Pier Paolo Pasolini in Palestina: Il viaggio dietro le quinte de Il Vangelo secondo Matteo

Redazione

21 Luglio 2026

Nel 1963, Pier Paolo Pasolini sbarca in Palestina con l’obiettivo di girare Il Vangelo secondo Matteo. Ma quel viaggio si trasforma presto in qualcosa di più profondo. Tel Aviv lo accoglie con un’apparente tranquillità, ma l’atmosfera è tesa, carica di sospetti e di attese. Mancano solo pochi anni alla guerra dei Sei giorni, e la regione è un mosaico instabile: territori frammentati, popoli divisi, un equilibrio precario pronto a spezzarsi. Pasolini attraversa il deserto, dove la vita lotta per fiorire; incontra comunità druse che resistono al tempo; osserva una Terra Santa che sembra fragile sotto il peso delle tensioni; scruta insediamenti israeliani dall’aspetto quasi idilliaco, eppure intrisi di inquietudine. Il suo sguardo coglie un paesaggio lacerato, un presagio di ciò che sta per esplodere.

Palestina sospesa: Pasolini atterra nel 1963

Nel luglio del ’63 Pasolini mette piede a Tel Aviv, città in piena crescita, nata dalle migrazioni ebraiche europee. Il segno del nuovo è ovunque: edifici bianchi in stile Bauhaus e un ritmo frenetico che sembra voler cancellare l’antica Jaffa, la vecchia città portuale. Girando per la regione, il regista nota subito le contraddizioni di quella Palestina: da un lato, zone sotto controllo giordano ed egiziano dove le comunità arabe mantengono costumi e usanze tradizionali; dall’altro, l’avanzata israeliana con i suoi kibbutzim e insediamenti, perfetti, ordinati, quasi innaturali rispetto al territorio originario.

Pasolini parla di un “doppio paesaggio”: da una parte la modernità coloniale israeliana, fatta di rimboschimenti e coltivazioni intensive; dall’altra, le aree arabe rimaste quasi ferme nel tempo. Lungo il Giordano, accanto a un piccolo corso d’acqua, osserva terre piene di storia millenaria, mentre la politica inizia a scuotere quella fragile quiete: dalla nascita dell’OLP all’influenza del Ba’th in Siria, fino alle tensioni con Nasser, il conflitto è ormai dietro l’angolo.

Terra Santa: la realtà dietro il racconto sacro

Una cosa che colpisce Pasolini è la distanza tra il mito sacro e la geografia reale di quei luoghi. Le storie del Vangelo si svolgono in pochi chilometri, tra valli e colline spoglie, lontane dalle visioni grandiose dell’arte occidentale. La Terra Santa appare come un territorio segnato dal deserto e da rilievi aridi, dove la spiritualità si incarna nella semplicità degli spazi piccoli.

Pasolini visita luoghi simbolo come il Monte Tabor, il fiume Giordano e il lago di Tiberiade. Quest’ultimo, chiamato “mare” dagli ebrei, è sorprendentemente piccolo, simile a tanti laghi del centro Italia. Da qui trae una lezione di sobrietà: la vita di Cristo si svolge in un paesaggio modesto, ma carico di significati. Questa “piccolezza” diventa per lui un’estetica di purezza, che guiderà la sua regia verso una rappresentazione semplice ma intensa.

Nel frattempo nota che i corpi degli abitanti, soprattutto quelli che si immergono nel lago, sono troppo perfetti per il ruolo biblico: sani, belli, troppo europei, lontani dalla realtà umile e grezza che vorrebbe raccontare. Questo svela una distanza profonda tra la realtà sociale locale degli anni Sessanta e l’immaginario pasoliniano legato alle radici più antropologiche del Vangelo.

Tra insediamenti e tradizioni: il contrasto tra colonizzazione e mondo arabo

Spostandosi verso i villaggi, Pasolini incontra le comunità druse, un gruppo religioso con credenze miste, che vive al confine tra Israele, Siria, Libano e Giordania. Questi popoli sembrano sfuggire alle grandi trasformazioni della regione: la loro architettura, le abitudini, i volti raccontano di un passato quasi intatto e di un’identità forte, immune alle pressioni politiche del momento.

