Quando abbiamo iniziato a coltivare il ricino, pensavamo a un futuro migliore, racconta un agricoltore del Kenya occidentale. Quasi quattro anni fa, Eni ha avviato un progetto per produrre biocarburante da queste piante, destinato all’aviazione. L’idea era semplice: usare terreni marginali per generare energia pulita, creare lavoro e sviluppo sostenibile. Oggi, però, quella promessa sembra lontana. I piccoli coltivatori si trovano a fare i conti con difficoltà concrete, mentre i finanziamenti e le strategie industriali arrancano. Dietro il sogno verde si cela una realtà fatta di dubbi, importazioni di materie prime alimentari e ritorni economici poco trasparenti. Un percorso incerto, dove le contraddizioni emergono più di ogni altro elemento.
Il biocarburante al ricino: come tutto è cominciato
Il progetto ha preso il via nel 2022, nell’ambito del cosiddetto Piano Mattei, la strategia italiana per la cooperazione con l’Africa orientale, guidata da Eni e sostenuta da un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima, più altri 135 milioni di dollari dall’International Finance Corporation, parte della Banca mondiale.
La scelta delle coltivazioni è ricaduta su alcune zone della costa e dell’entroterra keniota: le contee di Kwale, Kilifi, Isiolo e Meru. Per coinvolgere i piccoli proprietari terrieri sono stati reclutati operatori locali, chiamati “aggregatori”, con il compito di convincerli a destinare i loro campi alla coltivazione del ricino, una pianta non alimentare utile per produrre carburante verde per l’aviazione.
I semi sono stati distribuiti e i primi raccolti raccolti, parte del prodotto viene lavorato in uno stabilimento locale a Makueni, mentre il resto viene spedito alla raffineria di Gela in Italia per la lavorazione finale. In teoria, una filiera che dovrebbe trasformare terreni marginali in energia sostenibile per compagnie aeree come BMW, EasyJet e Ryanair.
Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una struttura complessa, fatta di molte intermediazioni e una gestione frammentata che rendono difficile capire con chiarezza cosa succede dal campo keniota fino al carburante che finisce nei jet in Europa.
Agricoltori kenioti: tra aspettative tradite e difficoltà reali
Oltre cento interviste ai piccoli agricoltori coinvolti raccontano una storia ben diversa da quella promessa. Molti dicono di essere stati spinti dagli aggregatori a convertire in fretta i campi da coltivazioni alimentari a piantagioni di ricino. Il risultato? In molti casi isolamento, mancati pagamenti e nessun sostegno duraturo per le stagioni successive.
Tra queste storie spicca quella di Katsele Shauri Mitsanze, agricoltrice quarantenne che ha abbandonato la coltivazione del mais, fondamentale per sfamare lei e i suoi sette figli, per aderire al progetto. Il mancato ritorno economico ha portato la sua famiglia sull’orlo della fame. Altre testimonianze raccolte da università e ONG mostrano un quadro di disillusione diffusa, soprattutto tra chi prima coltivava cibo destinato al consumo locale.
L’associazione A Sud ha raccolto ulteriori voci direttamente dai campi, accompagnate da analisi critiche sulle modalità con cui Eni ha coinvolto gli agricoltori. Il punto più contestato riguarda la scarsa trasparenza delle intermediazioni e la sottovalutazione degli effetti negativi sulle comunità rurali.
Da parte sua, Eni assicura che solo una minima parte degli agricoltori coinvolti – lo 0,03% – ha avuto problemi, sottolineando che il progetto coinvolge circa 130.000 persone. Resta però il fatto che anche quei pochi casi rappresentano fallimenti contrattuali e rapporti complicati, che meritano un’analisi seria.
Aggregatori locali: il ruolo ambiguo e i problemi di controllo
Il progetto si regge su una rete di intermediari, gli aggregatori, che hanno il compito di convincere gli agricoltori a coltivare ricino e di ritirare e pagare i raccolti. Quando si sono verificati mancati pagamenti o inadempienze, Eni ha dichiarato di aver interrotto i rapporti con gli aggregatori coinvolti.
Ma il sistema è costruito su vari livelli di subappalto: società come Safa e Agricycle si occupano di garantire la qualità e gestiscono i rapporti con gli aggregatori territoriali. Questa complessità complica i controlli e rende più opache le procedure.
In più, alcuni di questi intermediari non hanno certificazioni obbligatorie come l’ISCC , che dovrebbe garantire la sostenibilità ambientale e sociale del ricino coltivato e assicurare che non vengano sacrificati terreni destinati all’alimentazione.
