“La Panamericana è la strada più lunga del mondo, e attraversarla è come attraversare un continente che cambia pelle a ogni chilometro.” Così racconta Valeria Barbi, naturalista e giornalista ambientale, che insieme al fotografo Davide Agati ha percorso 30.000 chilometri, dall’Alaska fino alla Patagonia. Un viaggio durato un anno, sei mesi e sette giorni, tra il 2022 e il 2024, che va oltre il semplice spostamento geografico. Tra paesaggi mozzafiato e culture diverse, si svela un quadro complesso fatto di sfruttamento, impatto ambientale e contraddizioni del turismo moderno. Non è solo un diario di viaggio, ma uno specchio che riflette il prezzo nascosto dell’avventura.
La Panamericana, un viaggio tra biomi e storie nascoste
Il percorso attraversa quasi tutti i biomi del pianeta: dai ghiacciai alle foreste pluviali fino ai deserti roventi. Ogni tappa offre non solo panorami mozzafiato, ma anche storie complesse di territori segnati dall’intervento umano: povertà, corruzione e l’impatto devastante dell’economia sommersa legata al narcotraffico.
La Panamericana non è solo una strada. È una linea di demarcazione tra mondi diversi, un intreccio di culture e problemi ambientali. Prendiamo la regione del Petén: in vent’anni, dal 2001 al 2023, ha perso un terzo delle sue foreste. Non si tratta solo di agricoltura e allevamento intensivo, ma di una stretta connessione con la cosiddetta narcoganaderia. Dietro questo termine c’è la complicità tra allevamenti clandestini e produzione di coca, che garantisce ai cartelli della droga infrastrutture e controllo del territorio.
Attraversando paesi come Messico, Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Colombia, Ecuador e Bolivia, Barbi mette in luce come le aree più fragili dal punto di vista ambientale siano legate a dinamiche socioeconomiche complesse. Per questo ha scelto di non passare dagli Stati Uniti, concentrandosi su zone dove la bellezza naturale convive con lo sfruttamento, senza illusioni di natura intatta.
Il viaggio come specchio del colonialismo e delle sue forme moderne
Il racconto di Barbi richiama alla mente opere letterarie e film che denunciano il rapporto tra Occidente e il mondo “altro”. Joseph Conrad, con “Cuore di tenebra”, aveva già messo in luce la presunzione europea di portare il progresso, mostrando invece uno sfruttamento brutale e violento. La sua frase “l’orrore, l’orrore” non è solo una constatazione, ma un monito perché l’Occidente riconosca la violenza insita nelle sue azioni.
Nel film “Apocalypse Now” di Coppola, questo tema diventa attuale, ambientato nel Vietnam di quegli anni. Kurtz, simbolo di quel colonialismo corrotto, lascia un’eredità che il maggiore Willard deve affrontare. La caduta di Kurtz e la scelta di Willard di tornare a casa con i suoi uomini rappresentano la necessità di portare alla luce le conseguenze di un modello di sviluppo ingiusto.
Barbi denuncia anche un colonialismo più sottile, ma non meno dannoso: il turismo di massa e quello “alla ricerca della natura incontaminata” possono mettere a rischio ecosistemi fragili. L’inquinamento da microplastiche, ad esempio, arriva fino alle isole Galápagos, dove la fauna locale accumula fibre sintetiche provenienti da costumi, reti da pesca e imballaggi.
Così il viaggio diventa una metafora di una civiltà che, con il suo desiderio di esplorare e consumare, rischia di ripetere vecchi errori sotto nuove forme.
Empatia e speranza: le risposte al dilemma del viaggio moderno
Nonostante tutto, Barbi non chiude con un quadro disperato. Punta su due parole: empatia e speranza. Empatia significa capire fino in fondo il dolore di chi vive quei luoghi, che siano persone, animali o piante. Chi ama la natura spesso lo fa con una passione profonda, che cambia anche il modo di vedere il mondo.
Questo sentimento spinge a raccontare storie vere, a prendere coscienza delle conseguenze delle proprie azioni, anche da lontano. La speranza diventa allora una forza per resistere alla crescente disperazione, che rischia di spegnere ogni possibilità di futuro. Barbi chiude il libro con un dialogo da “La storia infinita”, dove il Nulla rappresenta la perdita della fantasia e della voglia di sognare.
In questa prospettiva, la lotta tra la volontà di dominare e la necessità di credere in valori più alti è il vero terreno su cui si decide il destino del pianeta e dell’umanità. Il viaggio di Barbi non è solo un’esperienza geografica, ma un monito e un invito a ripensare come attraversiamo il mondo.
