforzano legami di solidarietà.
Esperienze come comitati di quartiere o gruppi di volontariato sono spazi dove il conflitto non divide, ma unisce. In questi contesti, anche un mondo complesso e difficile diventa un’occasione per agire insieme, costruire verità condivise e rompere l’isolamento imposto dalla meritocrazia del mercato del lavoro. Qui emerge una natura sociale della persona che la competizione spietata tende a ignorare.
Qualità comuni e vita collettiva: una visione diversa
Paolo Godani, in “La vita comune” , riprende un tema aristotelico spesso dimenticato: le qualità umane non sono solo individuali, ma tratti condivisi e collettivi che uniscono le persone. Questi attributi, chiamati “qualità”, vanno oltre l’individuo e creano un tessuto di legami. Questa idea si ritrova anche in Balzac e Molière, che hanno mostrato come la ripetizione di qualità e situazioni tipiche sia la chiave per rappresentare un’epoca.
Godani suggerisce che riconoscere una vita comune, basata su qualità condivise, può liberarci dal peso dell’unicità assoluta. Ammettere che fortuna e sfortuna derivano da un insieme di situazioni e tratti sociali ci aiuta a mettere da parte il senso di colpa legato al successo o al fallimento, cambiando così il significato stesso di merito.
Meritocrazia: tra morale personale e contesto sociale
La meritocrazia vede l’individuo come unico artefice del proprio destino, ignorando però il ruolo delle condizioni sociali e delle qualità condivise. Riduce l’essenza umana a un insieme di proprietà personali e isola le persone, attribuendo merito o colpa soltanto al singolo. Questo sistema giustifica il successo e condanna il fallimento, senza mai comprendere la complessità delle reti sociali e delle circostanze storiche.
Così, la meritocrazia appare più come un racconto ideologico che serve a legittimare le disuguaglianze generate dal mercato neoliberale. Riconoscere la natura sociale delle qualità umane e il loro ruolo nel creare legami può restituire un senso collettivo e solidale all’esperienza di ciascuno.
La vita comune oltre la meritocrazia: esperienze concrete
Relazioni di mutuo aiuto, come gruppi di acquisto solidale o comitati territoriali, dimostrano che si può andare oltre la frammentazione delle scelte individuali tipica della meritocrazia. Questi spazi si basano sulla condivisione di qualità comuni, mediando differenze e costruendo solidarietà attiva. Chi vi partecipa accetta di limitare le proprie preferenze per raggiungere obiettivi condivisi.
Anche gruppi di studio universitari o altre forme di collaborazione accademica seguono questa logica, trasformando la competizione in lavoro di squadra. Condividendo conoscenze e strategie, i partecipanti si sostengono a vicenda, riducendo l’isolamento e aumentando le possibilità di successo.
Quando la meritocrazia crolla: la fragilità delle qualità umane
Spesso assistiamo a colpi di scena che mettono in crisi la rigida gerarchia meritocratica: persone di successo commettono errori clamorosi, mentre chi è considerato marginale sorprende con imprese inattese. Questo mostra che le qualità su cui si basa il merito non sono fisse, ma cambiano a seconda dello stato emotivo, sociale e psicologico.
Le capacità linguistiche e relazionali, fondamentali nel lavoro di squadra, sono influenzate da fattori che cambiano nel tempo. Questa instabilità mette in discussione l’idea della meritocrazia come sistema giusto e stabile, suggerendo invece una visione più fluida e interconnessa delle abilità umane.
Il mito di Er: una chiave per ripensare merito e comunità
Nel mito, alcune anime scelgono vite opposte a quelle precedenti: Epeo rinuncia alla sua gloria di pugile per una vita da operaio, Odisseo cerca un’esistenza tranquilla. Questo rovescia l’idea che il successo meritocratico sia sempre l’obiettivo più desiderabile, mostrando quanto spesso le vite più luminose richiedano sacrifici che, se potessimo scegliere di nuovo, eviteremmo.
Oggi non reincarniamo, ma possiamo mettere le nostre qualità al servizio degli altri, partecipando a iniziative di reciprocità come le banche del tempo. Questi strumenti favoriscono la condivisione delle competenze, superano l’isolamento individuale e sperimentano concretamente una vita comune basata su valori condivisi.
L’araldo di Lachesi, che guida le anime nelle scelte, ricorda che la virtù non è proprietà di uno solo. Se accettiamo questo, possiamo pensare a un “comunismo delle qualità”: un modo per mettere le risorse personali al servizio della collettività, andando oltre le logiche strette della meritocrazia e aprendo spazi più inclusivi e solidali.
Il mito di Er e le riflessioni filosofiche di oggi ci invitano così a ripensare la libertà personale, il merito e la comunità, riportando al centro un’esperienza di vita che, pur unica, è sempre profondamente condivisa.