Mostra di Venezia 2024: solo 1 regista donna su 20 film in concorso, la disparità che fa discutere

Redazione

30 Luglio 2026

Il 2 settembre Venezia si prepara ad accogliere la 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica. Ma il clamore intorno all’evento nasconde un dato che fa discutere: nel concorso principale, su venti film, solo uno è diretto da una donna. Si chiama May el-Toukhy e il suo film è Woman Unknown. Alberto Barbera, il direttore della Mostra, ha ammesso di essere rimasto sorpreso e anche un po’ deluso. Ha cercato fino all’ultimo altre registe di qualità, senza riuscirci. Un segnale che stride con le selezioni delle sezioni collaterali e che racconta un problema più ampio, che non riguarda solo Venezia ma tutto il circuito cinematografico.

Il divario evidente tra concorso principale e sezioni parallele

Il confronto tra la selezione principale e le altre sezioni del festival è netto. Nelle Giornate degli Autori, ad esempio, più della metà dei venticinque film – quattordici per la precisione – sono diretti da donne, con dieci di questi in competizione e un premio assegnato da una giuria tutta al femminile. Anche la sezione Orizzonti si apre con un film firmato da una regista donna, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. Eppure, nel cuore del festival, il concorso per il Leone d’Oro, restano venti film di cui solo uno porta la firma femminile.

Non si tratta di un caso. Questo squilibrio mette in discussione l’immagine di un festival realmente impegnato per la parità e la rappresentanza femminile. Se le produzioni di qualità firmate da donne sono così numerose da saturare le selezioni collaterali, perché quasi spariscono dal concorso principale? La risposta sembra puntare a ostacoli più profondi, legati all’industria e ai criteri con cui si sceglie, non certo alla mancanza di opere di valore.

I numeri dietro le quinte: iscrizioni e rappresentanza di genere

Quando sono stati annunciati i dati ufficiali, è emerso un quadro interessante. Su 4.740 film iscritti, circa il 65% è diretto da uomini, il 32,5% da donne e il restante 2% da registi che non si identificano nelle categorie tradizionali o non dichiarano il genere. Questa piccola percentuale “altro” svela una debolezza nel modo in cui il festival classifica i partecipanti: continuare a dividere solo tra maschi e femmine significa non tenere conto delle identità di genere più fluide e complesse che oggi conosciamo.

Questa rigidità si traduce in una rappresentazione parziale e poco inclusiva del mondo del cinema. Esclude non solo le identità non binarie, ma anche le intersezioni con razza, orientamento sessuale, classe sociale e provenienza geografica, fattori che si intrecciano con la questione di genere e creano barriere reali per molte registe nel cercare di entrare nelle vetrine più importanti.

Oltre il semplice conteggio: una sfida culturale per Venezia

Non basta contare quante registe ci sono. Da tempo gli studi di genere e il femminismo hanno dimostrato che l’identità di genere non è una questione a due facce, uomo o donna, ma un insieme complesso di esperienze e oppressioni intrecciate. Pensatrici come Judith Butler, Jack Halberstam e Kimberlé Crenshaw hanno messo in discussione questa divisione netta, spingendo verso una visione più sfumata.

Per questo i festival devono andare oltre la semplice statistica binaria e aprirsi a nuovi modi di valutare e includere. Serve un cambiamento culturale che parta dalla formazione di chi lavora nel settore e arrivi a valorizzare voci fuori dagli schemi tradizionali. Continuare a misurare la parità solo in termini di maschi e femmine rischia di lasciare fuori pezzi importanti del cinema contemporaneo.

Festival e selezioni: chi decide e chi resta ai margini

I grandi festival come Venezia non sono solo passerelle, ma veri e propri “portali” che decidono quali film vedremo, chi potrà finanziare i propri progetti e avere visibilità. Se il palco principale resta appannaggio quasi esclusivo degli uomini, il sistema continua a favorire chi ha già accesso a risorse e reti consolidate, lasciando indietro molte registe, soprattutto quelle provenienti da contesti meno privilegiati o non occidentali.

Così si crea un circolo chiuso: chi ha già i mezzi passa alla fase successiva, chi parte dal basso fatica a superare barriere materiali ed economiche. È proprio nel salto dal cinema indipendente a quello finanziato di alto livello che si vede il calo più netto di presenze femminili.

La scusa della “qualità”: una giustificazione da rivedere

La motivazione che manchino film “di qualità adeguata” firmati da donne, ripetuta anche quest’anno da Barbera, merita un esame più critico. Nel corso della storia, questa è stata una scusa ricorrente per giustificare la scarsità di registe nei grandi concorsi. Invece di accettare questa versione, bisogna guardare alle condizioni che mettono le donne in svantaggio rispetto agli uomini.

La presenza significativa di registe nelle sezioni collaterali, soprattutto con film d’esordio o produzioni più piccole, dimostra che il talento non manca. La differenza si vede quando si tratta di passare a produzioni più grandi e internazionali, dove gli ostacoli strutturali si fanno sentire con forza.

Intersezionalità e disparità: più di una questione di genere

La questione di genere va letta in chiave più ampia, includendo fattori come provenienza geografica, classe sociale e risorse a disposizione. Chi sono davvero le donne che riescono a entrare in concorso? Da dove vengono? Che possibilità hanno?

Venezia ha mostrato apertura verso produzioni asiatiche e del Medio Oriente, ma la maggior parte dei titoli resta nelle mani di registi uomini. Le donne di aree meno rappresentate spesso si trovano escluse, vittime di più barriere che si sommano. Per questo serve non solo promuovere il talento femminile, ma ripensare i meccanismi di accesso a quel cinema d’élite che oggi resta chiuso a molti.

Autorialità e sguardi: non basta contare le registe

Da tempo la teoria femminista del cinema ha spostato il focus dal semplice sesso biologico di chi firma i film al tipo di sguardo e racconto che l’opera offre. Il cosiddetto “sguardo maschile” domina da sempre la narrazione visiva, ma anche registe donne possono riproporre modelli tradizionali. Quindi, limitarsi a contare quante sono rischia di ridurre una questione complessa a un semplice dato.

Più importante è valutare la varietà di punti di vista offerti dal cinema presentato. Questo richiede politiche culturali e artistiche che supportino storie e linguaggi diversi, capaci di aprire spazi a narrazioni inclusive e critiche.

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