Tascabile: 10 anni di musica e trasformazioni culturali attraverso l’archivio storico

Redazione

23 Settembre 2026

“Non siamo mai stati così soli, eppure mai così connessi.” È una frase che riassume bene la musica degli ultimi dieci anni, un decennio segnato da trasformazioni radicali, tanto sociali quanto tecnologiche. Dal 2016, anno di nascita del Tascabile, il panorama sonoro ha raccontato storie di isolamento e ribellione, di straniamento e resistenze nascoste. La pandemia da Covid-19 ha accelerato questi processi, ma erano già in corso da tempo, silenziosi e profondi. Tra spazi intimi e nuovi rituali collettivi, la musica si è fatta specchio fedele di tensioni politiche e culturali sempre più evidenti. Ho raccolto queste tracce, incrociandole con gli archivi degli ultimi anni, per dipingere un quadro diviso in quattro temi: alienazione, reazione, apocalisse e crittografia. Ognuno racconta un aspetto di un decennio complicato, che convive tra distanze crescenti e forme inaspettate di vitalità.

Alienazione sonora: dalla musica elettronica all’isolamento collettivo

Il lockdown non ha inventato l’isolamento sonoro, lo ha solo accelerato. Questo fenomeno era già ben radicato nella musica elettronica e di ricerca degli ultimi vent’anni. Generi come la IDM e la “conceptronica” – come li definisce Simon Reynolds – hanno promosso un ascolto introspettivo e quasi rituale, fatto di silenzi e suoni lenti che creano una sorta di culla anestetica. Carlo Mazza Galanti, nel suo “Oblio sonoro”, spiega come questa musica non si opponga apertamente al controllo tecnologico, ma agisca dall’interno, cercando di aggirarne i limiti.

Questi spazi sonori hanno sostituito i vecchi rituali sociali, come i rave che erano esperienze di autonomia e condivisione. Ora, in Italia, la musica dal vivo è dominata da grandi concerti di Vasco Rossi o Ultimo, dove il pubblico è più spettatore che partecipe, consumatore più che altro di uno spettacolo confezionato. Il palco si alza, il pubblico si divide per fasce di prezzo, gli smartphone si sollevano come scudi a testimoniare uno status.

In questo scenario, la sperimentazione si è spostata verso un ascolto più intimo, quasi alienato, che punta alla cura di sé attraverso una forma di estraniamento sensoriale. Band come i Boards of Canada hanno rifiutato il concerto dal vivo, mentre i SunnO))) hanno trasformato l’esibizione in un rito di autoisolamento collettivo: suoni fortissimi, ambienti oscuri, socialità spezzata da trame sonore dense e claustrofobiche. Anche i tour degli Autechre seguono questa linea, oscurando lo spazio e riducendo gli stimoli esterni per favorire una deprivazione sensoriale che ricorda le sperimentazioni di John Lilly.

Insomma, ascoltare musica a casa o assistere a un concerto oggi è diventato un rito di alienazione: non più condivisione empatica, ma segregazione sensoriale di individui insieme nel corpo, ma separati da barriere invisibili.

Tecnologia e valori in collisione: la musica digitale fra innovazione e reazione

Negli ultimi dieci anni, la musica più all’avanguardia sul piano tecnologico si è spesso sviluppata in generi come la trap o l’afrobeats, che però si sono trovati al centro di critiche per machismo, sessismo e ossessione per lo status. Un esempio emblematico è “Up Like Trump” dei Rae Sremmurd, uscita poco prima delle elezioni di Donald Trump, simbolo di un contrasto tra suoni futuristici e contenuti ideologici retrivi. Molti osservatori sottolineano come questa musica porti valori lontani dall’idea di progresso sociale, inserendosi piuttosto in una visione nichilista o reazionaria del mondo.

Simon Reynolds, in un’intervista del 2020 per “Futuromania”, riflette su questo scollamento tra avanzamento tecnologico e arretramento culturale, spiegando che il progresso digitale non significa automaticamente un futuro migliore. Anzi, spesso la musica futuristica suona come un’eco distopica, riflesso del “realismo capitalista” denunciato da Mark Fisher, che blocca la nascita di alternative autentiche.

La pandemia ha amplificato queste tensioni, facendo emergere conflitti sociali nascosti. Il sociologo Marco D’Eramo parla di una “rivoluzione stealth”, in cui le élite reagiscono con disperazione alle spinte democratizzanti, sostituendo la democrazia con forme oligarchiche e strategie di controllo che si riflettono anche nella musica, spesso contaminata da messaggi di violenza e fascismo.

