Il Sé digitale: come i dispositivi trasformano percezione, corpo e identità nell’era dell’IA

Redazione

24 Agosto 2026

«Il corpo non sparisce davanti allo schermo, si trasforma». Vittorio Gallese, neuroscienziato di fama internazionale, parte da questa constatazione per esplorare il rapporto tra tecnologia e identità. In un’epoca in cui siamo immersi in un flusso continuo di immagini digitali e intelligenze artificiali, Gallese non cede al pessimismo né all’entusiasmo acritico. Al contrario, sottolinea come il nostro corpo, la nostra percezione e le nostre azioni non vengano cancellate dal digitale, ma riplasmate. Quel che cambia, insomma, sono i confini stessi del sé, che si allargano e si ridefiniscono in un nuovo spazio, fatto di connessioni e sensazioni mai sperimentate prima.

Neuroni specchio e corpo: la tecnologia che cambia il nostro modo di sentire

Gallese è celebre per la scoperta dei neuroni specchio, quei circuiti nel cervello che si attivano sia quando facciamo qualcosa sia quando vediamo qualcuno farlo. Questa scoperta ha rivoluzionato il modo di pensare all’empatia e all’incontro con l’altro, mostrando che capire qualcuno non è solo un processo mentale, ma una risposta del corpo, quasi automatica. Quando osserviamo un gesto o un volto, il nostro sistema motorio e affettivo si mette subito in moto, vivendo in qualche modo quell’esperienza.

Questa intuizione è al centro del suo libro Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica , dove Gallese si interroga su cosa accada al corpo e all’identità quando la realtà è filtrata da schermi, avatar e intelligenze artificiali. Toccare uno schermo, interagire con un modello linguistico o immergersi in un mondo virtuale sono esperienze che coinvolgono il corpo, non sono meno corporee solo perché passano attraverso una macchina. Gallese rovescia un pregiudizio comune: la tecnologia non ci allontana dalla nostra fisicità, ma ne cambia i modi, creando nuovi modi di sentire e agire, inserendo il corpo in un contesto nuovo.

La sua visione mette insieme discipline diverse: dalla neurofisiologia alla fenomenologia, dall’antropologia alla teoria della mente estesa. In questo quadro, anche il rito, il linguaggio e l’arte sono pratiche corporee sedimentate, non simboli astratti staccati dal corpo vivo.

Il digitale come nuova ecologia mediale del sé

Il digitale crea un nuovo modo di “incarnarsi”, dove il — inteso come esperienza soggettiva e continuità corporea — si costruisce attraverso percezioni, azioni e emozioni mediate da dispositivi e algoritmi. Gallese rifiuta l’idea che umano e tecnologia siano mondi separati. Al contrario, la tecnologia è una nuova “ecologia” in cui il corpo resta il punto di partenza e il centro dell’esperienza.

Non è solo un aggiornamento delle nostre capacità cognitive, ma una trasformazione profonda del corpo. Toccare uno schermo o parlare con un’intelligenza artificiale coinvolge vista, udito, movimento, cambia l’attenzione e la percezione della presenza. Sono strumenti pensati per agire direttamente sul nostro sistema nervoso e corporeo.

Gallese integra qui la teoria della mente estesa, che vede il pensiero come distribuito tra corpo, ambiente e strumenti tecnici. Smartphone, realtà virtuale e IA non sono esterni al pensiero: lo orientano, ampliano e trasformano, cambiando anche le basi corporee della cognizione.

Corpo e mente: oltre il cervello al centro di tutto

Contrariamente a modelli rigidi che vedono il cervello come un comando indipendente dal corpo, Gallese segue la teoria del “riuso neurale”, secondo cui le funzioni cognitive più complesse si basano su circuiti antichi dedicati a movimento e percezione. Per questo, capire una parola o un’immagine coinvolge anche il sistema motorio.

Leggere un verbo d’azione o guardare un corpo dipinto non significa solo decifrare un segno: è un processo in cui la nostra “grammatica muscolare” entra in gioco, dimostrando che anche i contenuti più astratti sono incarnati. La cultura, per Gallese, è una trasformazione organizzata della materia corporea, non una fuga dalla realtà materiale.

Tuttavia, il suo approccio resta in larga misura neurocentrico. Il corpo “vissuto” è visto soprattutto come fonte di segnali sensomotori che il cervello centralizza e simula. I processi neurali non consci restano al centro della spiegazione.

Questo crea una tensione: pur riconoscendo un corpo che percepisce e agisce, l’esperienza ruota attorno a un sistema nervoso che rimane il fulcro della soggettività. Aspetti biologici più ampi, come il metabolismo o il sistema immunitario, ricevono meno attenzione rispetto all’attività cerebrale.

Estetica e politica del digitale: la sensibilità organizzata dagli algoritmi

Negli ultimi capitoli Gallese amplia lo sguardo a questioni estetiche e politiche, usando “estetica” non come arte ma come teoria della sensibilità . In questa luce, filtri, avatar e sistemi di riconoscimento facciale non sono solo strumenti o mode, ma modi con cui si organizzano visibilità, desideri e norme sociali.

Questi dispositivi decidono quali corpi sono “leggibili” o riconosciuti e quali restano fuori, marginalizzati. Il digitale crea così un campo percettivo che stabilisce cosa può essere visto, detto e riconosciuto, richiamando la “partizione del sensibile” di Jacques Rancière.

