Il 19 maggio 2026, Antigone ha pubblicato il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, dopo trent’anni di monitoraggio costante nelle carceri italiane. Il quadro che emerge è preoccupante: le condizioni di vita dei detenuti peggiorano ovunque. Non si tratta solo di numeri, ma di volti e storie segnate da una stretta repressiva sempre più dura. Le regole si fanno più rigide, le misure di sicurezza aumentano, e chi è rinchiuso paga il prezzo più alto, giorno dopo giorno.
Misure più dure e condizioni sempre più difficili
Il rapporto si intitola Tutto chiuso, un titolo che parla da sé, a sottolineare la svolta repressiva imposta da recenti leggi e circolari. Nel 2025 il sistema carcerario ha visto un aumento delle misure di sicurezza: si è allargato il ricorso al regime di Alta sicurezza e si è fatto più frequente l’isolamento. Queste misure, pensate per tenere sotto controllo i rischi, hanno finito per escludere socialmente i detenuti in modo netto. Dentro le carceri la vita si è fatta più rigida, quasi militarizzata, con regole severe e meno spazio per attività culturali, scolastiche e lavorative.
Dietro a tutto questo c’è una spinta normativa forte: i due decreti sicurezza varati dal governo hanno introdotto nuovi reati, inasprito pene esistenti e reso il sistema più punitivo. Nel capitolo dedicato ai numeri, Antigone segnala oltre 55 nuovi reati e altrettanti aggravanti inseriti nel codice penale e nelle leggi speciali, con una sessantina di inasprimenti sanzionatori. Il risultato è che la popolazione detenuta è destinata a crescere, così come la durata delle condanne.
L’irrigidimento pesa su due fronti: peggiora la vita dentro le carceri e aumenta i costi, tra sovraffollamento, sicurezza privata e danni materiali. I fondi finiscono soprattutto per il controllo e la sorveglianza, mentre si riducono le risorse per corsi di formazione e attività di reinserimento.
Sovraffollamento e suicidi: un’emergenza senza fine
Nonostante le pene più severe, il problema del sovraffollamento resta strutturale. Su 190 istituti penitenziari, 168 superano i limiti di capienza. Il sovraccarico non riguarda solo gli spazi, ma pesa anche sulla salute fisica e mentale dei detenuti.
Il dato più drammatico è quello dei suicidi: nel 2024 se ne sono contati 91, il numero più alto da quando si raccolgono queste statistiche. Un segnale che la gestione sanitaria e psicologica dentro le carceri è sotto pressione e spesso priva dei mezzi necessari.
Antigone sottolinea che per spezzare questo circolo vizioso serve un investimento serio in percorsi di reinserimento e integrazione sociale. Oggi, invece, il carcere sembra sempre più una forma di neutralizzazione: isolamento e marginalizzazione più che un’occasione di cambiamento.
Alta sicurezza, tra isolamento e restrizioni
Il rapporto dedica una parte importante al circuito di Alta sicurezza, dove si trovano i detenuti più “pericolosi”, come quelli condannati per narcotraffico o mafia. Qui la situazione è peggiorata: si sta più tempo in cella e si riducono o vietano attività culturali e lavorative, come i corsi universitari o il lavoro redazionale.
Le restrizioni sono rafforzate da circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che accentuano il carattere punitivo e militare di queste sezioni. Così si taglia ogni possibilità di mantenere legami con l’esterno e si ostacolano le chance di recupero sociale.
In questo scenario, il ruolo delle associazioni indipendenti e dei cittadini che controllano dal basso è fondamentale. Sono loro a garantire un presidio di diritti, soprattutto in un momento in cui molte tutele giudiziarie e sociali si stanno erodendo.
Vite dietro le sbarre: il libro “AS3” racconta le donne di Rebibbia
AS3, il libro di Valerio Callieri uscito nel 2026, offre uno sguardo umano e diretto sulla vita nelle sezioni di Alta sicurezza. Basandosi sulla sua esperienza come insegnante di scrittura a Rebibbia, Callieri racconta storie di donne detenute, con nomi di fantasia ma vicende reali: reati come narcotraffico e furti, ma anche drammi di abusi familiari, maternità negate e dipendenze.
Il racconto si muove tra la detenzione e flashback sulle loro vite, mostrando un senso di oppressione e isolamento. La quotidianità è fatta di rapporti burocratici complicati e richieste spesso negate. Gli incontri con l’esterno, anche se rari, diventano momenti preziosi di umanità.