Colza sudafricana nel mirino: ombre sulle materie prime importate
Uno dei nodi più controversi riguarda le materie prime importate. Secondo dati di Transport & Environment, Eni avrebbe acquistato grandi quantità di semi di colza coltivati in Sudafrica, inviati in Kenya per una prima lavorazione e poi spediti in Italia per la raffinazione.
La colza è una coltura alimentare, e il suo uso per i biocarburanti va contro le direttive europee che promuovono materie prime non alimentari per i carburanti “verdi”. Questo elemento cambia radicalmente la narrazione del progetto, che da iniziativa per gli agricoltori locali diventa un modello più complesso e difficile da valutare.
Eni ha ammesso che circa il 40% dell’olio di ricino utilizzato proviene da semi di canola importati dal Sudafrica, spiegando che questa scelta è necessaria per mantenere attivi gli impianti nei periodi di raccolta stagionale. Ma questa giustificazione solleva dubbi sull’aderenza ai vincoli dei finanziatori, che escludono colture alimentari nei progetti sostenuti.
Certificazioni e controlli: un sistema fragile e poco trasparente
Per certificare la sostenibilità delle coltivazioni, Eni punta sulle certificazioni ISCC, che dovrebbero garantire il rispetto degli standard europei su energia rinnovabile, biodiversità e trasparenza. Ma le organizzazioni indipendenti mettono in dubbio l’efficacia di questo sistema.
L’ISCC è un meccanismo volontario, con diversi enti certificatori sparsi nel mondo. Questa molteplicità rischia di creare una gara al ribasso, dove chi viene bocciato può rivolgersi a certificatori più permissivi. Recenti scandali legati a frodi e violazioni nelle importazioni di oli vegetali mettono poi in discussione la solidità del sistema.
Questi elementi, uniti all’opacità della rete degli aggregatori e alla mancanza di dati chiari da parte di Eni, rendono difficile valutare davvero la sostenibilità ambientale e sociale del progetto.
Biocarburanti, numeri sotto le attese e un futuro incerto
Sul piano quantitativo, il progetto non ha centrato gli obiettivi. Si prevedevano 20-30 mila tonnellate di olio di ricino nel 2023, ma nel 2025 la produzione complessiva tra Kenya, Tanzania e Sudafrica si è fermata a meno di 7.000 tonnellate, con gran parte delle materie prime importate da Indonesia e Malesia.
L’Italia importa quasi il 90% delle biomasse che alimentano le bioraffinerie, confermando il ruolo marginale delle produzioni locali, nonostante la retorica che esalta il contributo degli agricoltori africani.
Sul versante politico-industriale, Eni punta sui biocarburanti come pilastro della sua riconversione. Le raffinerie italiane di Porto Marghera, Gela, Livorno, Sannazzaro e Priolo stanno diventando impianti di bioraffinazione, sostenuti anche dalla Banca europea per gli investimenti.
Ma esperti e ONG avvertono: i biocarburanti rischiano di essere usati come scusa per tenere in piedi a lungo il modello dei combustibili fossili nel trasporto, rallentando il passaggio a forme di mobilità più sostenibili e a basse emissioni.
Piano Mattei e cooperazione italiana in Africa: un bilancio complicato
Il progetto si inserisce nel Piano Mattei, varato dal governo italiano per costruire un’alleanza “paritaria” con i Paesi africani, investendo in energia, agricoltura, infrastrutture e formazione. Il piano prevede risorse per 5,5 miliardi di euro, con una parte importante dal Fondo italiano per il clima.
Ma l’esperienza keniota mostra le difficoltà di questa strategia: scarsa trasparenza, uso di colture alimentari importate e denunce degli agricoltori mettono in luce limiti seri nella gestione.
Nel 2026 la Corte dei conti ha aperto un’indagine sulle criticità del Fondo italiano per il clima, segnalando carenze tecniche locali e complessità operative, soprattutto in Africa, che riducono l’impatto e l’efficacia dei progetti.
Nonostante i proclami e gli slogan sul “aiutarli a casa loro”, il caso Kenya rivela come la cooperazione rischi di tradursi in un ritorno di interessi industriali italiani, poco attento ai bisogni reali e alle opportunità delle comunità coinvolte.
Il percorso verso una vera alleanza paritaria resta lungo e pieno di contraddizioni, soprattutto quando i risultati concreti si scontrano con le aspettative di sviluppo sostenibile e rispetto per le popolazioni locali.