«Ho preso Ozempic per dimagrire», racconta una donna di 34 anni, «ma ho sentito subito il peso dello sguardo degli altri». Non si tratta solo di una questione medica. Questo farmaco, pensato inizialmente per il diabete di tipo 2, agisce rallentando lo svuotamento dello stomaco e riducendo l’appetito, portando a una perdita di peso graduale. Tuttavia, dietro la sua diffusione si nasconde un problema più profondo: la grassofobia, ovvero quel pregiudizio radicato contro i corpi più grandi. È una battaglia che si combatte su più fronti—nelle cure mediche, nelle relazioni quotidiane, persino nelle norme sociali. Per chi convive con l’obesità, la sfida non è solo fisica, ma anche culturale. Il corpo grasso, troppo spesso, diventa un simbolo carico di stereotipi morali e discriminazioni.
Ozempic: tra successo medico e questione sociale
Ozempic è diventato il simbolo di una nuova generazione di farmaci che agiscono direttamente sui meccanismi biologici della fame e della sazietà. Riproduce l’effetto di un ormone naturale, frenando l’appetito e rallentando la digestione, con una conseguente riduzione delle calorie assunte. Nato per curare il diabete, oggi si usa anche per gestire il peso, cambiando la vita di molte persone.
Ma questo tipo di trattamento sposta la questione dal piano della forza di volontà a quello del controllo farmacologico, togliendo in parte il peso morale dal singolo. Tuttavia, la rappresentazione culturale del corpo più grande resta la stessa: una deviazione dalla norma da correggere al più presto. Ozempic si inserisce in un contesto dove il grasso è visto come colpa e responsabilità personale, dimenticando fattori esterni come l’ambiente, l’economia o le condizioni di vita.
Inoltre, non tutti possono permettersi queste cure: il costo elevato e l’accesso limitato creano nuove barriere. Il “corpo Ozempic” diventa un traguardo riservato a pochi, allargando le disuguaglianze sociali e alimentando un’ossessione per la magrezza come metro di valore.
Grassofobia: un pregiudizio che condiziona la vita quotidiana
Il modo in cui la società tratta le persone con corpi più grandi si basa su pregiudizi profondi. La grassofobia si manifesta su tre livelli: il pregiudizio che sminuisce le persone grasse; lo stigma che le associa a caratteristiche negative come pigrizia o mancanza di autocontrollo; e la discriminazione, che le esclude da vari ambiti sociali e lavorativi.
Questi pregiudizi pesano sulla vita di tutti i giorni: sedili stretti negli aerei, letti ospedalieri troppo piccoli, vestiti disponibili solo in poche taglie, bilance che non funzionano per certi pesi. Non si tratta di errori casuali, ma di scelte che rendono invisibili i corpi grassi.
Anche in campo sanitario la grassofobia fa danni silenziosi ma gravi. Studi recenti mostrano che anche medici e operatori sanitari spesso hanno pregiudizi inconsci, pensando che il peso dipenda solo dalla volontà del paziente o dalla sua adesione alle cure. Questo porta a diagnosi ritardate, terapie meno efficaci e a un rapporto difficile con la medicina, con conseguenze pesanti sulla salute.
Le discriminazioni aumentano con la taglia: chi è più vicino agli standard sociali può farci più fatica, ma chi si discosta maggiormente subisce stigma ed esclusione ancora più forti. Nel mondo dell’attivismo fat acceptance, soprattutto in ambito anglofono, sono nate diverse definizioni per riconoscere queste sfumature, come mid-size, small fat o super fat.
L’epidemia di obesità e la narrazione della colpa
Alla fine degli anni Novanta, l’aumento dell’obesità negli Stati Uniti venne definito “epidemia”. Un articolo del 1999 sul Journal of the American Medical Association segnò una svolta nel modo di affrontare il problema. L’allarme mediatico si diffuse rapidamente, con campagne e grafici che collegavano l’obesità a un rischio sanitario imminente, quasi come un contagio.
Le campagne di prevenzione puntavano soprattutto sulla responsabilità personale, attribuendo la colpa a scelte familiari e abitudini individuali, mentre ignoravano i fattori sociali, economici e ambientali. Aspetti come lavoro precario, costo elevato del cibo sano, città progettate per la sedentarietà e stress cronico venivano messi da parte in nome della “guerra all’obesità”.
