Val d’Orcia tra patrimonio UNESCO e minacce: il futuro del paesaggio simbolo della Toscana

Redazione

27 Luglio 2026

La Val d’Orcia sembra un dipinto vivente: cipressi allineati come sentinelle, colline morbide che si perdono all’orizzonte, un casolare solitario a vegliare sulla strada bianca. È la Toscana più iconica, quella che tutti conoscono e amano, immortalata in fotografie, raccontata in bottiglie di Brunello. Dal 2004, questo paesaggio è patrimonio Unesco, un modello di bellezza coltivata e governance che affonda le radici nel Rinascimento. Ma dietro quella facciata armoniosa si nasconde una storia meno scontata, fatta di scelte che hanno trasformato la valle. E allora, chi decide cosa è sacro e cosa può essere messo da parte?

Val d’Orcia: un paesaggio “costruito” nel Novecento

Chi oggi si perde nella dolcezza delle colline toscane forse non sa che, fino agli anni Trenta del Novecento, quella terra era ben diversa. Non un paradiso verde, ma un territorio duro, segnato da calanchi e biancane, con un suolo arido e difficile da coltivare. Viaggiatori del Grand Tour come De Brosses o Thomas Gray la descrivevano come una terra brulla, quasi ostile, lontana dall’idea romantica della Toscana.

Tutto cambiò a partire dal 1929, quando il Consorzio per la trasformazione fondiaria avviò una bonifica massiccia. Tra ruspe e miniere, i calanchi furono rimodellati, i corsi d’acqua incanalati. Tra i promotori c’era il marchese Antonio Origo, che immaginava un’agricoltura mezzadrile. Fu in quegli anni che nacque il paesaggio da cartolina, con le sue strade bianche incorniciate dai cipressi, disegnato anche grazie all’architetto inglese Cecil Pinsent. Un progetto ispirato ai dipinti gotici senesi e agli affreschi di Ambrogio Lorenzetti, simboli di un buon governo ideale.

In sostanza, la Val d’Orcia così come la conosciamo è un prodotto del Novecento, un paesaggio costruito dall’uomo e poi presentato come se fosse naturale e immutabile. Anche l’Unesco, nelle sue motivazioni, parla di un “rinascimentale” ridisegno, ma si tratta di un’interpretazione che salta a piè pari secoli di storia. Così una valle profondamente trasformata diventa simbolo di un ideale antico, congelato nella memoria come bellezza originaria.

Paesaggi, potere e trasformazioni: una storia che si ripete

Vale la pena allargare lo sguardo oltre la Val d’Orcia e chiedersi cosa davvero sia il paesaggio. Non è mai un dato fisso o una natura “vergine”. Ogni territorio porta le tracce di millenni di interventi umani, dai primi cacciatori-raccoglitori che usavano il fuoco per modificare l’ambiente, fino all’agricoltura stanziale che ha segnato confini e proprietà.

Storici come Emilio Sereni hanno mostrato come il paesaggio racconti chi possedeva la terra e chi la lavorava. Lucio Gambi ha sottolineato come dietro l’estetica si nascondano rapporti di potere e dominio. Negli anni ’80, Eric Hobsbawm e Terence Ranger hanno spiegato come tradizioni e identità siano spesso costruite a tavolino per nascondere origini recenti. Lo stesso vale per i paesaggi: si scelgono alcune forme, le si dichiarano “naturali” o “tipiche”, e le si sottrae al tempo, come se fossero immutabili. Il paesaggio, insomma, è sempre una questione di interessi, potere e narrazione.

Transizione energetica e tutela del paesaggio: un equilibrio fragile

Il dibattito sulla transizione energetica in Italia mette in luce quanto sia complicato conciliare rispetto per il paesaggio e necessità di energia pulita come solare ed eolico. La legge individua le zone “idonee” per gli impianti usando criteri spesso rigidi e poco legati alle caratteristiche reali del territorio. Distanze fissate a priori escludono ampie aree intorno a beni culturali o paesaggistici, senza valutare caso per caso.

Nel 2024, ad esempio, la normativa ha stabilito distanze precise e limiti sull’uso del terreno agricolo, ma questa rigidità ha creato confusione: sentenze del TAR hanno cambiato più volte le regole, e in Sardegna le moratorie regionali sono state bocciate perché troppo restrittive rispetto agli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili.

Il risultato è una divisione netta: da una parte aree “sacre” come la Val d’Orcia, dove gli impianti non sono ammessi; dall’altra, territori meno tutelati, spesso fragili, come i crinali lucani, diventati uno dei principali poli dell’eolico in Italia.

Tra Val d’Orcia e Basilicata: due volti della trasformazione

La contraddizione emerge con forza se si confronta la Val d’Orcia con la Basilicata, cuore dell’eolico italiano. Le pale eoliche, alte come grattacieli, cambiano per sempre il profilo delle colline. Chi le difende sostiene che ci si può abituare, ma il paesaggio cambia, eccome.

Allo stesso tempo, la Val d’Orcia ha vissuto trasformazioni profonde, anche se meno evidenti. La scelta di proteggerla come un’opera d’arte ha escluso ogni sviluppo energetico dentro la valle, spostando gli impianti altrove. È la dimostrazione di come una trasformazione venga celebrata e l’altra vista come una minaccia. Ma entrambe sono il risultato di una logica di potere: decidere cosa va preservato e cosa sfruttato.

Non è un fenomeno solo toscano o lucano. La bonifica delle paludi pontine negli anni Venti, promossa dal regime fascista, è un altro esempio di “riscrittura” territoriale guidata da interessi politici ed economici, con impatti sociali e ambientali pesanti, spesso dimenticati o idealizzati.

Dietro la tutela e la trasformazione: il nodo del potere

Dietro il confronto spesso acceso tra conservazione e sviluppo c’è una questione di fondo: chi decide? Le definizioni di “paesaggio” e “suolo agricolo” diventano strumenti per includere o escludere intere aree da certe attività, senza sempre considerare davvero le caratteristiche dei luoghi o le esigenze delle comunità.

Il sistema di permessi e vincoli definisce in anticipo il destino dei territori, spostando il dibattito da quello tecnico ed estetico a quello del controllo e della proprietà. La scelta tra protezione e trasformazione sembra scontata, ma nasconde chi ha tracciato quella linea e con quali interessi.

Per affrontare davvero la sfida della transizione energetica e della tutela del patrimonio paesaggistico serve uno sguardo attento alla storia dei territori. Riconoscere le trasformazioni e i rapporti di potere che hanno modellato l’oggi, senza farsi ingannare dall’idea di una natura immutabile. Solo così si può arrivare al punto cruciale: chi decide cosa è sacro e cosa si può sacrificare, e chi ci guadagna.

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