Il realismo crudo di Yousri Alghoul: la guerra in Palestina raccontata dal quartiere di Ard al-Ghoul

Redazione

21 Aprile 2026

La notte del 18 settembre 2025 a Gaza è un assalto incessante: cinquanta esplosioni scuotono la città in poche ore, la casa di Yousri Alghoul trema sotto il fragore, le schegge fischiano troppo vicino. Lui parla, ma rischia di essere colpito da un attimo all’altro. Intellettuale e scrittore, testimone diretto di un inferno che si chiama Gaza, ha lasciato scappare moglie e figli verso sud, lontano dalle bombe che infestano la zona centrale. Ma lui resta. Il peso di quella scelta schiaccia ogni certezza: restare o fuggire? Scrivere o tacere? Raccontare il genocidio o salvarsi? Alghoul non ha dubbi: risponde con la sua penna. La sua resistenza è più di una battaglia letteraria, è un grido di sopravvivenza in un mondo occidentale che vuole guardare, ma non vuole capire.

Ard al-Ghoul, un quartiere sotto assedio: la vita al limite nel 2025

Ard al-Ghoul, spesso confuso con Al-Murabitun, è diventato un campo di battaglia quotidiano. L’aria sa di trincea urbana. Case e muri non sono solo bersagli militari, ma simboli di una vita che resiste. Le esplosioni non distruggono solo pietre e legno, ma cancellano pezzi di memoria. Chi abita qui vive in un’incertezza che non dà tregua, mentre cerca di ritagliarsi un briciolo di normalità: trovare acqua, cibo, un rifugio. Questo inferno contemporaneo a Gaza nel 2025 si vede attraverso gli occhi di Alghoul, che racconta una notte di detonazioni senza fine, ognuna impressa nel cuore e nelle pareti sbrecciate. È la realtà materiale e emotiva che segna la vita degli abitanti, un racconto di sopravvivenza scritto nelle crepe dei muri e nelle ferite dei corpi.

Gli abitanti si muovono in spazi sempre più angusti e ostili. I bambini non giocano più in strada, le scuole chiudono, le strade si riempiono di gente in cerca di una via di fuga o di un riparo. Svuotarsi è la parola d’ordine: fuggire verso sud sembra l’unica salvezza. Ma chi resta combatte un’altra battaglia, quella dell’assenza e del silenzio mediatico. Pochissimo di quello che succede arriva all’esterno, spesso distorto o sepolto da propaganda e indifferenza, mentre il quartiere si sgretola tra bombe e fumo. Alghoul osserva, scrive, non lascia la sua terra nemmeno quando tutto intorno diventa cenere. La sua narrazione prende forza da questo contrasto: chi scappa per salvarsi e chi resta a custodire memoria e comunità.

Scrivere per resistere: identità e lotta nel mezzo del genocidio

Per Alghoul, scrivere non è solo creare, è resistere, è un atto politico e sociale. Nato nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City, la sua vita è intrecciata con la storia collettiva. Essere presente in questo assedio trasforma la parola in un’arma di affermazione dell’identità. Scrivere durante un genocidio significa sfidare il silenzio delle bombe e l’oblio del mondo. Alghoul non si nasconde dietro la paura, non abbandona la sua gente al suo dolore. Tra le macerie di casa e le strade vuote di un quartiere svuotato, la sua voce si fa più forte, è il lamento di chi racconta l’indicibile.

Il dilemma dell’essere intellettuale in un teatro di guerra è drammatico. Si mescolano problemi esistenziali e realtà concrete: la fame, la difficoltà di trovare un posto sicuro per scrivere, la lotta per mantenere viva la narrazione palestinese autentica. Alghoul parla di “follia” per descrivere il suo impegno: scrivere sotto i bombardamenti, senza elettricità, spostandosi di rifugio in rifugio, è il sottile confine tra vita e morte. Ma arrendersi non è un’opzione. Le sue storie riflettono la tensione tra la realtà crudele e l’urgenza di testimoniare, disegnando un modello di intellettuale che non si limita a essere sopravvissuto o osservatore, ma diventa voce attiva e combattente.

