Scheherazade dietro le sbarre di Baabda: il teatro come cura della ferita interiore

Redazione

27 Agosto 2026

A Baabda, alla periferia di Beirut, un carcere si trasforma in teatro. Le mura grigie diventano un palcoscenico dove il dolore non si cancella, ma si racconta. Non è un rimedio facile, né una cura miracolosa. È una sfida: prendersi cura di sé, affrontare ferite aperte, dare voce a chi il mondo ha messo da parte. Qui, il teatro diventa uno strumento di lotta e di sopravvivenza per donne recluse, un modo per ritrovarsi e resistere.

Il laboratorio teatrale di Zeina Daccache: dieci mesi nel carcere femminile di Baabda

Nel 2012, nel carcere femminile di Baabda, a Beirut, la regista libanese Zeina Daccache ha avviato un percorso di dieci mesi tra arte e psicoterapia. Ne è nato lo spettacolo “Scheherazade a Baabda”, primo allestimento teatrale in un carcere femminile del mondo arabo. Da quell’esperienza è nato anche il documentario “Scheherazade’s Diary”, che racconta il viaggio delle protagoniste.

Daccache mette in luce un legame insolito ma potente tra teatro e terapia: mentre la cura usa la finzione per guarire, il teatro contemporaneo si nutre della realtà dura, del “fango” quotidiano, per rinnovarsi e trovare senso. Le quindici detenute chiamate a interpretare Scheherazade, la celebre figura delle Mille e una notte, trasformano la loro vita difficile in una storia drammatica; persino il degrado del carcere diventa parte di una narrazione politica e estetica che non si nasconde.

Il film mostra non solo la performance finale, ma anche le fasi di laboratorio: alterna scene di gruppo, interviste intime e la recita conclusiva. Così si segue il percorso dalle difficoltà personali alla catarsi collettiva, con tutta la sua complessità e forza trasformativa.

Dietro le sbarre, il carcere come specchio della società

Nel documentario, l’ingresso di un’ex detenuta come visitatrice segna un momento simbolico: la normalità ritrovata fuori dal carcere si manifesta in gesti semplici, come toccare della carne cruda o usare piatti di ceramica, azioni di vita quotidiana che qui diventano diritti riconquistati.

Il sistema carcerario di Baabda appare fallimentare, soprattutto per la riabilitazione sociale degli ex detenuti, una fase cruciale e spesso trascurata. Come spiega Donato Antonio Telesca, l’educazione e la rieducazione si sviluppano in tre ambienti: la società d’origine, il carcere e infine il tessuto sociale di ritorno. Quest’ultimo è il momento più fragile, dove gli ex detenuti si trovano a dover riadattarsi a una realtà senza regole rigide come quelle carcerarie. La mancanza di opportunità nel mondo esterno porta a esclusione, stigma e spesso a ricadute.

Lo spettacolo come atto politico e il rapporto con il pubblico

La messa in scena, allestita in uno spazio multifunzionale del carcere, si rivolge a familiari, giudici e giornalisti, rendendo palpabile la tensione emotiva. Il pubblico attraversa un percorso segnato dalla presenza silenziosa delle attrici, in una disposizione che rompe con le consuetudini borghesi: le detenute siedono lungo i lati, in alto, trasformando chi assiste in oggetto di attenzione.

La rappresentazione denuncia le oppressioni quotidiane: dalla burocrazia interna alle condizioni sanitarie precarie, fino ai divieti apparentemente banali ma dolorosi. La quarta parete si rompe più volte, con domande che mettono a confronto la realtà del carcere con quella libera, mostrando un divario insormontabile, evidenziato anche dalle preoccupazioni esistenziali delle protagoniste.

Racconti di vita e rieducazione dell’identità attraverso il teatro

Le storie raccolte nel documentario emergono come schegge di una violenza radicata e sistemica. Donne accusate di omicidio, adulterio o coinvolte nel narcotraffico raccontano vite segnate da abusi domestici e discriminazioni culturali, legate al loro ruolo in società patriarcali.

Daccache lavora per ricomporre queste identità spezzate partendo da corpo e parola: nel laboratorio si esercitano postura, camminata, voce, per diventare la regina Scheherazade. Questi gesti sono atti di riappropriazione della dignità e dell’amor proprio. Un momento toccante è quello in cui una detenuta, invitata a pronunciare il proprio nome con dolcezza, si scioglie in lacrime.

La regista cura con rigore il consenso e la privacy, consapevole dei rischi per le donne prossime al rilascio. Alcune rifiutano protezioni e mostrano ferite visibili, senza filtri, rifiutando ogni maschera.

Denunce e realtà quotidiana: isolamento e solidarietà tra le detenute

Il documentario dà voce alle donne sulle condizioni interne a Baabda: il terrore iniziale dell’ingresso, la solidarietà tra detenute più esperte, ma anche problemi strutturali come la disparità con il carcere maschile, le lunghe attese giudiziarie e l’assenza di assistenza sanitaria.

In un momento cruciale, un’attrice interrompe la scena per annunciare la riduzione della sua pena, confermando che il teatro non resta chiuso in sé, ma si intreccia con la vita reale.

Gli oggetti usati nei laboratori – un violino, una collana, un gesto come pettinare i capelli – si caricano di significati profondi, unendo memoria personale e partecipazione collettiva. Il diario fittizio usato come espediente drammaturgico raccoglie queste storie di dolore e lotta, diventando simbolo e testimonianza.

Il valore universale del laboratorio e le sfide del sistema carcerario italiano

L’esperienza di Baabda ha un valore che supera i confini: il metodo di Zeina Daccache dimostra che il teatro in carcere non è un semplice passatempo, ma uno strumento essenziale per recuperare parola e corpo, un atto politico di riappropriazione. In Italia, pur esistendo importanti esperienze di teatro sociale con detenuti, queste rimangono spesso isolate e legate a volontà individuali o fondi temporanei.

Nel 2024 il quadro delle carceri italiane è critico: sovraffollamento, carenza di personale specializzato e un allarmante numero di suicidi. Serve con urgenza inserire programmi strutturati di drammaterapia. Dare ai detenuti uno spazio per elaborare le proprie storie attraverso il teatro significa affrontare colpa e trauma con una distanza protettiva, evitando che il carcere si limiti a contenere senza riabilitare.

La lezione di Baabda parla chiaro: salvare il corpo e l’identità è il primo passo per salvare la società dall’indifferenza burocratica. Il teatro torna così alla sua funzione originaria, scomoda e necessaria: lo specchio in cui una comunità civile si confronta con le sue ferite più profonde, per cominciare a guarirle.

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