Perché beviamo alcol? La curiosa teoria che spiega il bisogno umano di alcol

Redazione

13 Luglio 2026

Quattro amici seduti intorno a un tavolo, bottiglie appena scalfite, e un’idea che prende forma lentamente: e se il nostro corpo, in fondo, chiedesse a gran voce un po’ d’alcol per stare meglio? Così inizia “Un altro giro”, il film di Thomas Vinterberg che mescola ironia e sincerità. L’alcol non è solo un semplice drink. È qualcosa di più: un ponte invisibile tra natura e cultura, un modo per spezzare il ritmo rigido della vita quotidiana. Da quando i frutti fermentavano nelle foreste primordiali fino ai brindisi rumorosi nei bar di oggi, un filo rosso attraversa i millenni. Perché, allora, il bere è rimasto così radicato? Tra piaceri, rischi e regole non scritte, scopriamo cosa ci tiene ancora legati a questa sostanza.

Un’eredità antica: l’alcol tra foreste tropicali e geni adattati

Milioni di anni fa, mentre i nostri antenati si muovevano tra le fronde delle foreste pluviali, la fermentazione dei frutti era un fenomeno naturale e diffuso. L’alcol etilico nasceva dall’azione dei lieviti e indicava un cibo ricco di calorie e facile da digerire. Non era un caso, ma parte integrante dell’ecosistema, attirando insetti e mammiferi. Da qui nasce l’idea della “scimmia ubriaca”: l’attrazione per l’alcol sarebbe un adattamento evolutivo.

Lo scienziato Robert Dudley e il suo gruppo, guidato da Matthew Carrigan, hanno mostrato come circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica in un enzima abbia facilitato la digestione dell’etanolo. Accadde proprio quando alcuni primati cominciarono a frequentare il suolo, dove i frutti fermentati erano più accessibili. Insomma, l’uomo non ha scoperto il bere per caso: la sua biologia era già pronta a sfruttare questa risorsa, molto prima delle prime bevande fermentate.

L’alcol, una “tecnologia sociale” per le prime civiltà

Dalle foreste alla terra arida dell’antica Turchia, più di 11.000 anni fa, sorgeva Göbekli Tepe, uno dei siti monumentali più antichi del mondo. Quei pilastri scolpiti raccontano di gruppi nomadi capaci di grandi opere. Una delle ipotesi più affascinanti lega tutto questo alla birra: tracce chimiche trovate in antichi recipienti suggeriscono che le bevande fermentate accompagnassero rituali e banchetti, rafforzando la coesione sociale.

Edward Slingerland, filosofo e studioso delle culture asiatiche, vede nell’ebbrezza una vera “tecnologia” sociale, uno strumento fondamentale per organizzare le comunità. Non un semplice effetto collaterale, ma una risorsa preziosa per costruire le prime società complesse. Birra e alcol diventavano così catalizzatori di fiducia, confronto rituale e potere, elementi chiave per trasformare gruppi di cacciatori in società stabili.

Nelle grandi civiltà antiche, dalla Mesopotamia all’Egitto, dalla Cina alle Americhe, le bevande alcoliche avevano ruoli molteplici: alimentari, religiosi, politici. Non erano solo piaceri o optional, ma leve importanti per mantenere l’ordine sociale e politico.

Come l’alcol agisce sul cervello e favorisce la socialità

L’alcol colpisce in modo preciso il cervello, soprattutto la corteccia prefrontale, quella parte che controlla giudizio, autocontrollo e rischio. Bevendolo, si abbassano temporaneamente queste barriere, permettendo una disinibizione che apre le porte all’emotività, alla fiducia e alla collaborazione, anche tra persone che non si conoscono. Slingerland chiama questo processo “stretta di mano chimica”: un patto tacito che mette da parte sospetti e difese.

Questo meccanismo ha un chiaro vantaggio evolutivo: abbassa la diffidenza e lo stress sociale, aiutando i primati a creare legami più ampi e vivere in gruppi più grandi e complessi. Inoltre, stimola creatività e improvvisazione, qualità essenziali per affrontare situazioni nuove.

Ma l’effetto dell’alcol non è uguale per tutti. Craig MacAndrew e Robert Edgerton hanno dimostrato che il modo in cui ci si comporta da ubriachi dipende molto dal contesto culturale. In alcune società l’alcol può scatenare aggressività e violenza, in altre favorire ritualità o addirittura compostezza cerimoniale. Insomma, l’alcol modifica le capacità cognitive, ma lascia emergere ciò che la cultura considera accettabile.

Il “time out” sociale dell’ubriachezza: sospendere le regole per un attimo

Il “time out” è la chiave per capire il ruolo sociale dell’alcol. In questi momenti, le regole e le gerarchie di tutti i giorni si mettono in pausa, creando uno spazio dove uomini e donne possono conoscersi in modo diverso, avvicinarsi, aprirsi o esprimere emozioni che di solito tengono nascoste.