Realismo frantumato: parole che spezzano il tempo e la realtà

Le narrazioni di Alghoul hanno uno stile unico, che il traduttore Graham Liddell definisce “realismo fratturante”. Un modo per mostrare come si sfaldano i confini tra mondi opposti: vita e morte, naturale e sovrannaturale, presente e apocalisse. Questo stile rende tangibile l’incredibile realtà dei palestinesi sotto assedio, costringendo chi legge a mettere da parte pregiudizi e certezze. Nei suoi racconti, Alghoul non inventa mondi, ma porta la realtà stessa al centro: Gaza non è una storia di fantasia, ma un presente crudele che va mostrato, visto e compreso.

La sua scrittura è cambiata con il tempo. Prima del massacro del 7 ottobre 2023, i suoi racconti erano intrisi di surrealismo: corpi che diventano acqua o camini, eroi della cultura pop come Iron Man o Hulk usati per raccontare la resistenza quotidiana contro una realtà che travolge corpo e anima. Dopo il genocidio, ha scelto il realismo crudo, lasciando da parte ogni finzione per scrivere un memoriale vivo del conflitto, della fame, delle perdite. Ogni parola è un atto di testimonianza e di sfida contro il silenzio del mondo. Nel suo ultimo libro, mai tradotto in italiano, racconta il dolore intenso e la disperata forza di chi cerca di sopravvivere in mezzo alla distruzione totale.

Strade sbarrate e esilio forzato: tredici anni intrappolato e la fuga nel 2026

L’assedio si estende oltre Gaza. Yousri Alghoul è rimasto bloccato per tredici anni, senza poter uscire a causa delle restrizioni imposte da Israele e da regimi arabi, in particolare l’Egitto. La sua storia dimostra come la libertà di espressione dipenda da fattori geopolitici che superano il conflitto diretto. Essere uno scrittore critico significa pagare un prezzo doppio: non solo raccontare un ambiente ostile, ma vedersi negare la possibilità di portare quella voce altrove. La realtà è questa: la cultura palestinese lotta anche per varcare confini, esistere nel mondo e farsi ascoltare, nonostante i muri politici e le chiusure.

Nel 2026, con l’avanzata militare israeliana e l’escalation del genocidio, Alghoul decide di lasciare Gaza insieme alla famiglia. Una scelta dettata dalla necessità di proteggersi da una distruzione ormai inevitabile. Ma resta saldo nel ruolo di “ambasciatore” della sua città, portando con sé la storia e le ferite di Gaza in Europa, dove lavora come ricercatore a Losanna. Lontano dalla terra natia ma vicino alla sua gente, si impegna a far conoscere la realtà palestinese, un lavoro che considera parte della sua resistenza culturale e civile. Il corpo può essere altrove, ma la voce resta radicata nelle strade distrutte e negli occhi spaventati dei bambini di Gaza.

Testimonianze e sfide: la lotta per sopravvivere e mantenere la dignità

I racconti di Alghoul, i messaggi vocali, i video inviati ai contatti in Occidente sono frammenti di un puzzle doloroso. Immagini di case rase al suolo, bambini in fuga, famiglie spezzate, e lo sforzo di mantenere la dignità sotto assedio si scontrano con il quotidiano più semplice: camminare sette chilometri per caricare un laptop, cercare un posto sicuro dove leggere e scrivere. La sua testimonianza è così concreta da diventare scena palpabile per chi legge: un uomo seduto su un bidoncino di plastica nel fango, con un libro in mano in mezzo alla distruzione.

Questa immagine racchiude la lotta intellettuale e morale. Per Yousri, leggere e scrivere non sono gesti passivi, ma l’arma più forte contro la morte e l’oblio. In mezzo alla fame e al dolore, mantenere viva la cultura diventa un modo per combattere. L’appello è chiaro: non staccare lo sguardo da Gaza, riconoscere il valore umano oltre l’orrore. Chi legge è chiamato in causa, invitato a non essere spettatore passivo ma a condividere la responsabilità della memoria e della parola. Lo scrittore rimasto al nord si fa così figura centrale, anima che racconta la resistenza non solo fisica ma anche spirituale di un popolo perseguitato.

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