Cambiamenti climatici in Italia: Sicilia inghiottita dal mare e il crescente rischio disastri ambientali

Redazione

31 Marzo 2026

La Sicilia devastata dalle tempeste, l’Emilia sommersa dall’acqua, la Liguria piegata da venti furiosi. Immagini che non smettono di ripetersi, segnali tangibili di un pianeta sotto pressione. Ma il cambiamento climatico è solo una parte della storia. Quello che davvero inquieta è come queste crisi ambientali si intreccino con tensioni sociali e politiche sempre più profonde. I vecchi partiti si trovano costretti a ripensare la loro agenda, spingendo verso un’ecologia che supera la semplice salvaguardia della natura. In questo contesto emerge un fenomeno che fa paura: l’ecofascismo. Qui, la difesa dell’ambiente si mescola a ideali autoritari e, spesso, a visioni cariche di razzismo. Dietro questa nuova corrente si cela un intreccio complesso di storia, economia e geopolitica, che sta plasmando la società in modi del tutto inediti.

Fascismo e ambiente: un legame che viene da lontano

Le origini dell’ecofascismo affondano nel secolo scorso, quando i regimi totalitari mischiavano idee di purezza territoriale a politiche ambientali e razziali. Nel nazismo, per esempio, la “purezza della razza” si univa al concetto di “territorio sacro”, facendo dell’ambiente parte integrante dell’identità nazionale. Oggi quel ceppo è mutato, ma non scomparso: l’ecofascismo moderno riprende quelle narrazioni, adattandole a un mondo globalizzato e post-industriale, spesso con una base liberale e capitalista.

Diverso dal passato, l’ecofascismo attuale punta il dito quasi esclusivamente contro i Paesi cosiddetti “periferici”, spesso indicati come “Sud del mondo”, e contro i flussi migratori che ne derivano. Questi diventano i capri espiatori dei danni ambientali, mentre il ruolo enorme della produzione bellica – responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali – viene considerato un “male necessario”. In questo schema, la causa ambientale si trasforma in pretesto per escludere e controllare gruppi umani, legando la difesa della natura a ideali discriminatori e selettivi.

Ecoautoritarismo e la questione demografica: il ritorno delle teorie neomalthusiane

Uno dei pilastri dell’ecofascismo è la riscoperta di idee neomalthusiane. Secondo questa prospettiva, la soluzione alla crisi climatica starebbe nel contenere la crescita demografica di alcune aree, specie quelle più popolose e in rapido sviluppo come Cina e India. Questo controllo però non è neutro: è uno strumento geopolitico, pensato per frenare potenze rivali nel gioco globale.

Al centro di tutto c’è un’idea di “ecologia” come privilegio biologico e culturale da preservare solo per chi appartiene a categorie “interne” o “pure”. Naomi Klein ha definito questo fenomeno come “ambientalismo attraverso il genocidio”. Ne abbiamo una drammatica testimonianza in aree di conflitto come Gaza, dove la distruzione degli ecosistemi si intreccia con la devastazione umana, compromettendo la vita e ogni possibilità di rinascita.

Il Mediterraneo: simbolo ambientale e terreno di scontro geopolitico

Il Mediterraneo è un perfetto specchio di queste tensioni. Una zona già segnata dai cambiamenti climatici, costellata di barriere, presidi militari, turismo intenso ma anche da abbandono e tragedie di migranti in transito. Qui l’ecofascismo mostra il suo volto più duro: si spezzano legami di solidarietà, e la difesa del “territorio interno” diventa una barriera selettiva.

Le migrazioni vengono trasformate da “fenomeno naturale” a “minaccia invasiva”, con pesanti conseguenze sulle politiche di accoglienza. Ne nasce una divisione netta: dentro/fuori, amico/nemico, “pulito”/“inquinante”, che si traduce in espulsioni, controlli e repressioni. Un modo di vedere l’ambiente e la comunità che si nutre di razzismo e identitarismo, usando l’ambientalismo per giustificare esclusioni e violenze.

Ecofascismo e populismo: l’identità come arma politica

Una caratteristica di questa corrente è la sua capacità di infiltrarsi in diversi schieramenti politici, dalla destra estrema a settori conservatori che non si definiscono fascisti. Anche alcune anime della sinistra liberale, pur con intenzioni diverse, rimangono dentro i confini del capitalismo globale, finendo per rafforzare indirettamente le posizioni più reazionarie.

Un esempio chiaro è Marine Le Pen, che con il suo “ecologismo patriottico” mette la migrazione al centro come minaccia ambientale e culturale, proponendo chiusure nette e frontiere blindate. Così l’ecofascismo trasforma l’ambiente in uno strumento identitario e di sicurezza, influenzando le politiche pubbliche e giustificando repressione ed esclusione.

Nuovi imperialismi climatici e violenza sistemica

Dietro il discorso della tutela ambientale spesso si cela un progetto di controllo e dominio. L’ecoautoritarismo costruisce narrazioni che aprono confini solo quando fa comodo, spingendo da un lato verso l’acquisizione di risorse all’esterno, dall’altro erigendo mura a difesa del “dentro”. Nasce così un nuovo imperialismo climatico, fatto di appropriazioni territoriali mascherate da strategie green.

Questo porta a nuove forme di violenza, non solo fisica ma anche burocratica e legale, contro chi si oppone o lotta per la salvaguardia ambientale. Attivisti e attiviste spesso finiscono criminalizzati, additati come terroristi, scoraggiando ogni resistenza a progetti che, dietro la facciata della sostenibilità, continuano a devastare e sfruttare.

Specismo, xenofobia e nazionalizzazione dell’ambiente

Anche nel rapporto con le altre specie l’ecofascismo impone una visione dura e discriminatoria. Alcuni animali “autoctoni” diventano simboli nazionali da difendere, mentre altri sono bollati come “invasori” e pericolosi. Questo doppio binario specista si intreccia con la xenofobia, alimentando un senso di appartenenza esclusivo e legittimando la repressione di forme di vita percepite come estranee.

Si ignora così il ruolo umano nelle alterazioni ambientali, trasformando la biodiversità in un terreno ideologico per giustificare espulsioni e controlli in nome di una “purezza” ambientale e culturale. Una dinamica che peggiora le esclusioni sociali, politiche e ambientali, con conseguenze pesanti sia per le comunità umane sia per gli ecosistemi.

La diffusione delle narrative ecofasciste nelle agende pubbliche dimostra quanto la crisi ambientale, come altre grandi sfide del nostro tempo, venga spesso usata per alimentare divisioni, controlli e disuguaglianze. Non è solo una questione di ambiente: è un bivio decisivo per le nostre democrazie e per il senso stesso di giustizia sociale e ambientale.

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