Lo si vede nei riti di festa, nei carnevali o nei banchetti, dove l’alcol scioglie le tensioni sociali e crea un senso di comunità più vero. Il sociologo Joseph Gusfield sottolinea come momenti codificati, come l’aperitivo, segnano il passaggio dal lavoro al tempo libero, cambiando umore e percezione del tempo.

Nella letteratura, l’astemio spesso appare come un outsider, qualcuno che non partecipa alla magia collettiva del bere, risultando distante e a volte sospetto. Bere, dunque, non è solo consumare una bevanda, ma un codice condiviso con ruoli, esclusioni e appartenenze ben precise.

Bevanda e status: le gerarchie sociali dietro al bicchiere

Il legame tra alcol e strutture sociali si vede anche nel tipo di bevanda e nel contesto in cui si beve. Nell’antica Roma, per esempio, il vino segnava la posizione sociale: il Falerno, vino pregiato, era per i patrizi; la posca, più economica e spesso annacquata, per schiavi e liberti.

Anche oggi si ripete questo schema. Lisa Anne Gurr, studiando i romanzi di Georges Simenon, mostra come operai, borghesi e aristocratici si distinguano anche dalle scelte di bevande. Il genere conta: storicamente, bere era un fatto soprattutto maschile, mentre la presenza delle donne al bancone spesso suscitava sospetti o moralismi.

Nella società contadina europea, il vino leggero accompagnava la vita quotidiana e il lavoro, lontano dall’immagine dell’ubriacatura occasionale. Le taverne, come dimostra Thomas Brennan con gli studi su Parigi nel Settecento, erano spazi vitali per trattative sociali e politiche, luoghi dove si costruivano alleanze, reputazione e solidarietà.

Alcol e rischi: i numeri dietro la dipendenza e le malattie

Non si può chiudere gli occhi davanti al lato oscuro dell’alcol: causa dipendenze, incidenti, violenza domestica e malattie gravi. Le stime più recenti parlano di 2,6 milioni di morti all’anno nel mondo legate al consumo di alcol; solo 400.000 per tumori direttamente collegati. L’Organizzazione mondiale della sanità ha ribadito nel gennaio 2023 che non esiste una dose sicura senza rischi di cancro.

Dal 1988 l’IARC classifica le bevande alcoliche come cancerogene per l’uomo. L’etanolo, trasformato in acetaldeide, danneggia il DNA e può portare a mutazioni tumorali.

Questi dati spingono a riflettere non solo sui danni fisici, ma anche su come la società gestisce l’alcol: una sostanza con radici antiche nella nostra evoluzione e cultura, ma che può diventare letale se abusata.

Come è cambiato il rapporto con l’alcol nella modernità e tra i giovani

Con la modernità industriale e urbana, il rapporto con l’alcol ha fatto passi da gigante. Da elemento integrato nella vita sociale e lavorativa, è diventato spesso un modo per sfuggire a problemi personali o per automedicarsi. Nel Settecento inglese, per esempio, il gin si diffuse tra le classi operaie come sedativo economico, un modo per affrontare una vita dura.

Dopo la Seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, il bere in casa tra le donne è aumentato insieme all’uso di tranquillanti, trasformando lo stress quotidiano in un’abitudine silenziosa e privata.

Negli ultimi anni, specialmente tra i giovani, il consumo di alcol è calato in molti paesi occidentali. Cambiano anche le abitudini: la ricerca del benessere, la cura del corpo e la paura dei postumi spingono verso un consumo più moderato e consapevole, anche in ambienti tradizionalmente legati all’eccesso come rave e discoteche.

L’alcol oggi: una tecnologia bio-sociale in evoluzione

Oggi l’alcol si presenta come un dispositivo complesso, una tecnologia bio-sociale che cambia il modo in cui pensiamo e ci fidiamo degli altri, inserendosi in rituali e norme culturali in continua trasformazione. Non è solo la chimica a fare la differenza, ma anche il significato che ogni società gli attribuisce.

Quando gli spazi dove si può vivere l’ubriachezza in modo collettivo e rituale si restringono, emergono altre forme di ricerca di alterazione: l’uso compulsivo dei social, droghe ricreative meno ritualizzate e più solitarie. Dioniso, simbolo della festa e dell’ebbrezza collettiva, sembra essersi spostato dagli spazi comuni a quelli privati, dietro uno schermo e con le cuffie.

Resta da vedere se queste nuove modalità, spesso vissute da soli, potranno mai sostituire quel bisogno di condivisione e coesione che l’alcol ha accompagnato per millenni.

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