«Non c’è nulla di importante che nasca senza un po’ di rumore». Questa frase di Jacques Attali mi è rimasta impressa. Non perché il rumore sia solo un fastidio, ma perché, secondo lui, fa parte dell’essenza stessa della musica. All’inizio mi sembrava un’idea banale. Poi ho incontrato Damon Krukowski, batterista dei Galaxie 500, che nel suo libro esalta l’analogico, difendendo quei “difetti” del suono come la sua vera anima. Qui non si parla solo di musica o tecnologia. Si discute di come scegliamo di ascoltare, di come decidiamo cosa sia rumore e cosa no. Perché, a ben vedere, quella distinzione è anche una questione politica.
Suono analogico vs digitale: un confronto acceso
Nel suo libro del 2019, Krukowski non lascia spazio a dubbi: l’analogico ha un valore che il digitale fatica a replicare. Sembra una posizione fuori dal tempo, in un’epoca dominata dai bit e dai pixel, ma lui, con la sua esperienza da musicista che usa registratori a quattro tracce e sintetizzatori semplici, racconta un’altra storia. Una storia fatta di limiti tecnici che diventano parte della creatività, di un suono che nasce nel momento stesso in cui lo fai.
Le macchine analogiche lavorano in tempo reale: non puoi cancellare o ritoccare tutto a piacere. Il digitale, al contrario, scompone il suono in numeri, eliminando ogni rumore e lasciandoti un segnale pulito, quasi sterile. Ma allora: chi stabilisce cosa è segnale e cosa rumore?
Krukowski richiama Claude E. Shannon, il padre della teoria dell’informazione, per spiegare che la linea tra segnale e rumore non è affatto semplice. Nel digitale, questa distinzione è decisa in anticipo, in modo rigido, senza lasciare spazio all’ascoltatore. Ma il rumore può essere un valore. Pensate al fruscio nelle vecchie registrazioni di Jimi Hendrix o ai suoni di fondo in “Here Today” dei Beach Boys: sono parte della storia o semplici errori da eliminare? Per Krukowski, questa scelta nasconde poteri esterni che vanno oltre la semplice esperienza d’ascolto, coinvolgendo cultura e politica.
Marcello Newman: musica, comunità e resistenza all’omologazione
Il confronto tra analogico e digitale mi è tornato in mente quando ho incontrato Marcello Newman, musicista romano che unisce musica, impegno culturale e senso di comunità. Nel suo disco solista Emotional Park, Newman vede la musica come uno strumento per capire se stessi e per stare insieme, lontano dall’iper-professionalismo e dalla fredda logica del mercato.
Per lui l’imperfezione è un valore, una forma di resistenza. Prendete l’album Osaka Bridge di Maher Shalal Hash Baz: non è tecnica pura, ma un’esecuzione “celestiale” fatta di errori e spontaneità. Newman crede che la musica amatoriale, quella suonata intorno a un fuoco, sia l’essenza vera dell’arte musicale.
Questa idea si sposa con il pensiero di Enrico Monacelli, che nel suo libro sulla musica lo-fi parla di un’estetica che sceglie la scarsa fedeltà come gesto contro la standardizzazione commerciale. Newman, poi, si ispira a Burt Bacharach: melodie semplici e sincere, che evitano l’intellettualismo per arrivare dritto al cuore.
Emotional Park: la musica come racconto di vita e lavoro
Emotional Park nasce da un percorso personale, tra la vita artistica e quella professionale, con il desiderio di farle convivere. Scrivere in inglese, collaborare con altri musicisti e mettere nei brani riflessioni sul lavoro e la quotidianità è un modo per condividere una musica vera e accessibile.
L’esperienza di Newman come chitarrista nei tour con i Cani, una delle band più rappresentative dell’indie italiano, è stata fondamentale: suonare davanti a un pubblico caldo e con musicisti navigati lo ha spinto a mescolare energia rock e sensibilità intime.
Nel frattempo, ha dato vita alla “Cena delle band” a Roma, serate dove musicisti si ritrovano per riscoprire la dimensione collettiva della musica. Da lì sono nati festival e progetti come Musicoterapia Adulti e Supersuono. Il festival Giovani Spiriti Città Infame dà spazio a band locali, rigorosamente legate a un rock libero e amatoriale, una risposta concreta alla solitudine del musicista solista.
Musicoterapia Adulti: l’improvvisazione come libertà
Musicoterapia Adulti è un progetto che punta sull’improvvisazione collettiva, senza accordi o regole fisse. Le sessioni, registrate e pubblicate online, scorrono senza pause, ricordando la radio libera e sperimentale.
Per far funzionare il player usano un Raspberry Pi, programmato dai membri stessi del gruppo: un esempio di “fai da te” che rispecchia la partecipazione attiva e la genuinità della scena romana indipendente. Il fatto che il sistema si blocchi spesso non è un problema, ma una prova della natura artigianale e viva di questi esperimenti.
In fondo, la domanda è semplice: come creare spazi di libertà in una città complessa come Roma? La risposta di Newman è chiara: serve costruire comunità artistiche basate su condivisione, ascolto e impegno.
Roma, la musica e il capitale sociale
Negli ultimi anni Roma ha visto nascere tante iniziative: Trasformativa, una rassegna itinerante di improvvisazione, o appuntamenti come Strrronz 3 e Mashing Pot, dedicati a scene specifiche. Sono momenti che cercano nuove forme di aggregazione, lontano dal mercato e più vicini al rapporto diretto tra musicisti e pubblico.
Newman insiste sull’importanza di avere un locale fisso dove suonare spesso, per migliorare sul palco e costruire un pubblico fedele. Queste pratiche, dice, sono una forma di capitale sociale, come dimostra Robert D. Putnam: associazioni sportive o cori amatoriali rafforzano la coesione sociale e stimolano la partecipazione.
Per Newman la musica resta prima di tutto un fenomeno umano e sociale, un ponte tra le persone. Solo coltivando fiducia e relazioni può evitare di diventare un prodotto vuoto o un’arte isolata. Un messaggio che apre spunti importanti per la cultura di oggi, sottolineando il valore politico e comunitario della musica.