Ma il paesaggio è già segnato dalla colonizzazione israeliana: i kibbutzim, nati come esperimenti di socialismo comunitario, appaiono a Pasolini come modelli estranei e alienanti. Sono società che cercano di cancellare la presenza araba originaria, trasformandola in quella che lui definisce “un’enorme maceria”. Le città palestinesi tradizionali, come Nazareth, vengono escluse dal film perché ormai mutate da un’urbanizzazione selvaggia, lontana dalle atmosfere bibliche.

Il contrasto tra il mondo arabo originario e quello israeliano si riflette anche nella terra stessa: da un lato, vite semplici e antiche; dall’altro, un paesaggio piegato a una pianificazione coloniale e a un’agricoltura intensiva che cerca di cancellare ogni traccia delle popolazioni native.

Gerusalemme e Betlemme: tra fede, storia e trasformazioni urbane

Il viaggio di Pasolini arriva alle due città simbolo della vita di Gesù: Gerusalemme e Betlemme. Nel ’63 Gerusalemme è ancora divisa: una parte israeliana moderna e una zona palestinese più antica, meno toccata dalla modernità. Il regista vede nella città vecchia un intreccio di storie architettoniche e sociali, un microcosmo dove passato e presente si mescolano.

Questa dualità influenza anche il linguaggio filmico: fino a Gerusalemme domina la purezza e la sobrietà, mentre qui inizia un racconto più complesso, fatto di dimensioni religiose, politiche e pubbliche, legate alla predicazione di Cristo e agli eventi storici successivi.

Betlemme, con la grotta della Natività e il suo villaggio povero e nascosto, è il punto d’arrivo che conferma il legame tra origini bibliche e realtà fatta di miseria, tradizione e strati di storia. Qui Pasolini sottolinea i cicli di oppressione: dai romani agli arabi e palestinesi del Novecento.

La trasformazione antropologica della Palestina sotto Israele

Pasolini coglie un cambiamento profondo, che va oltre l’aspetto estetico: la trasformazione del popolo e del territorio causata dal colonialismo israeliano. Una terra un tempo rigogliosa e multietnica viene ridisegnata, modellata secondo logiche di dominio e sfruttamento che cancellano pian piano “il mondo antico”.

Un simbolo chiave è il disboscamento dei sicomori, alberi autoctoni che rappresentavano socialità e uguaglianza, sostituiti da piantagioni di conifere imposte dal Jewish National Fund dal 1947. Dietro c’è un significato forte: la cancellazione di forme di vita comunitarie e naturali per costruire un paesaggio coloniale, funzionale alla modernità e al capitalismo.

L’espressione di Ben Gurion, “il deserto era uno spreco, doveva fiorire”, traduce una visione che rifiuta la semplicità del deserto, considerandola da eliminare. Per Pasolini, che cercava l’“infanzia del mondo” e un’innocenza primordiale in territori ancora vergini rispetto al potere, questo atteggiamento rappresenta uno scontro radicale.

Una terra senza pace: lo sguardo di Pasolini che anticipa il presente

Oggi gli appunti e le immagini raccolti da Pasolini nel ’63 assumono un valore ancora più tragico. Le tensioni e le violenze, allora appena sotto la superficie, sono esplose in decenni di guerre, occupazioni, stragi e pulizie etniche che hanno trasformato profondamente la Palestina come la conosceva il regista.

Quei paesaggi osservati con uno sguardo malinconico e quasi ingenuo sembrano oggi inghiottiti dalle macerie di conflitti, annessioni e distruzioni di villaggi e campi coltivati. La separazione è svanita in un unico territorio dominato da un conflitto senza fine, dove l’idea di uno spazio palestinese distinto appare sempre più fuori tempo.

Documentari e testimonianze confermano come la trasformazione forzata del territorio abbia cancellato non solo un mondo sociale, ma anche un ambiente naturale, con conseguenze drammatiche per uomini, piante e città. Le immagini pasoliniane restano così una memoria preventiva, una finestra su un’epoca destinata a svanire per sempre.

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