Nel cuore degli anni Sessanta, una band chiamata Grateful Dead non suonava solo musica: stava sperimentando un modo tutto nuovo di vivere e condividere. Quel progetto, apparentemente lontano dalla finanza e dalla politica, ha gettato le basi per un’idea che sarebbe riaffiorata decenni dopo, negli anni Novanta, tra i codici e gli schermi dei primi hacker. Andrea Fumagalli ha tracciato questo legame in “Grateful Dead Economy” , un saggio che ora arriva anche al pubblico anglofono con il titolo “Financial Psychedelia and the Commons”. Qui si scopre come due culture così diverse, ma entrambe ribelli, abbiano cercato di scavalcare il capitalismo, inventando nuove forme di condivisione e cooperazione. Non è solo una storia di musica o tecnologia, ma di un’alternativa possibile.
Grateful Dead: la comunità hippie che sfidava il mercato
I Grateful Dead erano molto più di una semplice band. Nati nella San Francisco degli anni Sessanta, vivevano come in un piccolo mondo a parte, una comune con oltre venti persone nel cuore di Haight-Ashbury. Il loro stile di vita metteva in discussione le regole del mercato. La musica non era merce, ma un bene da condividere. I loro concerti attiravano migliaia di persone, spesso gratis o a prezzi simbolici, con i ricavi destinati a sostenere iniziative solidali delle comunità hippie. Anche le radio trasmettevano le loro canzoni senza chiedere un centesimo. Una svolta rivoluzionaria fu la loro apertura totale: permettevano agli spettatori di registrare liberamente i concerti dal vivo, bloccando il commercio tradizionale dei dischi ma diffondendo la loro musica ancora di più.
Nonostante le difficoltà economiche, la band mantenne un atteggiamento quasi giocoso verso il denaro. La storia del reverendo Hart, padre del percussionista, che scappò con i soldi della cassa per finanziare la sua attività religiosa, divenne una canzone ironica: “He’s Gone!”. Un episodio che racconta bene lo spirito dei Grateful Dead: resistenza ai valori materiali, rifiuto della logica del profitto, e una cultura basata sul dono e la condivisione.
John Perry Barlow: dal sogno hippie alla rivoluzione digitale
Tra i ponti più significativi tra il mondo psichedelico dei Grateful Dead e la cultura hacker c’è John Perry Barlow. Paroliere della band dagli anni Settanta e pioniere della comunicazione digitale, Barlow fu anche un attivista del web. Nel 1996, al Forum economico mondiale di Davos, scrisse la celebre “Declaration of the Independence of Cyberspace”, un manifesto libertario che sfidava apertamente i governi, definendo il cyberspazio come uno spazio sociale globale, libero da ogni controllo autoritario.
Quella dichiarazione portava avanti lo stesso spirito antiautoritario delle comunità hippie. La nuova dimensione digitale, grazie a figure come Barlow, veniva vista come un nuovo bene comune da difendere e coltivare. Dietro a musica e rete c’era la stessa fiducia nel comune: la musica come bene collettivo, il cyberspazio come spazio da condividere liberamente.
Beni comuni: dalla cultura hippie a quella hacker
Il concetto di beni comuni è il cuore delle riflessioni di Fumagalli. Le comunità hippie, come quella dei Grateful Dead, vedevano la musica come un patrimonio da proteggere e condividere; la cultura hacker applicava lo stesso principio alle informazioni e agli spazi digitali. Così si superava la solita divisione tra proprietà privata e pubblica, dando vita a nuove forme di socialità basate sulla condivisione e l’accesso libero.
Un esempio concreto è la nascita delle Haight Ashbury Free Clinics, fondate dagli hippie di San Francisco. Fino al 2019, questo centro offriva cure gratuite a chiunque ne avesse bisogno, incarnando il principio di un valore creato per le persone e messo a disposizione senza logiche di profitto.
