Il 26% degli italiani ha superato i 65 anni: un dato che pesa, eccome, sulle spalle di famiglie e caregiver. L’Italia è tra i Paesi più anziani del mondo e la crescita dell’aspettativa di vita non cancella le fragilità che accompagnano l’età avanzata. Quattro milioni di persone non sono più autosufficienti, ma la questione resta spesso invisibile nei corridoi della politica. A farsi carico di questa realtà sono soprattutto i familiari, travolti da stress emotivo, spese che lievitano e una fatica quotidiana difficile da raccontare. I servizi pubblici intervengono, certo, ma solo nei casi più gravi. E le indennità statali? Circa 500 euro al mese, una goccia nel mare delle necessità reali.
Il lavoro invisibile dei caregiver in Italia
Sono quasi otto milioni gli italiani che assistono un parente non autosufficiente senza essere pagati. Più della metà, il 57%, sono donne. Molti di loro dedicano più di venti ore alla settimana a questa incombenza, che spesso si somma a un lavoro vero e proprio. Questo doppio impegno pesa su stipendio, riposo e stabilità lavorativa. Un mondo complesso, poco raccontato e spesso frainteso. Nel dibattito pubblico prendersi cura di un anziano è visto soprattutto come un gesto d’amore naturale, senza considerare le pressioni economiche e sociali che spingono le famiglie a farsi carico di questa responsabilità.
Uno studio sul campo realizzato da Francesco Diodati fra il 2018 e il 2021 nella provincia di Bologna ha raccolto storie ed esperienze di caregiver, assistenti familiari e psicologi. Il risultato è il libro Curare stanca. Il riconoscimento del caregiving in Italia . L’Emilia-Romagna, dove si è svolta l’indagine, è stata la prima regione a riconoscere ufficialmente il caregiver familiare nel 2014, ben prima di una legge nazionale.
Cura e fatica: il peso economico e psicologico sulle famiglie
Dietro il racconto di chi assiste un anziano c’è spesso una scelta obbligata anche da motivi economici, non solo affettivi. Tommaso, uno degli intervistati, spiega che prendersi cura dei genitori è stata una necessità. La loro pensione è di circa 1350 euro al mese, mentre pagare badanti diurni e notturni sarebbe stato impossibile.
Ma non è solo una questione di soldi. La cura richiede un investimento emotivo enorme: parlare con chi perde la memoria o la parola, gestire medicine, visite e comportamenti imprevedibili è una sfida quotidiana. Queste capacità non si imparano in un attimo, ma a fatica, giorno dopo giorno. Nel Caffè Alzheimer San Biagio di Casalecchio di Reno, un gruppo di auto-mutuo-aiuto per famiglie di malati, si trova conforto nel condividere difficoltà e soluzioni, in un ambiente senza giudizio.
La psicologa che conduce gli incontri ricorda spesso di vedere la persona oltre la malattia, perché anche quando la memoria vacilla, resta un nucleo di consapevolezza.
Il rapporto genitori-figli si trasforma con la malattia
Prendersi cura di un genitore fragile cambia i rapporti di famiglia. I ruoli si ribaltano: il figlio diventa custode e controllore, mentre il genitore si ritrova più vulnerabile. Liliana, una donna intervistata, racconta come il suo legame con la madre si sia trasformato. Da rapporto paritario è diventato uno squilibrio, con la madre che fatica a capire le decisioni prese per lei e vede la figlia come un’autorità severa.
Questo nuovo equilibrio pesa molto dal punto di vista emotivo. La relazione si costruisce su bisogni e responsabilità inaspettate, e la distanza affettiva può far crescere la solitudine di entrambi. È un aspetto poco studiato, ma fondamentale per capire cosa significhi davvero il caregiving.
Assistenti familiari: tra precarietà e aspettative familiari
Oltre ai caregiver parenti, ci sono le assistenti familiari, spesso straniere, che rappresentano una parte fondamentale del sistema di cura. Queste donne arrivano in Italia spesso senza un percorso regolare e si trovano in un lavoro segnato da precarietà e dipendenza dal datore di lavoro.
Molte convivono con gli anziani per anni, in un rapporto che mescola affetto e lavoro. Le famiglie chiedono loro una dedizione simile a quella di un familiare, ma la formazione punta a mantenere un certo distacco, necessario per proteggere la salute psicologica delle assistenti e prevenire il burnout.
Alina, ucraina in Italia da vent’anni, ha affrontato anni di lavoro in nero prima di ottenere un contratto regolare che le ha permesso di rinnovare il permesso di soggiorno. Ma resta esposta a ricatti e a una condizione di fragilità: la paura di perdere il lavoro la costringe spesso al silenzio.
La cura: un peso sociale ancora poco riconosciuto
Chi assiste un anziano fragile vive una condizione di vulnerabilità e dipendenza spesso invisibile. Per le donne caregiver significa sacrifici professionali, pensioni più basse e rinunce personali. Per le assistenti straniere, la dipendenza dal datore di lavoro si traduce in vincoli economici e normativi.
Il dibattito pubblico tende a dividere il caregiving in due narrazioni estreme: da una parte l’epica del sacrificio e dell’amore incondizionato, come nella canzone di Simone Cristicchi a Sanremo 2025; dall’altra, la cronaca drammatica di violenze legate a stress e isolamento. Ma resta fuori scena il quotidiano fatto di impegno, competenze, organizzazione e fatica emotiva.
Il sistema di assistenza in Italia continua a scaricare sulle famiglie responsabilità enormi, senza offrire sostegni adeguati o riconoscimenti formali. Dietro tutto questo ci sono disuguaglianze forti legate a genere, reddito e cittadinanza.
Quando la cura diventa professione
Nel libro di Diodati c’è anche la storia di Giovanni, che dopo aver perso il lavoro si è formato come assistente familiare per prendersi cura della madre novantatreenne. La sua scelta mette in luce quel confine sottile tra cura informale e lavoro retribuito. Dopo un corso simile a quello di Alina, Giovanni spera che la madre lo assuma ufficialmente, dimostrando che la cura ha anche un volto economico che non si può più ignorare.
Curare stanca sposta il tema dal privato al sociale e politico. Le testimonianze raccolte mostrano chiaramente come il sistema di assistenza si regga in gran parte su lavoro non pagato o poco tutelato. E il peso di questo lavoro non è distribuito equamente: grava più sulle donne e su chi ha meno risorse. È proprio da questa dinamica che dipende la tenuta dell’intero sistema di assistenza agli anziani in Italia.