All’inizio di quest’anno scolastico, nelle aule degli istituti tecnici italiani è scattato un cambiamento che nessuno si aspettava così improvviso. Famiglie e studenti, infatti, hanno scoperto le nuove regole solo dopo aver già completato le iscrizioni. Non è un dettaglio di poco conto: proteste e ricorsi al TAR hanno subito preso forma, alimentando un clima di sfiducia verso una riforma calata dall’alto, senza un vero confronto. Dietro questa svolta ci sono due governi, una serie di decreti e una visione precisa: avvicinare sempre più la formazione scolastica al mondo dell’industria e della tecnologia. Ma, sul campo, la strada si rivela tutt’altro che lineare.
Le origini e cosa cambia davvero negli istituti tecnici
Tutto è partito nel 2022 con il governo Draghi, che inserì nell’articolo 26 del decreto legge 144 una serie di interventi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza . L’obiettivo era aggiornare i programmi degli istituti tecnici per allinearli alle nuove competenze richieste dall’industria 4.0 e dal mondo produttivo. Poi, con il governo Meloni, sono stati ridefiniti tempi e modi tramite il decreto legge 45 del 2025, mentre il decreto ministeriale 29 del 2026 ha messo nero su bianco gli indirizzi nazionali, gli orari e le competenze attese.
La riforma cambia la struttura dei corsi, dividendoli in due parti: una di istruzione generale, uguale per tutti, e una più flessibile, chiamata “indirizzo”, che può essere adattata alle esigenze del territorio e delle aziende locali. Nel quinto anno, poi, si dà più spazio alle personalizzazioni, con programmi modellati sulle caratteristiche del bacino produttivo di riferimento.
Dal punto di vista didattico, si punta sulle competenze, sulle unità di apprendimento e sui cosiddetti “compiti di realtà”, con un forte accento su attività laboratoriali che attraversano più discipline. L’idea è di rendere la scuola più pratica e integrata, collegandola a Istituti Tecnici Superiori , università professionalizzanti e centri di formazione. Sul fronte degli orari, alcune materie vedono tagli o fusioni, e le scuole hanno più autonomia nella gestione.
Tra caos e critiche: i nodi dell’applicazione pratica
Il modo in cui il Ministero dell’Istruzione ha messo in campo la riforma ha provocato molte polemiche. Le novità sono arrivate praticamente “a cose fatte”, cioè dopo che tanti studenti avevano già fatto l’iscrizione. Una situazione che ha creato confusione e messo in discussione la validità degli atti amministrativi. Diverse famiglie, con il supporto di sindacati e reti di istituti tecnici, hanno presentato ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica, puntando sulla non retroattività del provvedimento.
Sul piano normativo, il decreto ministeriale del 2026 si è rivelato carente: mancano linee guida chiare e dettagliate, indispensabili per le case editrici per preparare i nuovi libri di testo. Questo ha spinto molti collegi docenti a rinviare o rifiutare le adozioni. Un esempio lampante è la nuova materia “scienze sperimentali”, che mette insieme fisica, chimica, biologia e scienze della terra in un solo corso. Il risultato? Meno ore complessive e più complessità organizzativa, perché più insegnanti devono coordinarsi su un unico voto.
In più, la riduzione delle ore “autonome” — cioè quelle lasciate alle singole scuole per personalizzare i percorsi — ha complicato ancora di più il lavoro, limitando la possibilità di rispondere alle esigenze locali. Alcune modifiche hanno fatto discutere, come la riduzione di un’ora di italiano nell’ultimo anno o la rigidità dei percorsi già dal biennio, che restringe le scelte degli studenti.
La scuola tecnica piegata al mercato: quali rischi per il futuro?
Dietro questa riforma c’è una visione che lega sempre di più la scuola al mondo produttivo. Da almeno trent’anni, il modello liberista influenza le riforme, con l’idea che l’istruzione debba preparare in modo diretto al lavoro. La riforma degli istituti tecnici e il percorso “4+2” — che unisce i quattro anni di scuola con i due anni post-diploma negli ITS — confermano questa tendenza a subordinare la scuola superiore alle richieste delle imprese.
Il rischio è che si riduca drasticamente lo spazio dedicato alla formazione culturale e al pensiero critico, togliendo alla scuola quel carattere “liberale” e scolastico che l’ha sempre contraddistinta. Si dimentica la skolé, il tempo libero per imparare e riflettere senza l’urgenza di produrre subito. La scuola pubblica, da sempre, aveva cercato di garantire questo diritto anche a chi non poteva permettersi di lasciare il lavoro da ragazzo. Oggi invece la riforma punta a un percorso più breve, più tecnico e più funzionale alle esigenze immediate delle aziende.
Chi critica questo modello avverte che così si perde la funzione educativa a lungo termine, sacrificata “sull’altare dell’efficienza e dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.” In questo sistema, la scuola smette di mettere in discussione il lavoro e diventa solo esecutrice di un programma deciso dal mondo produttivo. Le conseguenze sociali sono pesanti, soprattutto per quei giovani che hanno meno chance di godere di un tempo per imparare e per costruirsi un bagaglio culturale più ampio.
Il dibattito acceso e le proteste in corso mettono in luce un’urgenza: trovare un modo per mantenere uno spazio scolastico che sia non solo funzionale ma anche critico e liberatorio. Le scelte di oggi segneranno il futuro della scuola, e con essa il volto culturale e sociale del Paese.