Queste comunità nascevano come un’esodo attivo dal capitalismo, non come uno scontro frontale. Seguivano il motto di Timothy Leary: “Turn on, tune in, drop out” — accendi la mente, sintonizzati su nuove esperienze, lascia le strutture sociali dominanti per trovare forme alternative di realizzazione. Tutto basato su un valore d’uso prodotto non dal denaro, ma dalla natura e dal lavoro collettivo.
Dalle comuni hippie al capitalismo biocognitivo
Con le tecnologie digitali, conoscenze e saperi sono diventati la nuova materia prima di un capitalismo “biocognitivo”, come lo chiama Fumagalli. Qui svanisce il confine tra tempo libero e lavoro, perché il lavoro creativo invade ogni aspetto della vita.
Franco “Bifo” Berardi parla di “semiocapitale”, sottolineando il ruolo chiave dei segni e dei simboli nei processi produttivi e di consumo. Entrambe le teorie mettono al centro il linguaggio come strumento di conoscenza e cooperazione, in cui l’essere umano è l’“animale parlante” per eccellenza.
L’hippie in comune e il programmatore connesso in rete sono due volti di questo soggetto cooperativo. Però le comunità hippie erano fragili: non avevano abbastanza autonomia economica né una moneta alternativa che sostenesse gli scambi esterni e superasse le difficoltà interne.
Hacker: autonomia e mercificazione della rete
Gli hacker si sono affermati come un’altra controcultura, meno fisica ma basata su connessioni telematiche e scambio libero di informazioni. La tecnologia digitale diventava il mezzo per accedere ai saperi, opponendosi al controllo militare e industriale.
Non si trattava di un esodo fisico, come quello hippie, ma di ritagliarsi spazi di libertà dentro il sistema capitalista, usando la rete per cooperare e diffondere gratuitamente l’informazione. Questa cultura ha dato vita al concetto di “comune” informatico: una rete cooperativa che coinvolge persone, macchine e software.
Ma la rete, che doveva liberare gli individui, è stata presto assorbita dal capitale. Oggi internet sostiene grandi imprese, finanzia operazioni globali e alimenta sfruttamento, mentre la cooperazione collettiva finisce inglobata in logiche di mercato e profitto.
La cooptazione delle controculture e il bivio attuale
Il momento di svolta è stato intorno al 1985, con la nascita di comunità virtuali come The Well, pensate per la libera circolazione delle informazioni, e la creazione di centri come il MIT Media Lab, orientati invece a usare la tecnologia per fini commerciali.
La rete poteva essere uno strumento orizzontale per cambiare la società, ma ha finito per seguire un modello anarco-capitalista che, pur dichiarandosi contro il potere, non mette in discussione i fondamenti del capitalismo: la proprietà privata e il rapporto capitale-lavoro.
Così cooperazione e creatività, colonne portanti delle controculture, sono diventate merci. Le conoscenze, prima codificate in software aperti, sono ora tutelate da diritti di proprietà intellettuale, a vantaggio delle imprese e non più della collettività.
Un’alternativa possibile: moneta e comunità
Fumagalli suggerisce una via d’uscita: rilanciare una forma comunitaria fuori dal sistema capitalistico, introducendo una moneta alternativa. Questa valuta dovrebbe basarsi sulla teoria del valore-lavoro, contando solo il tempo necessario per produrre beni e servizi.
L’idea è una grande banca del tempo, dove il credito di ciascuno si misura sulle ore di lavoro date. Questa moneta non potrebbe generare interessi o prestiti, bloccando così l’accumulo sproporzionato di capitale.
Un sistema simile creerebbe un circuito di scambi indipendente dal capitale, una sorta di “psichedelia finanziaria” che riporterebbe al centro il valore d’uso e la cooperazione, ispirandosi alle esperienze di condivisione nate negli anni Sessanta e Novanta. In sostanza, il vero cambiamento passa per un ripensamento profondo di come funzionano moneta, produzione e rapporti sociali.
