Una mano guantata si avvicina lentamente a una gabbia di vetro. Dentro, un ratto si alza sulle zampe posteriori, curioso, il muso rivolto verso l’alto. Prima che possa scappare, la mano lo capovolge con delicatezza e sfiora la sua pancia. Il roditore emette un suono ultrasonico, a 50 kHz: un segnale che gli umani non possono udire, ma che indica piacere o allegria. Era il 2007 quando Jaak Panksepp, neuroscienziato di fama mondiale, dimostrò che quei versi erano l’equivalente di una risata negli uomini. Quel piccolo gesto ha segnato una svolta nella ricerca sul benessere animale, spostando il focus dal semplice alleviare la sofferenza al promuovere emozioni positive negli animali in cattività.
Animal Machines e la prima presa di coscienza etica sugli allevamenti intensivi
Nel 1961, un opuscolo sgualcito e inquietante arrivò sotto la porta di Ruth Harrison, una studentessa inglese di arti drammatiche, ex infermiera di guerra e già vegetariana. Le fotografie in bianco e nero mostravano vitelli, polli e galline rinchiusi in spazi angusti, in condizioni disumane negli allevamenti industriali britannici. Harrison sentì subito il bisogno di scoprire la verità dietro quelle immagini e, quattro anni dopo, pubblicò Animal Machines, un libro che denunciava le crudeltà e le condizioni disastrose di vita degli animali da allevamento. La prefazione di Rachel Carson, autrice di Primavera silenziosa, portò il tema all’attenzione internazionale: come la tecnologia e la produzione di massa avevano privilegiato la quantità a scapito della vita di esseri senzienti.
Gli effetti di Animal Machines si fecero sentire subito. Il governo britannico mise in piedi un comitato guidato dallo zoologo Francis William Rogers Brambell, con il compito di definire le basi etiche e scientifiche per un allevamento più rispettoso. Il Rapporto Brambell, uscito nel 1965, riconobbe l’importanza di osservare il comportamento animale per valutare il loro benessere. Fu l’avvio ufficiale dell’Animal Welfare Science, una nuova disciplina dedicata a garantire agli animali condizioni di vita dignitose. Il documento sottolineava che non bastava considerare solo gli aspetti fisici, ma anche quelli comportamentali e mentali degli animali da allevamento.
Benessere animale: da un’idea vaga a modelli scientifici complessi
Il Rapporto Brambell non dava una definizione precisa di benessere animale, ma tracciava la strada per crearne una. Tra i primi a formalizzarla fu Donald M. Broom dell’Università di Cambridge, che definì il benessere come la capacità dell’animale di affrontare efficacemente il proprio ambiente. Qui si parlava soprattutto di salute fisica: per esempio, una gallina che cerca riparo dal freddo per ristabilire il proprio equilibrio. Ma concentrarsi solo sulla salute non bastava.
Col tempo, gli studiosi hanno aggiunto al concetto anche il comportamento naturale, cioè quello spontaneo tipico della specie in un ambiente simile a quello originario. Marian Stamp Dawkins ha sottolineato che il comportamento naturale indica cosa un animale potrebbe desiderare, ma non è di per sé garanzia di benessere. Molti comportamenti naturali infatti possono essere fonte di dolore o stress, come la predazione in natura, che gli animali cercano di evitare.
Una svolta importante è stata l’introduzione degli stati affettivi positivi nella definizione di benessere animale. I modelli più noti oggi sono quello delle Cinque libertà e quello dei Cinque domini. Il primo, nato nel Regno Unito, elenca cinque condizioni fondamentali: libertà da fame e sete, da disagio, da dolori e malattie, di esprimere i comportamenti naturali e da paura o angoscia. Fondamentalmente, si tratta di prevenire la sofferenza.
Il modello dei Cinque domini, sviluppato da David Mellor dagli anni Novanta a oggi, amplia questa visione. I primi quattro domini riguardano nutrizione, ambiente, salute fisica e comportamento, mentre il quinto, quello mentale, introduce la valutazione degli stati emotivi come paura, piacere o appagamento. Questo riconosce che gli animali non solo soffrono, ma possono anche provare esperienze positive. Di conseguenza, il benessere animale non è più visto solo come assenza di dolore, ma come la possibilità attiva di vivere sensazioni piacevoli.
Positive animal welfare: quando contano anche la felicità e le emozioni
Il Positive animal welfare nasce per mettere al centro quelle esperienze emotive gratificanti che possono migliorare la vita degli animali. Laura Webb, etologa alla Wageningen University, spiega che PAW è uno stato in cui l’animale prospera provando emozioni positive e sviluppando competenze e resilienza. È anche un campo di ricerca che si occupa di identificare e promuovere queste condizioni.
Stabilire con certezza quali emozioni provano gli animali non è semplice. Non possono dircelo con parole, quindi gli scienziati cercano segnali indiretti: vocalizzazioni, posture, comportamenti sociali e risposte fisiologiche. Per esempio, il ratto studiato da Panksepp emetteva vocalizzazioni a 50 kHz durante stimoli piacevoli o interazioni positive con altri ratti. Ma questo dato da solo non basta, perché suoni simili possono comparire anche in situazioni negative, come durante l’eutanasia con anidride carbonica, che i roditori cercano di evitare.
Per questo, valutare gli stati emotivi richiede un approccio a più livelli, che comprende osservazioni del comportamento, parametri fisiologici e test cognitivi. Le emozioni positive nascono da esperienze gratificanti: poter scegliere, raggiungere obiettivi, divertirsi. Non basta non farli soffrire, gli animali devono poter desiderare e provare piacere. Questo genera stati d’animo più duraturi, come l’umore, e influisce sulla qualità della loro vita.
Uno studio di Laura Webb sul comportamento alimentare dei vitelli spiega bene questi concetti. Ai giovani bovini venivano offerti diversi tipi di foraggio per poter scegliere liberamente. Il loro modo di annusare, lanciare il fieno e creare lettiere con la paglia mostrava un’attività ludica e una ricerca di benessere. Anche la presenza di elementi naturali come gli alberi si è rivelata importante: oltre all’ombra, gli animali apprezzano i frutti, giocano con i rami e si strofinano contro i tronchi, trovando benefici emotivi e comportamentali.
Una sfida scientifica e culturale tra progresso e contraddizioni
Il Positive animal welfare si è affermato nel 2007 con la pubblicazione della review “Assessment of positive emotions in animals to improve their welfare”. Alcuni esperti sottolineano che il concetto riprende idee già presenti in modelli più vecchi, ma la vera novità sta nell’attenzione mirata alle esperienze positive e nella promozione attiva della felicità animale.
È un capitolo nuovo che coinvolge allevamenti intensivi, zoo, laboratori, canili e persino le nostre case, dove convivono tante specie con gli esseri umani. Programmi come Lifting farm animal lives, che mettono in rete istituti europei di ricerca, puntano a influenzare politiche e pratiche per migliorare davvero la vita degli animali in cattività.
Ma questa spinta verso una vita più felice si scontra con una realtà: gli animali restano subordinati alle esigenze umane. La scienza, come ricorda Marian Stamp Dawkins, deve separare i dati oggettivi dalle questioni etiche, per arrivare a comportamenti concreti che portino a un cambiamento reale. Il benessere animale non è solo materia di laboratorio, ma coinvolge scelte politiche, sociali e culturali che riflettono il nostro rapporto con tutte le creature viventi.
