Un bambino è sdraiato a pancia in giù su una sedia piccola, le braccia e le gambe sospese nell’aria. I suoi occhi si spostano rapidi da un angolo all’altro della stanza, curiosi e attenti. Arriccia il naso, sorride, cerca di ritrovare l’equilibrio. In quel gesto semplice, ma intenso, si nasconde qualcosa di fondamentale: la costruzione della nostra percezione di noi stessi e del mondo. Non è solo un movimento fisico, ma un intreccio di sensazioni, emozioni e pensieri. Ogni respiro, ogni sguardo, ogni piccolo spostamento del corpo contribuisce a definire chi siamo, a disegnare la nostra realtà interiore e quella esterna. La nostra esperienza sensoriale è un mosaico complesso, più profondo e articolato di quanto spesso immaginiamo.
Innato o appreso? Il sottile confine nei primi mesi di vita
Da sempre si cerca di capire quanto delle nostre capacità sensoriali e cognitive dipenda dall’eredità genetica e quanto dall’esperienza. Su questo tema interviene il neuroscienziato Giorgio Vallortigara nel suo libro del 2023, Il pulcino di Kant, mettendo in guardia sul significato impreciso della parola “innato”. Le risposte automatiche che abbiamo fin dalla nascita non sono rigide, ma capacità biologiche evolute che si sviluppano in continuo scambio con l’ambiente.
Gli esperimenti sui pulcini hanno mostrato che i piccoli reagiscono istintivamente a figure visive simili a volti umani, come un semplice triangolo rovesciato formato da tre punti. Questa attenzione automatica a certi stimoli visivi si ritrova anche nei neonati, evidenziando una predisposizione comune a specie diverse, con antenati risalenti a centinaia di milioni di anni fa. Oltre alla vista, altri riflessi si attivano davanti a oggetti in movimento o alla percezione di corpi solidi che occupano uno spazio. Questi segnali segnano una fase cruciale in cui l’evoluzione ha “programmato” il cervello a interagire con gli stimoli esterni, affinché la percezione e la conoscenza si sviluppino insieme.
Questa dinamica dimostra che mente e corpo lavorano fianco a fianco fin dai primi mesi. Ribalta il luogo comune che li vuole separati: non è così. Si completano, si influenzano a vicenda, formando un universo sensoriale sempre in movimento, non un semplice riflesso di stimoli, ma una costruzione continua.
Il sesto senso: tra mito e scienza del senso di sé
Nel linguaggio comune il “sesto senso” spesso indica la capacità di intuire ciò che è nascosto o pericoloso, quasi una specie di chiaroveggenza. La scienza invece lo lega a meccanismi corporei reali, fondamentali per percepire noi stessi e l’ambiente. Questo senso nascosto è in realtà un insieme di sistemi come la propriocezione, il sistema vestibolare, quello oculomotorio e somatosensoriale: sensi interni che ci dicono dove sono le parti del corpo, come mantenere l’equilibrio e come ci muoviamo.
La propriocezione ci fa sentire gli arti, capire dove sono senza doverli guardare, muoverli con consapevolezza. Il sistema vestibolare nell’orecchio interno aiuta a mantenere l’equilibrio e l’orientamento. Sono sensi invisibili ma essenziali per muoverci nello spazio e costruire quel senso di “io corporeo” che è alla base della nostra identità.
Nel XIX secolo, studiosi come Jan Evangelista Purkyně e Charles Scott Sherrington hanno descritto queste funzioni, mostrando come i muscoli e il cervello dialoghino per creare la sensazione di movimento e posizione. Sherrington coniò il termine “propriocezione” e spiegò come il cervelletto e la corteccia somatosensoriale gestiscano questa percezione.
Il cervelletto, situato nella parte posteriore del cranio, è fondamentale non solo per equilibrio e coordinazione, ma anche per la memoria motoria e processi cognitivi legati al senso del sé. Sorprendentemente, questa struttura si trova anche in animali primitivi come gli squali, suggerendo che il senso di sé e il controllo del movimento hanno origini molto antiche.
Multisensorialità: quando i sensi lavorano insieme
Per anni abbiamo pensato che i sensi fossero cinque: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. Ma oggi sappiamo che è una semplificazione. I sensi lavorano insieme, si influenzano a vicenda, creando una percezione del mondo molto più complessa. Il tatto, ad esempio, non è uno solo: registra pressione, temperatura, dolore e altri segnali grazie a diversi recettori.
C’è poi il sistema enterocettivo, che monitora l’interno del corpo – il battito del cuore, la pressione sanguigna – e contribuisce alla nostra consapevolezza corporea e al benessere. Questi segnali spesso passano inosservati, ma plasmano il modo in cui viviamo e reagiamo.
Un fenomeno chiamato crossmodalità spiega come i sensi si influenzano a vicenda. Per esempio, il gusto non dipende solo dalle papille gustative, ma anche dall’olfatto, dal tatto e dal contesto. Durante un volo, il rumore costante modifica la sensibilità gustativa: il succo di pomodoro sembra più intenso perché il rumore cambia la percezione di dolce, amaro e salato, facendo risaltare la nota umami.
Queste interazioni spiegano molte curiosità quotidiane. La temperatura di un cibo, la qualità delle posate, persino l’aroma di un ambiente cambiano la nostra esperienza sensoriale. Un cucchiaio più pesante, per esempio, fa sembrare più gustoso un piatto.
Neuroscienza e percezione: come i sensi costruiscono la realtà
Solo negli ultimi decenni la scienza ha cambiato il modo di vedere percezione e conoscenza, abbandonando la vecchia separazione tra mente e corpo, innato e apprendo. Neuroscienziati come Antonio Damasio e studiosi di neuroestetica hanno messo in luce che il cervello non riceve passivamente stimoli oggettivi, ma costruisce una realtà soggettiva, filtrata dai sensi e dal contesto culturale.
L’idea che colori, odori e suoni siano proprietà intrinseche degli oggetti è superata. Oggi sappiamo che il cervello crea queste informazioni da segnali incompleti e spesso contrastanti, riorganizzandoli per motivi legati alla sopravvivenza e all’adattamento all’ambiente.
Basta pensare alla luce ultravioletta: invisibile per noi, ma vivace per le api. Oppure ai feromoni, fondamentali per molti animali, ma impercettibili per gli umani. Inoltre, le esperienze sensoriali cambiano in base alle aspettative e alla cultura: lo stesso odore può suscitare piacere o disgusto a seconda dei ricordi e del contesto.
Questa complessità porta a ripensare anche la scienza stessa, vista come una costruzione culturale influenzata dalle visioni dominanti. La predominanza della vista nella narrazione scientifica dell’Ottocento è un esempio, oggi si cerca un approccio più integrato.
Tra le riflessioni più profonde c’è l’idea che i sensi ci mostrano solo una parte della realtà, filtrata da corpo e cervello per essere utile alla sopravvivenza e all’interazione quotidiana. Così la “conoscenza” diventa un prodotto biologico e culturale, un rapporto dinamico tra stimoli, percezione e riconoscimento che crea il senso di sé e il modo in cui viviamo il mondo.
