Nel 2019, la Corte Suprema di Nuova Zelanda ha riconosciuto il fiume Whanganui come entità vivente, con diritti propri. Non è solo un episodio isolato, ma un segnale chiaro: il linguaggio dei diritti si sta espandendo, superando i confini della specie umana. Da decenni, le parole sono state lo strumento con cui i gruppi emarginati hanno lottato per farsi ascoltare. Oggi, quella stessa lotta si apre a nuove forme di vita: piante, animali, interi ecosistemi. Riconoscere la loro esistenza giuridica significa ripensare la giustizia, abbracciandola in modo più ampio, più profondo. Non è solo una questione legale, ma una sfida culturale che ci invita a guardare oltre noi stessi.
“Più-che-umano”: dalle idee alla rivoluzione ecologica del linguaggio
Il termine “più-che-umano” nasce da riflessioni profonde nella filosofia ecologica contemporanea. David Abram, nel suo libro del 1996 The Spell of the Sensuous, ha introdotto l’acronimo inglese MOTH , evocando l’immagine di una falena, simbolo di una vita che si apre oltre i confini dell’umano. Questa idea rompe vecchie divisioni come natura-cultura o ambiente-umano, superando la visione del mondo naturale come semplice sfondo passivo delle nostre azioni. Nel testo tradotto da poco in italiano, L’incanto del sensibile, Abram mette al centro un’antropologia allargata in cui tecnologia, creatività e comunicazione si intrecciano in modi diversi ma connessi.
Il pensiero di Abram ha anticipato un cambio di paradigma: parlare di diritti non può più limitarsi agli esseri umani. Riconoscere il “più-che-umano” significa rivedere completamente il nostro sistema giuridico e sociale, dove non ci sono più singoli isolati, ma nodi di una rete che coinvolge piante, animali, fiumi e persino minerali. Dare voce e diritto a queste realtà richiede un nuovo linguaggio, un modo di ascoltare e parlare che vada oltre il solo verbalismo umano. La sfida è grande, sia sul piano teorico che pratico, perché tradurre queste nuove soggettività in leggi significa pensare in modo del tutto diverso.
Diritti più-che-umani: il percorso della legge
Negli ultimi anni il dibattito legale si è allargato, passando da una semplice attenzione ai diritti della natura a un’inclusione più vasta del più-che-umano. Il volume collettaneo More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly Flourishing è diventato un punto di riferimento nel programma MOTH, sottolineando come la democrazia tradizionale abbia negato diritti a molte categorie di esseri viventi attraverso quella che viene chiamata “partizione del sensibile”. Un concetto che richiama le radici profonde delle esclusioni sociali, da schiavi e minoranze nel mondo antico fino a oggi, estendendosi anche a forme di vita non umane.
La sfida è ampliare la giurisprudenza senza togliere nulla ai diritti umani, anzi rafforzando una cultura che includa specie diverse. Ci sono già esempi concreti che segnano tappe importanti: in Ecuador la Costituzione del 2008 riconosce diritti specifici alla natura. Nel 2017 l’Alta Corte dell’Uttarakhand, in India, ha dichiarato il Gange e lo Yamuna “entità viventi” con diritti propri. La Nuova Zelanda ha dato personalità giuridica al fiume Whanganui, aprendo la strada a iniziative simili in Canada per il fiume Magpie.
Questi casi dimostrano che riconoscere il più-che-umano si può tradurre in leggi concrete a tutela di biodiversità, acque ed ecosistemi fondamentali. Dietro ci sono collaborazioni lunghe e intense tra giudici, comunità indigene e attivisti che lavorano per far emergere voci troppo spesso ignorate nelle aule di tribunale.
Tra ingenuità e radicalismo: come si guarda ai diritti più-che-umani
Il dibattito sui diritti del più-che-umano si muove tra visioni che sembrano opposte ma in realtà appartengono allo stesso campo di ricerca. Da una parte c’è un atteggiamento più “innocente”, quello dei bambini o delle culture indigene che da sempre sentono la vita e l’energia di ogni elemento naturale. Per loro non servono leggi scritte per riconoscere che un fiume o un albero hanno diritto di esistere e di essere rispettati.
