Norge 1926: il volo storico che rivoluzionò l’esplorazione artica italiana ed europea

Redazione

9 Maggio 2026

La notte tra l’11 e il 12 maggio 1926, un gigantesco dirigibile solcava i cieli sopra il Polo Nord. Era il Norge, il primo a raggiungere il punto più a nord del pianeta. A bordo, tre uomini destinati a entrare nella leggenda: Roald Amundsen, Umberto Nobile e Lincoln Ellsworth. Quel volo non fu solo un’impresa tecnica, ma un atto di coraggio puro, sfidando temperature polari e un ambiente spietato. Cento anni dopo, quella traversata rimane un simbolo di avventura e audacia, un pezzo di storia che continua a parlare al cuore di chi ama l’esplorazione.

La conquista silenziosa di una notte polare

Erano le 1.25 del 12 maggio quando il Norge toccò i 90° di latitudine nord. Il sole, che in quelle latitudini non tramonta mai, illuminava con una luce pallida la distesa ghiacciata sotto di loro. Dentro la cabina, la tensione era palpabile. Hjalmar Riiser-Larsen, secondo comandante e navigatore, aveva appena confermato la posizione con il sestante. Amundsen, con voce decisa, annunciò: “Ci siamo!”. Quel momento, carico di significato, chiudeva secoli di mistero e sfide per raggiungere il cuore dell’Artico.

I tre protagonisti lanciarono le bandiere delle loro nazioni sulla banchisa: il vessillo norvegese piantato da Amundsen, la bandiera americana affidata a Ellsworth, che festeggiava il suo 46° compleanno, e infine il tricolore italiano di Nobile, simbolo di un impegno condiviso e di una sfida internazionale.

Oltre il ghiaccio: la traversata fra pericoli e meraviglie

Il viaggio era cominciato il mattino dell’11 maggio da Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard. Il Norge volava a circa 200 metri di quota, mantenendo una velocità intorno ai 72 km/h, sopra un mare di ghiaccio che sembrava non finire mai. Tra le placche ghiacciate, alte anche 4-5 metri, si scorgevano animali come volpi artiche e orsi polari, piccoli segnali di vita in un mondo altrimenti spietato.

La navigazione richiedeva attenzione continua: il colore del ghiaccio cambiava con la luce, passando dall’azzurro all’ambra fino al bianco sporco. Nei suoi appunti, Nobile descrisse con minuzia il paesaggio fatto di placche caotiche e canali tortuosi, un mosaico naturale difficile da decifrare. La tecnologia e l’esperienza si mescolavano a ogni ora di volo, mentre la radio trasmetteva aggiornamenti preziosi al resto del mondo.

Dietro le quinte dell’impresa: uomini e mezzi

Tutto partì da un incontro a Roma nel 1925 tra Amundsen e Nobile. L’ingegnere italiano progettò il dirigibile N1, poi ribattezzato Norge quando passò nelle mani dell’Aeroclub norvegese. Il dirigibile era un colosso di 106 metri, con un’ossatura in acciaio e un rivestimento in tessuto gommato firmato Pirelli. Nobile apportò modifiche importanti: una cabina di pilotaggio più leggera e un rinforzo alla prua per l’aggancio al pilone di ormeggio.

L’equipaggio era un mix internazionale di 16 uomini – norvegesi, italiani, uno svedese e un americano – e persino un cane, Titina, il Fox Terrier di Nobile. Amundsen e Ellsworth rappresentavano le leadership norvegese e americana, mentre Nobile comandava e aveva progettato il mezzo. La loro collaborazione, fatta di competenze diverse ma complementari, fu decisiva per superare le sfide del volo.

Prima della partenza e le insidie lungo il percorso

Prima di decollare da Ny-Ålesund, il Norge aveva già percorso un lungo tragitto attraverso l’Europa, da Roma a Londra, fino alla Norvegia e alla Russia. Per il decollo e l’atterraggio furono costruiti hangar e piloni di ormeggio robusti, indispensabili per un mezzo così grande.

Durante il volo il team dovette fare i conti con problemi tecnici e condizioni difficili. Un motore si bloccò ma venne riparato senza troppi intoppi. Nebbia fitta e formazione di ghiaccio sulla tela del dirigibile misero a dura prova equipaggio e strumenti. Le riparazioni furono continue, la stanchezza pesante, ma la determinazione mai venne meno.

Dopo aver celebrato la conquista del Polo, il Norge puntò verso l’Alaska. La visibilità ridotta e le montagne della Brooks Range complicarono la traversata. Nobile ordinò un atterraggio di emergenza vicino a Teller, un piccolo villaggio inuit. Il diradarsi della nebbia permise una discesa senza incidenti, chiudendo un viaggio di circa 70 ore e 13.000 chilometri.

Un’eredità che sfida il tempo

Quella del Norge resta una pagina storica di esplorazione e ingegneria. A cento anni di distanza, il ricordo di Nobile, Amundsen, Ellsworth e del loro equipaggio è ancora vivo nei luoghi dove tutto accadde. Il pilone di ormeggio a Ny-Ålesund resiste al tempo, così come Teller in Alaska mantiene un legame con quell’evento.

Il Norge è l’unico dirigibile ad aver sorvolato con successo il Polo Nord geografico, a differenza del tragico destino dell’Italia nel 1928 o del tentativo francese nel 2008. I diari di bordo, le fotografie e i documenti custoditi nei musei raccontano una storia di audacia, preparazione e volontà di sfidare l’ignoto. Una testimonianza che ancora oggi parla chiaro: cento anni fa, quegli uomini posero la prima vera firma umana su un angolo remoto del mondo.

Change privacy settings
×