Bologna e l’eredità di Atlantide: tra sgombero e rinascita culturale a 10 anni di distanza

Redazione

16 Ottobre 2026

Nel cuore di Bologna, un tempo c’era Atlantide: un rifugio per collettivi femministi, queer e punk, attivo dal 1998 al 2015. Oggi, quel luogo è solo un ricordo, segnato da un’installazione artistica e dalla lunga assenza di chi lo animava. Lo sgombero deciso dal Comune non è stato un semplice atto amministrativo, ma un segnale chiaro: la città sta cambiando pelle, scegliendo un’immagine più ordinata e “pulita”. Tra le vie eleganti e le piazze affollate, si cela una trasformazione profonda, fatta di spazi autogestiti che scompaiono e di un tessuto culturale che cerca nuove forme di espressione. Bologna, insomma, non è più quella di una volta.

Atlantide: lo sgombero che ha cancellato un pezzo di cultura bolognese

All’alba del 9 ottobre 2015 la polizia ha sgomberato Atlantide, uno spazio nel Cassero di Porta Santo Stefano che per quasi diciassette anni è stato il cuore pulsante di comunità radicali e reti culturali a Bologna. Quel luogo ha ospitato concerti rumorosi e liberatori, assemblee collettive, momenti di autodeterminazione femminista e queer. Qui si costruivano legami, si creava solidarietà, si sostenevano corpi e identità attraverso pratiche di resistenza condivisa.

Lo sgombero ha spazzato via tutto questo. Le autorità hanno motivato l’intervento con la necessità di destinare gli spazi ai servizi sociali del quartiere, ma per quasi dieci anni quei locali sono rimasti vuoti. Una lunga pausa che lascia pensare più a un’occasione persa o a una strategia per spezzare reti difficili da controllare. Solo nel 2025, durante Art City, il Cassero è stato riaperto per ospitare “Elegy”, un’installazione di Gabrielle Goliath che affronta patriarcato e omofobia. _L’ironia è amara_: temi centrali per Atlantide vengono oggi esposti proprio nel luogo che li aveva cacciati, senza che quell’esperienza venga mai riconosciuta né dalla mostra né dalla comunicazione ufficiale.

Questo sgombero non è solo uno spostamento fisico, ma una vera e propria cancellazione di una storia viva della città. La gestione degli spazi culturali qui si intreccia con il controllo sul racconto urbano e sulle possibilità di vivere certi contesti sociali.

Bologna tra brand e turismo: quando la cultura diventa marchio

Negli ultimi vent’anni Bologna ha cambiato pelle, spostando l’attenzione pubblica verso un “brand urbano”. Le istituzioni hanno puntato a valorizzare la cultura come risorsa economica, trasformando aspetti della vita cittadina — cultura, convivialità, gioventù — in attrattori per turisti e investitori. Nel 2013 una ricerca mostrò come visitatori vedessero nella cultura e nella vita giovanile i punti di forza di Bologna, ma la politica ha scelto di puntare soprattutto sul cibo, lanciando nel 2014 il marchio Bologna City of Food. Mortadella e tortellini sono diventati così simboli globali di una città riconoscibile ma standardizzata.

Il geografo David Harvey spiega come una specificità culturale diventi, nel capitalismo, una “rendita monopolistica”, una risorsa legata a proprietà immobiliari e commerciali. Papa racconta come questo abbia trasformato negozi di famiglia in catene e offerte uniformi, cancellando l’autenticità. La città diventa uno spazio omogeneo, con esperienze replicabili e senza la ricchezza delle pratiche indipendenti.

Anche le politiche culturali seguono questa linea. Dal 2018 cultura, turismo e promozione sono gestiti da un unico assessore, Matteo Lepore, che lega sempre più il valore culturale all’attrattività turistica. Così la cultura si misura in base a quante persone porta e a quanto fa consumare, lasciando ai margini spazi di sperimentazione e conflitti sociali. Il bando Bologna Estate ne è un esempio: premia progetti con pubblico turistico, chiudendo le porte a iniziative con scopi sociali o politici.

Così si rischia di perdere quella Bologna alternativa, nata decenni fa, fatta di spazi autogestiti e forme di autonomia difficili da misurare ma fondamentali per il tessuto sociale. Il cambiamento non riguarda solo gli edifici, ma anche la vita culturale e politica della città.

Xm24 e la scomparsa di uno spazio autogestito

Un altro caso emblematico è Xm24, nato nel quartiere Bolognina dall’ex mercato ortofrutticolo. Qui si trovavano una palestra, laboratori, mercati contadini e iniziative culturali gratuite, tutte pensate per rispondere ai bisogni della comunità locale. L’organizzazione era orizzontale, con assemblee settimanali che garantivano un’autonomia ben più ampia di un semplice luogo di svago: Xm24 creava coesione sociale e mutualismo.

