La Trappola del Significato: Perché Oggi Cerchiamo di Spiegare Tutto Prima di Vedere

Redazione

17 Settembre 2026

«Cerchiamo un senso anche dove non c’è», diceva qualcuno. Eppure, oggi sembra impossibile restare nel vuoto senza riempirlo subito di parole, storie, interpretazioni complesse. Nell’arte, questo fenomeno si fa ancora più evidente: spesso il commento precede l’opera, ne detta la lettura, allontanandola dall’esperienza diretta. Monia Ben Hamouda sfida questa tendenza. Le sue installazioni non chiedono spiegazioni, ma coinvolgono i sensi, parlano attraverso materiali che raccontano senza parole. Qui, tradizione e memoria si intrecciano con la crisi del linguaggio, senza mai trasformarsi in un messaggio da decifrare. È un invito a sentire, più che a capire.

“Aniconism as Figuration Urgency”: la materia che parla a Centrale Fies

Nel 2024, alla galleria Trasformatori di Centrale Fies a Dro, Trento, è stata ospitata una mostra che ha messo in luce il delicato equilibrio tra forma, segno e materia nel lavoro di Ben Hamouda. L’installazione Aniconism as Figuration Urgency, nata nel 2021 e ancora in evoluzione, occupa uno spazio che conserva i segni della vecchia centrale idroelettrica asburgica del 1911: grandi aperture ovali nel soffitto e nicchie lungo le pareti. Qui l’artista ha steso un tappeto di sabbia finissima, mescolata a pigmenti naturali e spezie, che si arrampica sulle pareti lasciando libero un corridoio centrale.

Nel vuoto sospeso, due grandi lastre di ferro tagliate al laser evocano la calligrafia araba con curve morbide e sinuose, senza però riprodurre parole o testi. Sono sagome che, pur richiamando segni familiari, non portano un messaggio scritto né metafore precise. La disposizione modulare, che cambia da mostra a mostra, crea un dialogo continuo tra forme che si chiamano e si rifiutano allo stesso tempo. Le ombre proiettate disegnano un gioco di luci e forme che accentua un’atmosfera quasi rituale.

Le spezie, soprattutto la curcuma, aggiungono un tocco olfattivo che scalda l’ambiente. Lampade dalla luce calda completano questa sensazione di deserto, di tempo sospeso. L’opera parte dalla tradizione islamica dell’aniconismo, cioè il rifiuto di rappresentare figure viventi, e mette questa eredità in tensione con il desiderio di cercare e dare forma. A uno sguardo più attento, le sagome sembrano suggerire mani, pugni o gesti interrotti, una comunicazione spezzata, fatta di movimenti sospesi.

Ben Hamouda racconta che questo lavoro nasce dall’interesse per il linguaggio in momenti di crisi storica e sociale, rifacendosi alla poesia vernacolare Najdi, una forma antica di comunicazione pre-islamica legata anche alla guerra e alla proclamazione. L’uso di materiali carichi di significato geopolitico, come spezie che hanno influenzato scambi commerciali e politici, sottolinea il legame profondo tra materia e storia.

L’installazione non vuole essere “letta” nel modo tradizionale. Non cerca di trasmettere un messaggio preciso, ma di far emergere una sensazione, un coinvolgimento totale di tutti i sensi. Profumo, calore e superfici silenziose si combinano per creare uno spazio da abitare, più che da interpretare.

Nor: frammenti di un discorso interrotto tra silenzio e parola

Alla Kunstraum Barth di Bressanone, Ben Hamouda ha presentato Nor, un’altra tappa della sua ricerca, ma con un taglio diverso. Il titolo, che in arabo significa “negazione” o “no”, dà subito il tono: un rifiuto di senso chiaro e rassicurante.

Nor II è un grande “arcipelago” fatto di legno di betulla, alluminio, ottone e vetro, con forme irregolari e frammentate che sembrano emergere da un mare immaginario, senza riferimenti geografici precisi. Sulle superfici si intravedono caratteri che richiamano la calligrafia araba, ma interrotti bruscamente dai bordi, come una scrittura spezzata, incompleta. La superficie è coperta da cenere, caolino e spezie , un gesto antico e carico di violenza, che richiama proteste e rotture del silenzio.

Quest’opera apre uno spazio di riflessione politica, raccontando la fatica di comunicare in un mondo segnato da conflitti, fraintendimenti e dissoluzione culturale. Ben Hamouda non si lascia incasellare in questi temi, nonostante la forte presenza di dinamiche geopolitiche che emergono dai materiali e dai simboli. L’incertezza, la sospensione, la mancanza di definizione sono scelte deliberate, che spingono verso una dimensione oltre le parole, verso ciò che sfugge al discorso.

Per capire davvero serve muoversi intorno e sopra l’opera, cambiando punto di vista, come si fa osservando un paesaggio segnato dal tempo e dagli eventi, sopravvissuto alla sua stessa distruzione. Chi guarda è chiamato a completare l’opera con la propria interpretazione, consapevole che non potrà mai esaurirne la complessità.

Tra dissoluzione e resistenza: la poetica del silenzio e della negazione

La serie Politics of Disappearance, richiamata dal sottotitolo di Nor I, una scultura da parete ispirata a Nor II, mette in risalto il senso di dissoluzione del significato, di un vuoto politico e culturale che sembra impossibile da colmare. Le opere di Ben Hamouda rifiutano la chiarezza, alimentando una tensione tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto, tra il visibile e l’invisibile.

Il suo lavoro si muove in territori di ambiguità e frammentazione, dove la forma si apre a molte letture possibili, senza mai chiudersi in un senso unico. Questa capacità di restare aperta è la sua forza: non è una semplice illustratrice di idee o emozioni, ma crea ambienti e atmosfere che agiscono sul corpo e sulla mente attraverso stimoli diversi.

Ben Hamouda dimostra così come l’arte contemporanea possa diventare un’esperienza immersiva, che sfugge al controllo intellettuale, aprendo nuove strade per pensare a storia, memoria e linguaggio in tempi di crisi e cambiamenti profondi. Le sue opere non si esauriscono con lo sguardo: sono spazi da attraversare, sentire e vivere.

Change privacy settings
×