Procioni in città: l’incredibile adattamento degli animali urbani ai rifiuti umani

Redazione

23 Marzo 2026

Da un cassonetto mezzo aperto spunta una coda a strisce, mentre due occhi vivaci scrutano l’ambiente circostante, incorniciati da una caratteristica maschera nera. È un procione, un piccolo acrobata notturno che ha imparato a destreggiarsi tra i rifiuti e le luci della città. Questi animali, un tempo timidi e schivi, hanno perso gran parte della loro diffidenza naturale, adattandosi con sorprendente facilità agli spazi urbani. Vivono a pochi passi dagli esseri umani, nutrendosi degli scarti che lasciamo dietro. Un fenomeno che ricorda quel lungo viaggio – millenario – della domesticazione, come quello che trasformò i lupi in cani. Guardare i procioni oggi significa osservare in tempo reale un laboratorio naturale: la nascita di un rapporto sempre più stretto tra uomo e animale selvatico.

La domesticazione: un viaggio lungo millenni

Il legame tra uomo e animale domestico ha radici antiche, che risalgono a circa 10.000 anni fa, quando le società umane passarono da uno stile di vita nomade a insediamenti stabili. Questo cambiamento ha rivoluzionato anche gli ecosistemi e le specie che li abitavano. Per lungo tempo si è pensato alla domesticazione come a un controllo lineare e unilaterale da parte dell’uomo, ma dagli anni Ottanta in poi la ricerca ha messo in luce una realtà più complessa, fatta di interazioni e scambi reciproci tra specie diverse. Thomas Cucchi, esperto di bioarcheologia, spiega come oggi si veda la domesticazione come un processo di coevoluzione, in cui uomini e animali si influenzano a vicenda.

L’archeologa Melinda Zeder ha individuato tre strade principali per la domesticazione: quella commensale, la via della preda e la gestione diretta. Nel primo caso, animali che approfittano spontaneamente dei rifiuti umani si avvicinano alle comunità senza che l’uomo li abbia cercati, come accadde con i cani. Nel secondo, specie come pecore e bovini furono dapprima cacciate e poi gestite per l’allevamento. La terza strada riguarda specie più difficili da addomesticare, che richiedono un intervento umano più deciso e tecnologie avanzate.

Cavalli, maiali e il mosaico della domesticazione

Ogni specie ha seguito una strada a sé. Prendiamo il cavallo: nuove scoperte in Kazakistan hanno spostato indietro nel tempo l’inizio del suo addomesticamento, portandolo a circa 4.200 anni fa, molto più tardi rispetto a quanto si pensasse finora. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo graduale di selezione e controllo.

Nel caso del maiale, si intrecciano elementi sia del percorso commensale che di quello da preda. Alcuni suini venivano cacciati, altri semplicemente tollerati vicino agli insediamenti, dove si adattavano a nutrirsi degli scarti. Questo fenomeno si è verificato in modo indipendente in diverse aree del mondo, dalla Mesopotamia alla Cina.

La domesticazione è dunque un processo di mutuo adattamento: uomini e animali si modificano a vicenda. La cosiddetta teoria della costruzione della nicchia spiega come l’uomo, modificando l’ambiente, abbia creato condizioni favorevoli per la domesticazione, innescando una serie di cambiamenti biologici ed ecologici.

I segreti degli animali domestici: la legge di Anna Karenina

Non tutte le specie possono diventare domestiche. Tra i milioni di specie esistenti, solo poche decine hanno affrontato questo percorso. Jared Diamond ha riassunto questa selezione con il “principio di Anna Karenina”, parafrasando Tolstoj: “Tutti gli animali domestici si somigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Per essere domesticabili, le specie devono avere caratteristiche precise: dieta flessibile, crescita rapida, capacità di riprodursi in cattività, temperamento docile, tendenza a non fuggire e organizzazione sociale gerarchica.

Questi tratti spesso si accompagnano a cambiamenti fisici e comportamentali, noti come “sindrome da domesticazione”: animali più piccoli, mantelli colorati diversamente, orecchie cadenti e code più corte. Sono segnali evidenti del processo di addomesticamento, osservabili confrontando animali selvatici e allevati.

L’esperimento di Dmitry Belyaev, iniziato negli anni Cinquanta con volpi argentate in Russia, ha dimostrato che selezionare la docilità porta in poche generazioni a modifiche sia nel carattere che nell’aspetto, avvicinando gli animali agli uomini.

Procioni in città: un’evoluzione che si vede

I procioni urbani sono un caso perfetto per studiare i primi passi verso la domesticazione. In molte città degli Stati Uniti, questi animali hanno perso parte della loro naturale diffidenza e si mostrano più a loro agio tra gli umani. Uno studio pubblicato su Frontiers in Zoology ha analizzato quasi 19.000 fotografie di procioni, scoprendo che quelli che vivono in aree densamente popolate hanno il muso più corto rispetto ai loro cugini selvatici.

Questi cambiamenti trovano spiegazione nella “ipotesi delle cellule della cresta neurale”: variazioni nello sviluppo di cellule embrionali influenzano sia tratti fisici che comportamenti, riducendo aggressività e favorendo la docilità. La stessa teoria è stata applicata all’evoluzione umana, definita “auto-domesticazione”, dove gruppi meno aggressivi e più cooperativi hanno subito cambiamenti fisici e sociali.

Osservare questi mutamenti in tempo reale ci apre nuovi scenari sulle dinamiche evolutive in atto e su come l’ambiente urbano modifichi specie che potrebbero essere in cammino verso una convivenza più stretta con l’uomo.

Domani, chi saranno i nuovi animali domestici?

Il procione non è l’unico ad avvicinarsi agli uomini. In Etiopia, alcune popolazioni convivono con clan di iene, che hanno ridotto l’aggressività e accettano il cibo lasciato nelle aree urbane.

In modo più insolito, si tenta di addomesticare anche il polpo. Dal 2018, una società spagnola ha avviato un allevamento intensivo di polpi comuni in Galizia, riuscendo nel 2023 a far riprodurre la quinta generazione in cattività. Resta però aperta la sfida dell’aggressività e della sostenibilità alimentare, che rende incerta la sua domesticazione commerciale.

L’acquacoltura cresce rapidamente, con oltre 160 specie di pesci allevate dall’uomo. Anche qui, i cambiamenti genetici e comportamentali sono evidenti, ma il processo è ancora giovane e tutto da scoprire.

Guardando a questi esempi, dai cani ai procioni, capiamo che la domesticazione nasce da un intreccio complesso di fattori biologici, culturali e ambientali. Sta a noi continuare a osservare, per capire meglio il nostro passato e prevedere come cambieranno gli animali che vivono accanto a noi.

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