Anche questo spazio è stato sgomberato nell’agosto 2019, in un quartiere che sta rapidamente cambiando per diventare più attraente a turisti e investitori. L’aumento del valore immobiliare ha spinto a una “pulizia” che ha escluso realtà autonome come Xm24. Le ruspe hanno cancellato un modello di città che ammetteva contraddizioni e dissenso, sostituendolo con una narrazione ufficiale più accettabile.

La vicenda dello street artist Blu ne è un altro esempio: i suoi murales, espressione di critica sociale, sono stati staccati e inseriti in circuiti museali senza il suo consenso, perdendo così la forza sovversiva e pubblica originaria. La protesta si è trasformata in un prodotto culturale riconoscibile, ma sbiadito.

Torna così alla ribalta la questione di chi decide cosa e chi può abitare gli spazi culturali della città, mentre la partecipazione diretta di cittadini e attivisti diventa sempre più fragile.

Crisi abitativa e esclusione nei quartieri di Bologna

La trasformazione di Bologna non riguarda solo la cultura, ma incide pesantemente anche sul diritto alla casa. Nel 2014 un’occupazione all’ex sede Telecom in via Fioravanti ha coinvolto circa 280 persone, molte famiglie con bambini, per denunciare l’emergenza abitativa. Lo sgombero dell’ottobre 2015 e la vendita dell’edificio a una catena di strutture ricettive per studenti raccontano bene il cambiamento in corso.

La cosiddetta “community inclusiva” seleziona economicamente chi può permettersi canoni elevati, tra i 660 e gli 850 euro al mese per stanza. Qui si vede il divario tra valore d’uso e valore di mercato della casa, tema centrale per David Harvey: l’abitazione non è più un bisogno fondamentale, ma merce su cui investire.

Il piano Città della conoscenza, con il Tecnopolo per ricerca e innovazione, accelera questa dinamica in quartieri come Bolognina e San Donato, già fragili per la disponibilità di case accessibili. Chi non può pagare è spinto verso le periferie o soluzioni precarie, mentre le trasformazioni immobiliari attraggono residenti con redditi più alti o lasciano spazi vuoti in attesa di investitori.

Le conseguenze sono più profonde dei numeri: si perde rete sociale, vicinato, solidarietà. Anche i progetti di “rigenerazione” finanziati con bonus pubblici possono tradire la promessa di inclusione, alzando gli affitti e allontanando chi viveva lì da tempo.

Lo sfratto drammatico di Maricarmen a Madrid nel 2026 mostra come il diritto alla casa resti una questione cruciale, anche oltre confine, segnando il conflitto tra interessi della proprietà e bisogni sociali.

Chi decide sulla cultura? I soldi, il potere e la distanza dai cittadini

Dietro i cambiamenti culturali di Bologna ci sono anche meccanismi di potere meno evidenti, ma decisivi. Le fondazioni bancarie nate negli anni Novanta gestiscono patrimoni importanti per scopi sociali e culturali. Carisbo è tra le più attive in città, investendo buona parte delle risorse in progetti come Genus Bononiae, la rete di musei sostenuta da fondazione e società controllata.

Questo sistema ha concentrato le decisioni culturali in poche mani, spesso intrecciate tra loro per ruoli e interessi. Ne risente la partecipazione democratica: i progetti finanziati rispecchiano soprattutto l’immagine costruita dall’alto. _Se un luogo non produce risultati immediati in termini di numeri, perde terreno_; la complessità delle pratiche culturali, le relazioni sociali e la storia delle esperienze rischiano così di essere ignorate.

La distanza tra chi abita la città e chi ne decide il futuro si allarga, riducendo la possibilità di incidere sulle politiche culturali e urbane. Bologna rischia di diventare un palcoscenico per pochi spettatori, più che un luogo vissuto da cittadini attivi.

Bologna, tra memorie perdute e nuove sfide

Il racconto di Salvatore Papa in “Bologna non è un’isola felice” disegna una città divisa tra la voglia di conservare tradizioni e la pressione di un mercato globale che chiede ordine, decoro e profitto. La memoria delle esperienze di autogestione, conflitto e sperimentazione sociale resta viva, ma spesso è un “fantasma” che la narrazione ufficiale preferisce dimenticare.

Questa tensione si riflette nella vita di tutti i giorni: il diritto a uno spazio accessibile, a una casa dignitosa, a una cultura che sappia ascoltare e rappresentare le differenze. Di fronte a gentrificazione e turistificazione che svuotano il senso di appartenenza, difendere spazi collettivi e servizi pubblici è una sfida fondamentale per non trasformare Bologna in una città da consumare, ma in una comunità vera.

Lo scontro è politico e riorienta pratiche culturali e abitative, non come problemi a sé, ma come facce della stessa trasformazione urbana. Una città che vale la pena vivere deve essere inclusiva e capace di rinnovarsi, lasciando spazio alle persone, alle storie e alle idee che l’hanno fatta esistere.

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