Il polpo gigante che gioca a “palla”: scoperta sorprendente all’acquario di Seattle

Redazione

24 Luglio 2026

Nel 1997, all’acquario di Seattle, una femmina di polpo gigante attirò l’attenzione di due scienziati in modo inatteso. Con getti d’acqua, spostava un flacone come fosse una palla, un comportamento che nessuno si aspettava da una creatura marina. Roland Anderson e Jennifer Mather capirono subito che quel gesto apriva una finestra sul mondo del gioco, un universo spesso considerato esclusivo degli esseri umani o, al massimo, dei mammiferi più evoluti.

Giocare, però, non è solo rincorrersi o azzuffarsi come fanno i cuccioli. È qualcosa di più profondo, che attraversa specie distanti tra loro e coinvolge intelligenza e socialità. David Toomey, docente all’University of Massachusetts Amherst, ha raccolto molte di queste storie nel suo saggio Nel regno del gioco, uscito nel 2026. Qui, il gioco emerge come un fenomeno che sfida le nostre idee tradizionali, mettendo in discussione il confine netto che spesso tracciamo tra uomo e animale. Scimmie che si lanciano dagli alberi, polpi che si divertono con oggetti, creature che sembrano giocare per il semplice piacere di farlo. Un segnale chiaro: il gioco è più universale di quanto pensassimo.

Polpi che giocano: la scoperta che ha cambiato tutto

Quando Roland Anderson vide quel polpo gigante “giocare” con un flacone, si trovò davanti a qualcosa di mai visto. Non era solo curiosità: il polpo manipolava l’oggetto con un’intenzione chiara, muovendolo e lasciandolo tornare con la corrente d’acqua, come a farlo rimbalzare. Non era un comportamento casuale, ma un’attività ricreativa vera e propria. Quel momento scosse il mondo della biologia animale, che fino ad allora considerava il gioco quasi esclusivo dei mammiferi e degli uccelli.

La femmina di polpo divenne un simbolo di come il gioco non sia riservato solo agli animali con cervelli “complessi”, ma una pratica diffusa e varia. Da allora la ricerca si è allargata, riconoscendo nel gioco un segno di intelligenza e benessere anche nelle specie acquatiche. Osservare quel polpo ha spinto gli studiosi a riflettere sulle funzioni profonde del gioco, sulle sue origini e sul suo ruolo nell’evoluzione.

Quel “gioco” spontaneo a Seattle ha aperto la strada a una nuova visione: il gioco è movimento, interazione, sperimentazione, e non sempre risponde a un bisogno immediato di sopravvivenza. Piuttosto, fa parte di un processo più ampio di crescita e adattamento, ampliando la nostra comprensione del comportamento animale.

Gioco animale: perché è così difficile definirlo?

Una delle sfide più grandi nello studio del gioco è proprio capire cosa sia. David Toomey fa notare che negli ultimi decenni sono nate molte definizioni, spesso diverse tra loro. Negli anni ’80, l’etologo Robert Fagen descriveva il gioco come una serie di comportamenti senza uno scopo immediato, che comprendeva lotte amichevoli, inseguimenti, manipolazione di oggetti e ripetizioni di azioni. Un quadro molto ampio, dove spesso è difficile tracciare una linea netta tra gioco e comportamento “normale”.

Allo stesso tempo, Marc Bekoff e John A. Byers avevano una visione più focalizzata sul movimento volontario, definendo il gioco come la ripetizione alterata di schemi motori senza uno scopo preciso. Qui il punto chiave è la variabilità e la mancanza di una funzione immediata.

Nel 2005, lo psicologo Gordon Burghardt ha messo insieme cinque criteri per riconoscere il gioco nei vertebrati: non avere una funzione immediata, essere volontario, esagerare i movimenti, non ripetersi in modo stereotipato e avvenire in condizioni di benessere . Nonostante questi progressi, il gioco resta difficile da incasellare, perché si manifesta in modi così diversi da specie a specie.

Il gioco sfugge a definizioni semplici. Può andare dall’auto manipolazione all’interazione sociale, e cambia a seconda del contesto. Per questo è ancora un tema aperto, che genera più domande che risposte.

A cosa serve il gioco? Tra preparazione alla vita e legami sociali

La domanda più grande è: perché l’evoluzione ha scelto il gioco? L’ipotesi più diffusa è che il gioco sia un allenamento per affrontare situazioni imprevedibili da adulti. Attraverso il gioco, gli animali sperimentano azioni, affinano abilità motorie e cognitive, e migliorano la capacità di collaborare o competere.

Il gioco rafforza anche i legami sociali, favorendo la cooperazione e l’apprendimento reciproco. In molte specie i giovani si azzuffano o si inseguono senza farsi male, acquisendo esperienza in un ambiente “protetto”. In questo senso il gioco è una palestra naturale, che prepara a sfide vere ma anche un modo per rinsaldare i rapporti.

