“Se non diventi famoso, allora sei un fallito.” Rupert Pupkin lo diceva con ossessione, vent’anni fa, in un film che ormai è un cult. Oggi, quella frase suona come un’eco inquietante nelle vite di tanti giovani. Sospesi tra sogni di successo e una realtà economica che non concede certezze, molti faticano a ritrovare un senso nel proprio percorso. Nel 2024, questo malessere si fa ancora più evidente, e non è solo una questione personale: riflette un cambiamento profondo nel modo in cui definiamo felicità e identità. Un recente libro di Raffaele Alberto Ventura ha riacceso il dibattito sulla “classe disagiata“, portando in luce le contraddizioni di una società in cui aspirazioni e frustrazioni convivono strette. Tra cinema, sociologia e filosofia, il racconto di oggi si fa complesso, sfidando le vecchie idee sul valore del successo e sul senso del vivere.
The King of Comedy: il successo tra ambizione e follia negli anni Ottanta e oggi
“The King of Comedy”, firmato da Scorsese nel 1983, racconta la storia di Rupert Pupkin, un aspirante comico disposto a tutto pur di diventare famoso. Il film mette in luce la fragilità e l’inadeguatezza di un uomo che fatica a stare al passo con il mondo reale, ma non perde mai la speranza di conquistare uno spazio in tv e, con esso, il successo. All’epoca era una critica pungente a una società pronta a premiare più l’ossessione per la celebrità che il vero talento. Oggi, però, quel messaggio rischia di essere frainteso o banalizzato.
In un mondo dove si punta a fare soldi speculando sulle criptovalute o con metodi poco chiari, la figura di Pupkin può sembrare addirittura un modello di “mentalità vincente”: chiunque farebbe di tutto per arrivare in cima. Ma il film non si limita a raccontare la storia di un sognatore fallito; punta il dito contro una società che trasforma in star chiunque, anche chi soffre di problemi seri. L’epilogo inquietante mostra un mondo dove il confine tra vittoria e sconfitta è sfumato, e dove il pubblico, spesso senza rendersene conto, alimenta questo meccanismo.
Il ritorno di interesse per “The King of Comedy” nel 2019, con il successo di “Joker”, conferma quanto quella storia sia ancora attuale. “Joker” offre un ritratto più cupo della sofferenza e della marginalità, mentre Pupkin rappresenta il delirio da celebrità che si nutre di indifferenza sociale. Entrambi i film dicono che oggi il successo non dipende solo dal talento, ma da un complicato gioco di immagine, personalità e media, spesso fuori dal controllo di chi ci prova.
Giovani e successo: tra illusioni infrante e realtà incerta
Oggi la storia di Pupkin risuona nelle esperienze di tanti giovani in Europa e Stati Uniti, dove fare carriera stabile e gratificante è diventato più difficile. L’idea che il successo sia una conquista meritocratica è sempre più fragile. Per molti, arrivare in alto sembra un gioco di fortuna, legato a fattori fuori controllo come i contatti giusti o la notorietà sui social.
Questo ha generato sfiducia e un senso diffuso di inadeguatezza. Neolaureati, freelance, creativi spesso si trovano a dover fare i conti con un mercato che non premia più come una volta impegno e competenze. Il “sogno americano” o l’idea di costruirsi una carriera con il talento sembrano lontani, lasciando spazio a precarietà e impotenza.
Un fenomeno legato a tutto questo è il cosiddetto “profilismo”: la cura dell’immagine online, dove la visibilità diventa una risorsa economica da conquistare. In questo scenario, la fedeltà a sé stessi non è più una questione di autenticità interiore, ma di come si viene percepiti dal pubblico digitale. L’autenticità diventa così un prodotto da confezionare e vendere.
Questa nuova realtà mette in crisi i vecchi valori di merito, competenza e stabilità, cambiando radicalmente il modo di intendere successo e realizzazione personale.
La “classe disagiata” di Ventura: tra competenze e insoddisfazione
Nel suo libro del 2024, La conquista dell’infelicità, Raffaele Alberto Ventura approfondisce il concetto di “classe disagiata”: persone con alta istruzione e competenze, ma incapaci di tradurre questo capitale culturale in stabilità economica. Laureati e professionisti spesso si trovano intrappolati in una sorta di limbo, dove le aspettative di realizzazione restano disattese.