Gallese richiama anche Judith Butler, sottolineando come il corpo non sia solo un dato biologico, ma una realtà costruita socialmente tramite regole e pratiche.

Da qui nasce una critica “naturale” della tecnologia: la tecnica digitale fa parte della soggettività, non è estranea ad essa. Gestire corpo e sensi diventa una questione politica, legata a potere e rapporti sociali.

I limiti del modello neurocentrico nella visione di Gallese

Non mancano però punti critici. Gallese usa la teoria dei neuroni specchio e della simulazione incarnata come chiave per spiegare fenomeni molto diversi, dall’interazione fetale all’estetica, dalla guerra a distanza alla realtà virtuale. Questo rischia di semplificare troppo, appiattendo differenze biologiche e tecniche importanti.

Ad esempio, la risonanza neurale aiuta a capire empatia e percezione estetica, ma fatica a spiegare fenomeni immunitari o gli aspetti materiali dell’interazione digitale.

Inoltre, la netta separazione tra intelligenza computazionale e coscienza umana, pur giustificata, può sembrare insufficiente. Se il cervello è un sistema predittivo che seleziona tra configurazioni neurali, la distanza da un algoritmo si assottiglia. Gallese salva la differenza con l’elemento biologico del corpo vivo, ma resta da capire fino a che punto questa distinzione agisca davvero nel pensiero.

In sostanza, nel suo modello il corpo è soprattutto un “corredo sensomotorio” del cervello, non un agente pienamente autonomo nella cognizione.

Verso un corpo più “esigente”: oltre il neurocentrismo

Il libro lascia aperta la strada a riflessioni più radicali, che Gallese accenna solo, su un corpo non solo supporto sensomotorio ma sistema regolativo autonomo.

Ricerche recenti, come quelle di Michael Levin sulla bioelettricità, mostrano che cellule e tessuti semplici hanno capacità di memoria, problem solving e regolazione indipendenti dal cervello. Questo complica l’idea di un cervello che comanda tutto e suggerisce una cognizione distribuita in un organismo fatto di parti agenti.

Anche il sistema camaleontico della seppia mostra come la forma e la materia del corpo partecipino attivamente al pensiero, senza bisogno di un controllo centrale.

Questo invita a ripensare il corpo come organismo globale, dinamico e distribuito, superando il neurocentrismo. La cognizione diventerebbe così una proprietà diffusa, non confinata al cervello.

Il corpo sotto la mediazione digitale: impatti biologici e comportamentali

L’influenza del digitale non si limita alla percezione, ma porta cambiamenti biologici e comportamentali concreti. L’esposizione continua agli schermi altera i ritmi sonno-veglia per via della luce blu che blocca la melatonina. Stare seduti a lungo davanti ai dispositivi provoca problemi muscolari e dolori cronici, come la cosiddetta “text neck”.

L’uso massiccio di GPS e motori di ricerca esternalizza funzioni mnemoniche e spaziali, portando a una sorta di disuso cerebrale che riduce la capacità di orientarsi da soli e modifica la risposta allo stress.

Sono effetti che non si esauriscono nel sistema nervoso centrale, ma agiscono come vincoli biologici concreti, ridefinendo la regolazione corporea con ricadute importanti su comportamento e pensiero. Il Sé digitale si frammenta e si trasforma in questa relazione continua con l’ambiente algoritmico.

Neuroscienze, filosofia e politica: un bilancio

Il Sé digitale muove un dialogo tra neuroscienze e cultura, unendo rigore scientifico e attenzione ai temi estetici e politici di oggi. Gallese amplia l’idea di esperienza incarnata per includere le tecnologie digitali, mostrando come queste non siano solo specchi del mondo, ma ne organizzino la forma e contribuiscano a costruire norme sociali.

Il confronto con filosofi come Merleau-Ponty, Rancière e Butler aiuta a capire che non si tratta di questioni tecniche neutre, ma di campi di lotta in cui visibilità, riconoscimento e soggettività sono mediati da poteri che incidono sulla vita materiale e politica dei corpi.

Al tempo stesso, la scelta di mantenere un centro neurofenomenologico limita alcune possibilità, evidenziando la necessità di modelli più integrali che non riducano il corpo a esecutore del cervello.

Che cosa vuol dire incarnarsi nell’era digitale?

Gallese ci invita a riflettere su cosa significhi oggi essere corpo e soggetto in un mondo sempre più mediale e tecnologico. Se il corpo è solo ciò che il cervello simula, l’incarnazione resta sotto controllo neurale. Se invece si apre a tutta la dimensione biologica — metabolismo, sistema immunitario, memoria somatica — allora serve una teoria che riconosca una cognizione distribuita, fatta di interazioni complesse tra parti diverse.

Da qui nasce una domanda cruciale: come cambierebbe il Sé digitale se vedessimo il corpo come un agente attivo, capace di emergere e trasformarsi insieme all’ambiente algoritmico? La risposta non è semplice, ma apre a un futuro in cui la soggettività non è solo simbolica o cerebrale, ma un sistema coordinato che integra ambiente, fisiologia e tecnologia.

Il lavoro di Gallese è un passo avanti importante in questo dibattito, offrendo una lettura più profonda e articolata del rapporto tra corpo, mente e tecnologia nell’epoca digitale. Restituendo al corpo la sua centralità storica, biologica e politica, dà un contributo prezioso alla riflessione critica che accompagna la crescente presenza degli algoritmi nelle nostre vite.

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