Un’altra prospettiva lo vede come stimolo fisico e mentale: muove il corpo ma anche la mente, dando spazio alla creatività e alla sperimentazione di nuove strategie. Questo aspetto è evidente soprattutto in specie con cervelli più complessi, che mostrano giochi elaborati e vari.

Nonostante tutto, non c’è ancora un quadro condiviso. Il gioco resta un mistero, perché fa tante cose insieme e cambia da specie a specie. Per questo serve continuare a studiarlo da angolazioni diverse.

Giocare tra animali: esempi che sorprendono

Il libro di Toomey è un viaggio nel mondo del gioco animale. Le storie raccolte raccontano forme di gioco che stupiscono anche i più scettici. Suricati che si inseguono, maialini che si lasciano cadere sul dorso, giovani scimmie eritrocebe che si buttano dagli alberi per atterrare sul prato: un mondo ricco di attività ludiche.

Ci sono anche esempi insoliti, come i bombi che interagiscono con palline di legno o pesci che si inseguono in modo simulato. Anche i grandi predatori giocano: i varani di Komodo mordono e scuotono scarpe come cani impazienti di una partita. Questi episodi mostrano che il gioco attraversa specie e ambienti diversi.

Il gioco coinvolge adulti e cuccioli, maschi e femmine, con modalità variabili. I lupi adulti si inseguono e lottano, le madri gorilla si divertono a oscillare con i piccoli o a sollevarli come se volassero. Questi gesti sottolineano la dimensione relazionale del gioco, cruciale per lo sviluppo emotivo e sociale.

Questi esempi dimostrano che il gioco non è solo svago, ma parte integrante della vita animale, che aiuta a sviluppare capacità motorie, sociali e cognitive. Ogni specie sembra “parlare” il proprio linguaggio del gioco, un intreccio complesso di comportamento, emozione e interazione.

Gioco e selezione naturale: un legame insospettabile

Una delle intuizioni più interessanti di Toomey è il confronto tra gioco e selezione naturale. Entrambi non hanno uno scopo preciso, si svolgono continuamente e producono tanti risultati che a prima vista sembrano inutili o ripetitivi. Eppure, in entrambi i casi, ciò che sembra superfluo può diventare fondamentale col tempo.

Gioco e selezione naturale creano ordine dal caos attraverso esplorazione e innovazione. Propongono processi ridondanti, scartano soluzioni inefficaci e conservano quelle vincenti. Questo genera una complessità in continuo cambiamento, fatta di competizione, collaborazione e qualche “trucco”.

La somiglianza sta anche nella loro natura dinamica: quello che oggi è utile, domani può cambiare o sparire, mentre nuove forme nascono dalle esperienze passate. Così il gioco non è solo divertimento, ma parte dell’evoluzione biologica e culturale che attraversa la vita animale e umana.

Questo legame tra gioco e selezione naturale ci aiuta a capire come gli esseri viventi si siano evoluti non solo per sopravvivere, ma anche per adattarsi attraverso il piacere e l’interazione libera.

Gioco, un ponte tra specie diverse

Il gioco è anche un linguaggio universale che abbatte le barriere tra specie lontane. Studi come quelli dell’etologa Elisabetta Palagi hanno mostrato che cani e cavalli possono comunicare profondamente giocando insieme. Il gioco apre la strada alla conoscenza reciproca, alla comprensione dei limiti e delle capacità dell’altro, creando un ponte tra forme di vita diverse.

Toomey racconta scene emblematiche: un uomo e un border collie che dimenticano ruoli e differenze durante una partita a palla. In quei momenti non conta più di che specie siano, ma solo l’atto condiviso. Il gioco dissolve barriere di linguaggio e biologia, diventando un modo diretto e genuino di comunicare. È un’occasione di empatia, dove ognuno si identifica temporaneamente nell’altro, fondato sul piacere condiviso.

Le storie e le ricerche raccolte da Toomey mettono il gioco animale al centro di un discorso più ampio, che mette in discussione ciò che ci separa: cultura, intelligenza, emozione. Il gioco emerge come esperienza comune e ponte tra mondi lontani.

Il futuro della ricerca: il gioco come chiave per capire gli animali

Nel regno del gioco proietta lettori e studiosi in un campo ancora poco esplorato. Il gioco ci sembra familiare e quotidiano, ma studiarlo richiede attenzione per coglierne la complessità.

Le scoperte raccontate mostrano che il gioco non è un dettaglio, ma una chiave per capire cervello, relazioni sociali e l’evoluzione stessa delle specie. La varietà di comportamenti osservati indica che il gioco ha ruoli diversi, ancora da approfondire.

Toomey lancia una sfida: dedicare più tempo e cura a questa realtà così vicina eppure sfuggente. La voglia di scoprire quanto e come gli animali “giocano” crescerà, e con essa la nostra conoscenza. Le pagine del libro ci invitano a fermarci, osservare e ascoltare quel regno nascosto del gioco, pronto a svelare nuovi segreti e prospettive.

Change privacy settings
×