La cultura ha un ruolo centrale: le protagoniste partecipano a un concorso di scrittura poi cancellato da ostacoli burocratici, e affrontano la tragedia di Antigone in laboratorio. Questo confronto intellettuale aiuta a riflettere su colpa e giustizia, trasformando la cultura in uno strumento di resistenza e crescita personale in un ambiente altrimenti segnato dal silenzio.
Repressione e controllo: il volto autoritario della democrazia
La stretta sulle carceri riflette un clima più ampio che riguarda anche la società civile. Si parla di militarizzazione e autoritarismo, con un restringimento del diritto al dissenso. Il libro Questo libro è illegale raccoglie interventi di esperti e attivisti che spiegano come termini legati alla repressione – dal blocco stradale al Daspo, dalla zona rossa al carcere – siano diventati strumenti per limitare la libertà di manifestare.
Queste misure preventive e il controllo dello spazio pubblico finiscono per escludere interi gruppi sociali, come attivisti, migranti o cittadini impegnati nelle proteste. Il fenomeno si inserisce in una strategia di “gentrificazione repressiva” delle città italiane.
Un riferimento storico è il G8 di Genova del 2001, ancora una ferita aperta per le violazioni dei diritti umani che non hanno avuto vera riparazione. L’assenza di riforme, come l’introduzione di codici identificativi per le forze dell’ordine, fa pensare a una persistenza di logiche autoritarie dentro lo Stato.
Il carcere come specchio della marginalità sociale
L’antropologa Francesca Cerbini, nel saggio Prison lives matter , racconta l’esperienza carceraria con uno sguardo etnografico, mettendo al centro le persone detenute e non solo i numeri o l’etichetta di “criminali”. Il carcere emerge come luogo di disuguaglianze profonde, dove una minoranza criminale conserva privilegi mentre la maggioranza vive esclusione e disumanizzazione.
Dalla sua ricerca emerge un carcere “poroso”, non isolato dalla società, in cui si sviluppano forme di autogoverno che mettono in discussione l’idea del carcere come semplice strumento di ordine pubblico. Queste dinamiche spostano lo sguardo dalla punizione a una possibile nuova lettura culturale del sistema penale.
Protocolli e discrezionalità: il potere nascosto
Nel saggio Protocollo: uno strumento di potere , Enrico Gargiulo analizza i protocolli, regole tecniche che spesso integrano o sostituiscono la legge formale, soprattutto in polizia e carceri. Questi strumenti, apparentemente neutri, codificano dinamiche di potere che influenzano la vita quotidiana.
Gargiulo sottolinea come i protocolli regolino azioni e comportamenti con una flessibilità che può aprire alla discrezionalità e all’arbitrarietà, soprattutto nelle forze di polizia, dove mancano regole chiare sull’uso della forza. Questa situazione rende più difficile difendere i diritti e riconoscere gli abusi.
L’analisi mette in luce come il controllo sociale moderno passi non solo per le leggi, ma anche per apparati normativi poco noti e meno visibili al grande pubblico.
Riformare o abolire il carcere? La sfida di un dibattito aperto
Valeria Verdolini, sociologa del diritto e responsabile di Antigone Lombardia, lancia una riflessione abolizionista in Abolire l’impossibile . Riprendendo i movimenti degli anni Sessanta, invita a mettere in discussione strutture e immaginari solidi, puntando a smantellare il sistema carcerario così com’è, visto l’evidente fallimento della detenzione di massa.
Verdolini distingue tra abolizioni legislative – come quella della schiavitù o dei manicomi – e oppressioni culturali radicate, come il razzismo. Nel caso delle carceri, propone un cambio di paradigma, ispirandosi a Basaglia: applicare alla detenzione principi di cura invece che di isolamento.
In Italia sono oltre 90.000 le persone sottoposte a misure alternative al carcere, ma il sovraffollamento resta tra i più alti d’Europa. Serve ripensare il confine tra società libera e istituzione penitenziaria, riconoscendo la permeabilità tra dentro e fuori.
Verdolini chiude ricordando che l’incarcerazione di massa non riduce i reati, ma aggrava povertà, esclusione sociale e disgregazione comunitaria. Il carcere non protegge né costruisce, ma resta una risposta fallimentare ai problemi sociali più profondi.
Il rapporto Antigone e le riflessioni che lo accompagnano lanciano così un segnale forte: urge una riforma profonda del sistema penitenziario e delle politiche di inclusione sociale, soprattutto in un momento storico segnato da un irrigidimento securitario e da una crescente criminalizzazione delle fasce più fragili della popolazione.
