«Il desiderio femminile è un territorio inesplorato e spesso contraddittorio». Così racconta una delle protagoniste di un recente film che ha fatto discutere. Femminilità e desiderio non si lasciano incasellare facilmente, sfuggono a definizioni semplici. Non è solo una questione di corpo o identità: è un intreccio complesso, fatto di potere e sottomissione, di piacere e umiliazione.
Non si tratta soltanto di scelte individuali o di battaglie politiche, ma di un gioco sottile che si svolge tra sé e l’altro, in un continuo equilibrio instabile. I movimenti femministi, queer e transfemministi hanno provato a dar voce a queste tensioni, mentre da un’altra parte si levano critiche forti da posizioni gender-critical. È in questo spazio, tra conflitti e alleanze, che la femminilità si negozia, a volte libera, altre volte intrappolata in un mix inestricabile di dolore e piacere.
Femminilità tra sottomissione e desiderio ambivalente
Nel 2019 Andrea Long Chu ha proposto un’idea che ha scosso i consueti discorsi di genere: per lei, la femminilità non è un’identità fissa né legata al corpo, ma una disposizione psicologica ad aprirsi al desiderio dell’altro, uno svuotamento del proprio io. Seguendo Valerie Solanas, Long Chu vede il femminile come un contenitore del desiderio altrui, una posizione che implica una profonda umiliazione. Essere femmina, allora, vuol dire esistere in funzione del desiderio altrui, una condizione di subordinazione che precede il dato biologico o identitario. Può sembrare una visione dura, ma mette in luce un fatto cruciale: ogni donna, cis o trans, convive con uno sguardo che trasforma il corpo in un oggetto di piacere, spesso non richiesto. Questa realtà si manifesta anche nelle azioni più quotidiane — camminare, vestirsi, mostrarsi — dove il lavoro sessuale non pagato diventa routine invisibile.
Per una donna trans, questa dinamica si fa ancora più complessa. Il desiderio di essere donna si intreccia con la consapevolezza di entrare in un ruolo segnato da umiliazione e violenza simbolica, un paradosso di sottomissione al patriarcato ma anche di rivendicazione di una femminilità negata o attaccata. Questo intreccio di dominio e piacere, di mortificazione e rivendicazione, spinge a pensare quanto il desiderio femminile sia anche desiderio di vulnerabilità e potere negato.
Il desiderio lesbico: contaminazione e riscrittura di sé
Il desiderio lesbico si presenta come un’esperienza che trasforma la femminilità in modo tutto suo, capace di contaminare e riscrivere il sé. È una pratica in cui l’identità si ridefinisce tra esposizione e consacrazione, fuori dalle dinamiche di umiliazione legate al patriarcato. È una stanza piena di fantasmi: amanti passate, desideri mai compiuti, corpi cambiati, relazioni che lasciano tracce profonde. Questo archivio di ricordi, odori e fluidi rende il corpo un luogo sospeso tra sé e l’altro, dove la femminilità si dissolve e si rinnova.
Il desiderio lesbico è quindi un processo di contaminazione reciproca, che colma alcune assenze ma ne genera di nuove. Attraverso il legame con altre donne si ripensa la femminilità, si ridefiniscono i confini del corpo e della sessualità, rompendo con le forme dominanti e le categorie rigide. La scrittura diventa uno strumento per catturare quei residui sfuggenti di esperienza, trasformando una memoria corporea frammentata in racconto condiviso. Racconti e immagini fermano, per quanto possibile, ciò che sfugge al tempo, custodendo una storia collettiva di desiderio e identità.
Camp Miasma e la final girl: il corpo femminile tra violenza e desiderio nell’horror
Il film “Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte” di Jane Schoenbrun, uscito da poco, è un esempio di riflessione profonda sulle dinamiche femminili del desiderio e dell’umiliazione. Racconta la storia di una giovane regista queer chiamata a rilanciare un vecchio franchise slasher e del suo rapporto ambiguo con l’attrice simbolo della saga, la final girl. Questa figura tipica dell’horror rappresenta la donna che resiste ma subisce violenza, vittima e oggetto del desiderio maschile fino all’ultimo. Qui la final girl diventa un simbolo potente: il corpo femminile sessualizzato e minacciato è insieme spazio di umiliazione e di sopravvivenza.
Il film si trasforma da metariflessione sul genere horror a dissoluzione dei ruoli tra spettatore, attore e desiderante. Identificazione e ossessione si mescolano, mostrando come l’umiliazione possa intrecciarsi con piacere e trasformazione. Schoenbrun smonta gli stereotipi dello slasher, contaminandoli con una prospettiva queer che confonde vittima e carnefice, desiderio e violenza. Il genere rigido si sgretola, lasciando emergere un desiderio intenso e indefinito che restituisce al corpo femminile una condizione fluida e complessa.