Dall’altra parte troviamo una posizione “radicale”, portata avanti da filosofi come Michael Marder, che invitano a superare il privilegio umano nel conferire diritti, suggerendo di pensare con – e come – le piante o addirittura le pietre. Questi approcci vogliono mettere in crisi la centralità dell’uomo e costruire un’etica che riconosca la dignità di tutte le forme di vita, senza distinzioni antropocentriche.
Entrambe le posizioni però hanno i loro limiti: l’ingenuità rischia di sottovalutare la complessità del diritto e della politica, mentre il radicalismo può portare a un blocco dove l’azione umana diventa impossibile. Serve quindi una via di mezzo, che sappia unire idealismo e realismo.
Ascoltare la natura: un ponte tra etica e diritto
La strada più concreta oggi sembra quella pragmatica, che punta a un ascolto attento della natura. Scrittori come Robert Macfarlane invitano a imparare i linguaggi non verbali con cui fiumi, foreste e animali comunicano. Nel suo libro È vivo un fiume? , Macfarlane spiega quanto sia importante non “parlare per” queste realtà, evitando il rischio del “ventriloquio”, ma capire cosa hanno da dire.
Questo richiede un cambiamento culturale che coinvolga non solo attivisti o comunità indigene, ma anche istituzioni, aziende e governi. Solo mescolando saperi tradizionali e scienze moderne si potrà creare una legge efficace e rispettosa, capace di ascoltare e proteggere la varietà di voci che abitano la Terra.
I progressi non mancano: in Ecuador la foresta di Los Cedros è stata difesa da sentenze basate sui diritti della natura, bloccando lo sfruttamento minerario. In Canada, la collaborazione tra popolazioni indigene e ambientalisti ha portato a leggi per proteggere il fiume Magpie, un riconoscimento che non è solo simbolico ma anche giuridico e politico.
Nuove sfide per il diritto ambientale
Non mancano però domande difficili e controversie. Se un fiume ha diritti, può avere anche doveri? Chi è responsabile se un ecosistema causa danni, come un’alluvione? Dove finisce l’autonomia di un albero o di un sistema naturale complesso? E come evitare che i tribunali si trovino sommersi da problemi troppo complicati?
Questi interrogativi mostrano che serve un ripensamento profondo del diritto, più flessibile e capace di dialogare con i ritmi e le dinamiche della natura. La sfida non è solo riconoscere diritti ma definire responsabilità, strumenti di controllo e rispetto tra specie diverse.
La storia insegna che sarà un percorso lungo e non lineare. Ma proprio la pazienza e la capacità di ascolto che alberi e fiumi ci mostrano ci invitano a costruire con calma, passo dopo passo, un futuro possibile fondato sulla conoscenza e la collaborazione.
Da molte voci un nuovo diritto: la trasformazione in corso
Il riconoscimento del più-che-umano non è solo un tema ambientale o filosofico, ma una vera rivoluzione culturale che cambia la nostra idea di comunità e di giustizia. Ci chiede di superare un umanesimo chiuso per abbracciare un’antropologia relazionale, che vede l’uomo come parte di reti complesse insieme ad altre specie e elementi.
Le proposte di un postumanesimo autentico sottolineano l’importanza di una società multispecie, antirazzista, antiabilista e antispecista, capace di interagire senza appropriazione o sfruttamento. Questa visione si intreccia anche con le critiche all’idea di Antropocene, considerata da alcuni troppo generica per descrivere crisi ambientali legate a responsabilità molto diverse. Concetti alternativi come Capitalocene o Wasteocene cercano di mettere a fuoco come sfruttamento e scarti siano prodotti culturali e politici, non fatti naturali.
In questo quadro complesso, la questione dei diritti del più-che-umano diventa cruciale: la sopravvivenza del pianeta e delle comunità umane passa anche dal rispetto e dalla tutela di questi diritti.
