Dieci anni del Tascabile: come è cambiata la cultura italiana tra pandemia e trasformazioni sociali

Redazione

7 Ottobre 2026

Nel 2020, le strade delle nostre città si sono svuotate come mai prima. La natura ha ripreso possesso di spazi un tempo dimenticati, mentre in rete circolavano immagini e storie che confondevano realtà e finzione. Ricordate i delfini “a Venezia”? In realtà, erano nel porto di Cagliari, ma quella fake news ha fatto il giro del mondo. Quel momento non è stato un semplice colpo di scena: è il punto di arrivo di un decennio segnato da trasformazioni profonde. Social network sempre più pervasivi, una crescente sfiducia nei confronti delle notizie e una rivoluzione digitale che ha cambiato radicalmente il modo in cui viviamo e percepiamo il mondo intorno a noi.

Il 2016 e la crisi della fiducia: l’informazione sotto scacco

Tutto parte da un anno che ha segnato una frattura profonda: il 2016. Brexit, l’elezione di Donald Trump, la sconfitta di Matteo Renzi in Italia, sono eventi che si sono consumati dentro le dinamiche social, trasformando la politica in uno spettacolo condiviso e amplificato. Quell’anno “surreale” ha cambiato il senso comune. Nel frattempo, la cultura pop si rinnova, emergono nuovi linguaggi digitali come i meme, diventati strumenti politici e forme creative che hanno rivoluzionato il modo di comunicare.

In questo periodo si affermano gli algoritmi come protagonisti dell’informazione: Instagram lancia le “storie”, Facebook amplia le reazioni ai post, TikTok esplode come fenomeno globale. Ma dietro questa evoluzione si nasconde un problema serio: nel 2018 lo scandalo Cambridge Analytica svela come dati personali vengano usati per manipolare elezioni e opinioni, trasformando gli algoritmi in attori politici di peso.

Questa crisi fa crollare la realtà condivisa. Ognuno finisce chiuso nella propria bolla, esperienze filtrate e personalizzate che creano “camere di eco” ideologiche. Il senso comune si indebolisce, la fiducia nei fatti si sgretola, e la realtà non è più vissuta direttamente, ma mediata dalla tecnologia.

Pandemia e fratture sociali: il 2020-2021 che ha cambiato tutto

Il biennio 2020-2021 segna una rottura definitiva. Dalla fine del 2019 il virus SARS-CoV-2 si diffonde rapidamente, stravolgendo la vita di miliardi di persone. Le immagini di città vuote, medici in prima linea come soldati, e un linguaggio bellico che ha accompagnato una guerra senza scelta, entrano nell’immaginario collettivo.

In questo scenario emergono però anche disinformazione e teorie complottiste, alimentate da anni di sfiducia nelle istituzioni. Si aprono spaccature profonde tra chi si affida alla scienza e chi, spaventato e deluso, cerca risposte alternative per dare senso a un male spesso misterioso.

Nel frattempo, lo storytelling cambia pelle. Piattaforme come Netflix dominano l’intrattenimento, puntando sulla nostalgia e sfruttando dati ed emozioni per profilazioni di massa. Raccontare un mondo che cambia si rivela complicato, soprattutto quando si tratta di temi invisibili o complessi come la pandemia o il cambiamento climatico.

Proprio quest’ultimo, la crisi ambientale, perde spazio nelle priorità pubbliche, oscurata dall’urgenza della sopravvivenza. Greta Thunberg resta un’icona di mobilitazione, ma la sua voce si sente sempre meno in un tempo che fatica a guardare oltre la crisi sanitaria. Intanto, la tecnologia si insinua in ogni aspetto della vita, ma non manca la diffidenza: il 5G e le nanoparticelle scatenano sospetti, segno di un divario crescente tra progresso e accettazione sociale.

L’immagine digitale prende vita: la rivoluzione tra 2022 e 2026

Superata la fase più dura della pandemia, lo sguardo si concentra su una trasformazione radicale: l’autonomia dell’immagine digitale grazie all’intelligenza artificiale. Dal 2022, strumenti come DALL-E e Midjourney permettono di creare immagini partendo da semplici testi, segnando una svolta paragonabile all’arrivo della fotografia.

La reazione è stata un mix di stupore e timore. Si è passati dalla paura di una “sterilizzazione” dell’arte umana a una nuova normalità che solleva interrogativi su chi sia l’autore e quale sia il ruolo della creatività. Questi sistemi non sono robot con volontà propria, ma modelli statistici che elaborano enormi archivi di immagini esistenti. L’utente diventa in parte “allenatore” del sistema, contribuendo a generare nuovi contenuti.

Questa rivoluzione ha però un prezzo: il consumo energetico per addestrare queste intelligenze è molto alto, e la concentrazione del potere tecnologico in poche mani crea squilibri nella ricerca e nell’innovazione.

Contemporaneamente, la linea tra immagini vere e sintetiche si fa sempre più sottile. Meme e contenuti virali si trasformano in forme ibride, spesso difficili da decifrare, mettendo in crisi la percezione stessa di ciò che vediamo.

Con il cambio di nome di Facebook in Meta nel 2021 e la promessa di mondi virtuali, si apre una nuova fase: le piattaforme non si limitano più a estrarre dati dal mondo reale, ma creano universi artificiali che modellano desideri, relazioni e consumi.

Questa trasformazione digitale ridefinisce anche il concetto di celebrità e comunicazione. Da social pensati per connettere amici, siamo passati a spazi dominati dalla gestione strategica della propria immagine, con sempre più autocensura e mercificazione della vita online.

La critica culturale mette in luce come l’immagine sia diventata protagonista di un flusso continuo, dove non si cerca più il significato o la contemplazione, ma solo catturare l’attenzione. L’immaginario si frantuma, così come le comunità umane, sempre più divise, iperconnesse eppure isolate.

Il decennio dal 2016 al 2026 racconta così una realtà che si è trasformata sotto la spinta di eventi storici, rivoluzioni tecnologiche e discontinuità culturali. Un mondo in cui la realtà condivisa si perde, lasciando spazio a un nuovo equilibrio tra umano e macchina, tra visione e simulazione, con effetti profondi sulla nostra capacità di capire e agire nel presente.

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