A Bologna il cinema lesbico rompe gli schemi
Al festival Some Prefer Cake di Bologna, dedicato al cinema lesbico, una sezione fuori concorso chiamata “Lesbian Pleasure” ha raccolto corti molto diversi tra loro, ma uniti da un tema: la contaminazione. Non solo contaminazione tra generi — documentario, porno, poesia, educativo — ma soprattutto un intreccio di memoria storica, filosofia, sessualità e religione. Questi lavori mostrano come il desiderio lesbico attraversi e riscriva i confini imposti dalle rappresentazioni tradizionali, mescolando piacere e violenza e mettendo in discussione categorie rigide.
Particolarmente interessante è l’uso di pratiche postporno, che non si limitano a mostrare corpi queer ma puntano a trasformare il modo stesso di produrre immagini. Si aprono domande essenziali: chi guarda? Chi è guardato? Che tipo di desiderio nasce da queste immagini? I corti dimostrano come il desiderio lesbico passi attraverso un coinvolgimento attivo nella rappresentazione, sfidando l’oggettificazione e aprendo spazio a narrazioni più fluide e collettive.
Corti e film che raccontano la femminilità e il desiderio queer
Tra le opere più rappresentative della sezione c’è Fluidité di Laure Giappiconi, La Fille Renne ed Elisa Monteil, che mostra il desiderio come un paesaggio fluido e onirico, dove i corpi si confondono e cambiano senza sosta. Il desiderio qui non segue una trama lineare, ma si manifesta in un bianco e nero dove la soggettività si dissolve e si ricompone.
Il corto Correrse no es mearse di Don Anahí racconta la storia materiale del corpo desiderante, mettendo in luce la medicalizzazione subita dalle donne nere schiavizzate e le gerarchie razziali e di classe dentro la medicina. Rilegge l’anatomia rinominando parti del corpo, opponendosi ai termini imposti per mantenere il dominio.
In PDX Tboy Wrestling Match di J Jackson, un corpo transmaschile si esibisce nel wrestling, unendo sport e spettacolo consapevole. Il corpo diventa protagonista attivo nella scelta di come mostrarsi, trasformando la violenza in un gioco performativo e consensuale.
Agave Dream di Oran Julius crea un ambiente T4T dove il corpo trans nero sfida le immagini normate attraverso uno sguardo voyeuristico decostruito. Il piacere queer black si libera dai modelli imposti, trovando nuova visibilità.
Il corto pornografico Milf doctor takes advantage of tight tiny teen pussy di Elle Reck unisce teoria, quotidianità e sessualità, mostrando la pornografia come processo produttivo dove emergono lavoro, conversazioni teoriche e relazioni tra interpreti.
Infine, Iubilella di Ginger Brown, Exxxtacy e Tracey Vortex trasforma Roma in un teatro di riti queer che capovolgono simboli religiosi: sacro e profano si incontrano in un rito alternativo dove il desiderio queer rielabora l’immaginario cristiano con nuovi significati.
Il desiderio lesbico tra pratica quotidiana e sapere collettivo
Il film Aftertaste , prodotto da ANOmalie Collettive e diretto da Magma, racconta il sesso come luogo di conoscenza, andando oltre l’educazione sessuale tradizionale. Attraverso un manuale poetico che parla di pratiche non penetrative, metodi barriera, consenso e comunicazione, il film restituisce il sesso come sapere collettivo da costruire con cura e consapevolezza. Qui il desiderio lesbico diventa pratica politica, azione quotidiana capace di rompere tabù e introdurre nuove narrazioni del corpo.
L’opera Spillovers di Ritó Natálio richiama la teoria transfemminista e collettiva di “Lesbian Peoples: Material for a Dictionary” di Monique Wittig e Sande Zeig, esplorando la contaminazione come dimensione ambientale e simbolica. I corpi diventano “sacche” che perdono e lasciano fluire memorie e desideri da una comunità all’altra, da un’amante all’altra. Questa perdita non è solo fisica, ma anche politica e narrativa, un modo per rappresentare il desiderio lesbico come una forza che supera ogni confine individuale o materiale.
Il desiderio lesbico che emerge da queste riflessioni non si definisce mai una volta per tutte: scorre, si scompone e si ricompone insieme alle relazioni con altri corpi, lasciando tracce vive nella memoria affettiva e visiva. Le immagini e le storie raccolte in queste opere raccontano una ricerca continua di senso, capacità di trasformazione e dialogo con la storia, la cultura e la politica del corpo femminile e queer.