Questa ideologia penetra anche nella psicologia individuale, come spiegato da Aristotele e ripreso da D’Eramo: il malcontento nasce tanto da chi chiede uguaglianza quanto da chi pretende una superiorità ormai persa. Il creatore di contenuti social moderno è intrappolato in questo gioco: abile, ma ostacolato da un’eguaglianza forzata che frustra le sue ambizioni. Così la musica diventa spesso veicolo di messaggi superomisti e isolazionisti. Un esempio celebre sono i concerti di Kanye West, dove l’artista si esibisce solo su un globo artificiale, simbolo di un isolamento sia metaforico che reale.

Musica e apocalisse: tra ricordo e profezia di un mondo che finisce

Il rapporto tra passato e futuro è al centro di molte produzioni sperimentali recenti. L’idea di un’estinzione umana imminente o già avvenuta emerge chiaramente nei lavori dei Boards of Canada, dove la musica si fa custode di ciò che non c’è più, ricostruendo un’identità dispersa attraverso campionamenti e residui digitali di una civiltà ormai sepolta.

Valerio Mattioli, nel suo “Exmachina. Storia musicale della nostra estinzione” , mette al centro della trilogia WarpAphex Twin, Autechre e Boards of Canada – il conflitto tra uomo e macchina. In questa visione, l’essere umano scompare lasciando spazio a una macchina che riproduce la sua presenza in forma digitale, quasi spettrale.

Qui la musica si distingue dalle immagini digitali: non è un simulacro realistico, ma un contesto che si insinua nell’esperienza, alterandone il senso profondo. A differenza delle immagini, dominate dalla superficie, la musica agisce in modo subliminale e profetico, illuminando l’apocalisse come un orizzonte che si avvicina.

Questa prospettiva si riflette in album come “Sol.Hz” dei Seefeel e nelle produzioni dei Matmos, che dipingono un paesaggio sonoro fatto di rovine e scorie digitali. Ancora più lontane nel tempo, le sperimentazioni di Scott Walker tracciano un percorso inquietante tra dramma e abisso.

In questo scenario la musica di ricerca assume un valore premonitore, catturando tensioni che le immagini non riescono a trasmettere appieno. La musica indica un collasso imminente del reale, una soglia oltre la quale la civiltà si dissolve nel silenzio bianco della fine.

Roma sotterranea: nuove resistenze sonore e il ritorno delle relazioni dal vivo

Nonostante tutto, dentro questo quadro di alienazione e reazioni conservatrici si muove anche un nucleo di vitalità che resiste alla colonizzazione tecnocratica. La scena romana degli ultimi anni ha visto nascere spazi indipendenti che sono vere oasi per forme alternative di musica e di ascolto.

Locali come Dal Verme, Fanfulla e Trenta Formiche hanno costruito una cultura del suono basata su rapporti umani autentici e cura reciproca, lontana dalle logiche di profitto e spettacolo dei grandi eventi. Toni Cutrone, protagonista della scena underground, racconta come queste realtà si siano consolidate in un vero e proprio quadrilatero di spazi che ospitano concerti sperimentali, folk, lo-fi e altre forme lontane dal mainstream.

Anche se non mancano chiusure, queste esperienze resistono grazie a rassegne come Trasformativa, ideata da Massimiliano Lancioni e altri musicisti, o Shhh/Peaceful, una casa discografica e collettivo di ascolto profondo. Festival come Giovani Spiriti e iniziative come Flaming Creatures portano a Roma artisti internazionali della sperimentazione, mantenendo viva una rete sotterranea fatta di scambi concreti.

Sono isole di resistenza che dimostrano come si possa ancora rifiutare l’omologazione sensoriale e culturale, tessendo legami sotterranei, come un micelio che cresce sotto la frenesia ipervisibile del consumo digitale.

Qui torna centrale la differenza tra arte e intrattenimento. L’intrattenimento è un rituale alienato che allontana il pensiero della morte, ma non ha la forza trasformativa della vera arte, capace ancora di influenzare profondamente percezione e realtà.

Così, anche in un mondo saturato dai media, la musica conserva la capacità di restituire potere e senso a chi la vive attivamente. Per ritrovare queste forme di musica bisogna uscire, parlare, cercare lontano dagli schermi e dalle folle, scoprendo che la scena underground continua a pulsare, nascosta ma viva.

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