Ventura evidenzia un paradosso: nonostante studio e impegno, questa fascia sociale non guadagna abbastanza o vive con insicurezza, in un continuo stato di insoddisfazione. La frattura nasce dal divario tra le attese – sostenute da ideali di successo e autorealizzazione – e una realtà lavorativa e sociale che non garantisce più queste conquiste.
La crisi è anche esistenziale. Il valore dell’autenticità, che la cultura del successo promuove, diventa fonte di ulteriore frustrazione se la risposta del mondo è esclusione o marginalità.
Ventura invita a ripensare questi meccanismi: non si esce da questa impasse con le vecchie ricette di competizione e meritocrazia, ma serve una svolta culturale ed economica. Propone di rivedere il concetto di felicità, accettando che la realizzazione tradizionale non sempre è possibile, e che questa consapevolezza può essere un passo importante verso il cambiamento.
Autenticità, sincerità e profilismo: l’identità nell’era dei social
Il rapporto con l’identità personale si è trasformato molto negli ultimi decenni, soprattutto con l’ascesa dei social network. Hans-Georg Moeller e Paul J. D’Ambrosio hanno parlato di tre “tecnologie dell’identità”: sincerità, autenticità e profilismo. Tre modi diversi di essere fedeli a sé stessi, legati a epoche e contesti differenti.
La sincerità, tipica del Novecento, significava rispettare il ruolo sociale assegnato. L’autenticità, legata all’individuo moderno, è la ricerca di una corrispondenza tra sé e il proprio io profondo. Il profilismo, nato nel XXI secolo, riguarda la gestione dell’immagine pubblica, spesso costruita apposta per comunicare e ottenere visibilità online.
Il profilismo ha cambiato radicalmente il modo di rapportarsi con sé e con gli altri. Oggi molti mostrano versioni “autentiche” di sé, ma spesso sono immagini studiate a tavolino. La linea tra realtà e rappresentazione si fa sottile, con effetti importanti sulla percezione di sé e sulle aspettative sociali.
Questo cambiamento influenza la formazione dell’identità e le strategie per avere successo, ampliando il divario tra sogni personali e possibilità concrete.
Fama, finzioni collettive e nuove narrazioni: la società che cambia
Alessandro Lolli, nel suo libro Storia della fama , definisce la fama come il fatto di essere conosciuti da persone che non si conoscono. In un mondo dove quasi tutti hanno un profilo social, il confine tra pubblico e privato si sfuma, creando nuove dinamiche di celebrità e riconoscimento.
Questo “profilismo” genera aspettative diffuse: si pensa che chiunque possa diventare famoso e vivere di visibilità digitale. Ma la realtà è molto più dura e selettiva. Per ogni successo, migliaia restano nell’anonimato e senza guadagni, mostrando quanto questo meccanismo sia casuale e spesso ingiusto.
L’arrivo degli strumenti di intelligenza artificiale che creano contenuti personalizzati rischia di peggiorare la situazione, aumentando la dipendenza da narrazioni costruite su misura e riducendo le possibilità di espressione autentica e crescita personale.
Oggi serve riflettere sulle “finzioni” collettive che sostengono la nostra cultura. Come diceva Max Weber, questi miti sono essenziali per motivare le persone. Quando perdono forza, la società rischia di perdere valori e diventare fragile.
Nuovi orizzonti: cura, mutualismo e cambiamento dei valori
Di fronte a questo scenario, si iniziano a immaginare nuove narrazioni e valori per rinnovare il modo in cui viviamo insieme. Ventura propone di puntare sui lavori di cura come base per costruire nuove finzioni collettive.
La cura, intesa non solo come assistenza sanitaria ma anche come attenzione ai legami umani ed economici, potrebbe diventare il fulcro di un modello sociale che valorizza la cooperazione invece della competizione. Questo richiede però cambiamenti profondi, culturali ed economici, e un lungo lavoro di consapevolezza collettiva.
Un altro spunto è il mutualismo, basato sul reciproco sostegno e sulla continuità, più che su rapporti temporanei o di emergenza. Anche se oggi poco diffuso, potrebbe rinnovare solidarietà e impegno comune, superando illusioni individualistiche.
Queste idee sono ambiziose e non prive di ostacoli. Problemi come disuguaglianze, squilibri globali e limiti strutturali chiedono risposte complesse e concrete. Ma rappresentano una strada possibile per uscire dalla zona grigia tra realizzazione e delusione che segna la nostra epoca.