Messaggi forti e invasivi, come la campagna Strong4Life negli Stati Uniti, raccontavano storie allarmistiche di vite rovinate da scelte alimentari sbagliate. Così si rafforzava l’idea che magrezza uguale salute, creando una triade di colpa, stigma e pressione sociale che persiste ancora oggi.
Va detto che questa prospettiva è abbastanza recente. Nel Novecento la preoccupazione principale era la malnutrizione, non il sovrappeso. Solo con l’aumento delle malattie legate a stili di vita sedentari e diete industriali, il grasso è diventato un problema centrale per la salute pubblica.
Il BMI: uno strumento impreciso che pesa sulla diagnosi
L’indice di massa corporea è stato adottato nel 1990 dall’Organizzazione mondiale della sanità per classificare il peso in categorie come sottopeso, normopeso, sovrappeso e obesità. Nato nel XIX secolo come misura statistica ideata dal matematico Adolphe Quetelet, il BMI non era pensato per valutare la salute individuale, ma per osservare tendenze di popolazione.
Trasformare il BMI in parametro clinico ha creato problemi. Non distingue tra muscoli e grasso e non considera aspetti importanti come pressione sanguigna, infiammazione o capacità cardiaca. Ci sono persone con BMI alto ma sane e altre con BMI normale già malate.
Oggi il BMI resta uno strumento preliminare, da integrare con altri indicatori per valutare davvero lo stato di salute. In alcuni Paesi asiatici si usano soglie diverse, perché i rischi aumentano con valori di BMI più bassi rispetto all’Europa. Serve un approccio che tenga conto della distribuzione del grasso e dei parametri metabolici, distinguendo tra obesità come malattia e come fattore di rischio.
Quando la medicina riflette vecchi pregiudizi sul corpo
L’uso del BMI in medicina si inserisce in un contesto in cui il corpo grasso ha da sempre avuto una connotazione negativa. Il libro “Fat Phobia” della sociologa Sabrina Strings spiega come dietro a questi giudizi ci siano radici storiche legate a razzismo, colonialismo e morale religiosa.
Nel periodo coloniale, il corpo nero, soprattutto femminile, veniva dipinto come selvaggio e incontrollabile, mentre quello bianco era sinonimo di misura e controllo. Questa immagine serviva a giustificare la schiavitù e a rafforzare gerarchie razziali e sociali.
Allo stesso tempo, la cultura protestante vedeva il controllo degli appetiti come una virtù morale, condannando il grasso come segno di peccato e debolezza spirituale. Nel tempo, queste idee si sono mescolate, creando l’idea che il corpo magro sia la norma etica e sociale da raggiungere.
Ancora oggi questa eredità pesa sulla cultura medica, che medicalizza il peso con un bagaglio di valori e pregiudizi. Il BMI come parametro ufficiale non è neutro: è il frutto di un intreccio complesso tra scienza, storia e morale.
Dal controllo della volontà al controllo farmacologico: cambia il metodo, restano i pregiudizi
L’arrivo di farmaci come Ozempic segna un passaggio importante nel modo di gestire il peso. Si lascia da parte la sola forza di volontà, intervenendo direttamente sul metabolismo per risultati più rapidi. Ma questo cambiamento non scalfisce l’idea culturale che vede il corpo magro come ideale e il grasso come una deviazione da correggere.
Le cause profonde dell’obesità – condizioni socioeconomiche, accesso al cibo sano, città fatte per la sedentarietà – restano intatte. Così il nuovo controllo farmacologico si intreccia con vecchi meccanismi di esclusione, creando nuove disuguaglianze legate all’accesso alle cure.
In più, il valore estetico e sociale del corpo resta centrale. La cultura di oggi celebra corpi che mostrano benessere e status senza fatica, costruendo un ideale difficile e spesso artificiale. I farmaci cambiano la strada per arrivarci, ma non toccano la pressione sociale né il significato simbolico del peso.
Insomma, il dibattito su Ozempic non riguarda solo la salute. È lo specchio di tensioni culturali profonde, che intrecciano corpo, inclusione sociale, accesso alle cure e identità nel mondo di oggi.
