La verità nascosta dietro le guerre jugoslave: il racconto di Gabriele Santoro

Redazione

11 Aprile 2026

Trent’anni dopo la firma degli accordi di Dayton, il confine tra Bosnia e Serbia è ancora una linea segnata dal dolore. La valle della Drina, e in particolare Srebrenica, conserva l’eco di un genocidio che ha spezzato vite e speranze. Nel luglio del 1995, migliaia di uomini furono uccisi in quella che resta la pagina più buia d’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Non si trattò solo di un conflitto armato: crollarono decenni di convivenza tra chiese, moschee e sinagoghe, intrecci di culture e fedi sopravvissuti fino a quel momento. Oggi, la Bosnia-Erzegovina è una terra divisa, dove il passato sanguinario continua a influenzare il presente e la memoria lotta per emergere dalla nebbia del trauma.

La valle della Drina: un genocidio che parla ancora

Nel novembre del 1995, con gli accordi di Dayton si chiuse formalmente il conflitto che aveva devastato la ex-Jugoslavia. Una pace fragile, nata da compromessi politici e istituzionali che hanno lasciato una regione difficile da governare. Gabriele Santoro, giornalista e scrittore, è tornato su quei luoghi per raccontare cosa resta di quei giorni terribili, seguendo la valle della Drina. Nel suo libro “Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica” mette a fuoco il quadro storico, culturale e sociale che oggi segna questo confine.

Srebrenica, un tempo città fiorente nella Jugoslavia di Tito, è stata spogliata della sua gente, diventando simbolo di massacri e disperazione. Nel luglio del 1995, circa 8.372 uomini bosgnacchi, tra i 14 e i 76 anni, furono uccisi durante l’attacco guidato dal generale serbo-bosniaco Ratko Mladić. Quel massacro è riconosciuto come genocidio dalla Corte penale internazionale. Oggi Srebrenica resta una testimonianza vivente di quell’orrore.

Santoro descrive senza mezzi termini le ferite ancora aperte, i “sacchi non individuali” di ossa e resti umani conservati nel Podrinje Identification Center di Tuzla, un’immagine che richiama altri orrori nel mondo. Le atrocità della guerra balcanica continuano a risuonare nelle tensioni di oggi, ricordandoci come la propaganda, la manipolazione dell’informazione e la violenza etnica possano ripetersi ovunque.

Memoria e rimozione: la difficoltà di fare i conti con la verità

Il libro di Santoro si concentra sulle storie personali di chi ha vissuto l’orrore senza cedere all’odio. Racconta dieci vite diverse per età e prospettiva, tutte segnate dalla guerra ma unite dalla scelta di non lasciarsi travolgere dall’ostilità. Tra queste, c’è la storia di Muhamed Avdić, che ha perso il padre nelle mani dei carnefici e che, nonostante l’incontro con uno di loro, rifiuta l’odio in cui invece sono caduti i suoi aguzzini.

L’idea chiave del libro è che l’odio etnico sia più una costruzione politica che un rancore antico. Santoro spiega come il conflitto sia stato alimentato da interessi territoriali, economici e militari ben precisi, nascosti dietro una cortina di divisioni etniche manipolate. Miljenko Jergović, scrittore di punta della letteratura balcanica, ricorda come alleanze e inimicizie siano cambiate continuamente, coinvolgendo anche famiglie miste, fino allo scoppio della guerra. La fragilità della pace si vede anche nella complessità istituzionale della Bosnia di oggi, con una presidenza tripartita che riflette le divisioni etniche e politiche e un sistema partitico che impedisce un’unità nazionale e una verità condivisa.

La società bosniaca convive con una serie di verità parziali, dove criminali di guerra possono essere visti come eroi da alcune fazioni, mentre le vittime e le loro famiglie lottano in un Paese che fatica a ricostruire un cammino di riconciliazione. Anche nelle scuole la divisione si vede, con programmi separati per etnia e con le guerre jugoslave raccontate solo da punti di vista frammentati.

Da Sarajevo a Mostar: segni di rinascita nella cultura e nella resistenza

Nonostante le ferite aperte, ci sono segnali di resistenza e ricostruzione che danno qualche speranza. Santoro attraversa Sarajevo, città simbolo di assedio e distruzione, oggi animata da eventi come il Sarajevo Film Festival, che richiama l’attenzione internazionale su cultura e memoria. Qui incontra donne tenaci: ricercatrici, poete e scrittrici che raccolgono testimonianze, raccontano gli orrori della guerra e lavorano per preservare la memoria.

Mostar, con il suo ponte Stari Most, è un simbolo di unione fra Oriente e Occidente, tra popoli e culture diverse. La scuola di rock della città è l’unico luogo dove le etnie si mescolano senza barriere, dimostrando come musica e arte possano creare legami umani anche in un contesto segnato da divisioni.

Attraverso queste storie di resistenza culturale, Santoro mostra come passato e futuro possano dialogare, e quanto sia importante il lavoro quotidiano di chi prova a costruire coesione e diritti in una società ancora divisa.

Quel racconto drammatico si intreccia con le sfide di oggi, svelando un quadro complesso e doloroso. La guerra ha aperto un abisso difficile da colmare e la pace si è rivelata fragile e incompleta. La memoria di Srebrenica e delle guerre balcaniche resta un monito, uno specchio dove guardare le relazioni presenti e il futuro di un’Europa che non può permettersi di dimenticare.

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