Carmen Pellegrino, l’abbandonologa di Napoli: storie e borghi dimenticati tra radici e sradicamento

Redazione

19 Agosto 2026

Carmen Pellegrino cammina tra le rovine di un borgo abbandonato, dove il silenzio pesa più di ogni parola. Lei stessa si definisce “abbandonologa” — parola che nel 2014 ha trovato posto persino nella Treccani. Non è solo un’etichetta, ma un modo di sentire, di guardare il mondo. Cresciuta a Postiglione, un piccolo paese ai confini tra Campania e Basilicata, ha respirato fin da bambina l’aria delle case vuote e dei ricordi lasciati indietro. Ora vive a Napoli, una città che sente sua, ma mai completamente. Quando ha perso i genitori, uno dopo l’altro, il richiamo della terra è diventato più forte: gli ulivi del padre, testimoni silenziosi di fatica e speranza, l’hanno riportata a quei luoghi da cui tutto ha avuto inizio. Per Carmen, quegli appezzamenti non sono solo terra da custodire, ma frammenti di memoria e vita.

Postiglione: tra ricordi e responsabilità

Postiglione, con i suoi ulivi e le montagne del Cilento, è diventata per Carmen un punto fermo, un orizzonte emotivo. La terra del padre, comprata poco a poco, è molto più di un’eredità materiale: è un patrimonio affettivo, una responsabilità che pesa più di ogni valore economico. Quel padre, cresciuto nella povertà e che ha coltivato la terra come un tesoro, ha lasciato in lei radici profonde. Prendersi cura di mille ulivi significa anche lottare contro l’abbandono, mantenere vivo ciò che a molti sembra inutile, ma che invece conserva la storia di un’intera famiglia.
La terra è un dialogo con chi c’è stato prima, con chi è partito per cercare fortuna, anche dall’altra parte del mondo. Per Carmen questi appezzamenti sono il filo che lega generazioni, fatto di fatica e speranza, e che alla fine dà la libertà di essere ciò che scegliamo. Perché la terra non è solo un luogo: è una storia di sacrifici e passi avanti che definiscono chi siamo.

Il lutto e la scrittura: attraversare il dolore

Il libro più recente di Carmen Pellegrino, Le verità provvisorie , racconta il viaggio lento e difficile del dolore. Nel testo si intrecciano le sue riflessioni con quelle di autori come Joan Didion, Susan Sontag e Paul Auster, che hanno scritto sul lutto con parole intime e universali. La morte dei genitori, a soli sedici mesi di distanza, ha travolto Carmen in un dolore senza misura, un dolore che la società fatica a riconoscere e accettare.
Attraverso la scrittura, soprattutto il diario scritto a mano, ha trovato uno spazio autentico, lontano dalle regole su come si dovrebbe affrontare il lutto. La perdita ha richiesto non solo un lavoro emotivo, ma anche pratico: gestire l’eredità, curare la terra, affrontare le scartoffie legali. Questa lucidità concreta è diventata una forma di cura, un modo per tenere salda la presa di fronte al caos interiore.
Scrivere è stato un atto di resistenza, un voler prendersi il tempo per sé, guardare in faccia le macerie della vita e trovare la forza per andare avanti, un passo alla volta.

Borghi abbandonati: memoria e senso

L’interesse di Carmen per i luoghi abbandonati va oltre il semplice esplorare. I borghi deserti, le cascine dimenticate, sono al centro del suo lavoro, dal libro Cade la terra alla rubrica su Raiuno. Quei posti raccontano storie di cambiamenti sociali, migrazioni, vite spezzate ma anche di resilienza. Recuperare la memoria di questi luoghi significa mettere in guardia la società di oggi dal rischio di perdere qualcosa di profondo: legami umani, radici, modi di abitare il tempo.
L’esperienza con questi spazi è anche un modo per interrogarsi sugli spazi dentro di noi. La società moderna tende a mettere regole rigide su quanto dolore si può provare, chi si può amare, come si deve vivere. Queste imposizioni allontanano dall’autenticità e lasciano spesso un vuoto.
Tornare in quei paesi silenziosi vuol dire anche tornare a sé stessi, ritrovare quella parte nascosta e fragile che è la vera autenticità.

Napoli, New York e il viaggio tra identità e appartenenza

Napoli è la città che ha scelto Carmen Pellegrino, un luogo che l’ha accolta con tutte le sue contraddizioni. Qui vive con la sorella, in uno spazio che sente suo, ma con la voglia e la possibilità di partire, tornare, scegliere. Questa sensazione di essere “sradicata” si vede anche nel trolley sempre pronto nel suo studio, simbolo di una mobilità dentro e fuori.
Il viaggio ha un ruolo centrale nella sua vita e nella sua scrittura. Il primo viaggio importante fu in Grecia, a 14 anni, una terra che ha acceso qualcosa dentro di lei. Fu un’esperienza semplice, immersa in paesaggi dove la vita scorreva lenta, tra asinelli e isole senza macchine. Anni dopo, partecipare a eventi culturali a New York ha aggiunto un’altra dimensione al suo percorso. Qui, confrontandosi con documenti di un antenato arrivato in America nel 1912, ha ricongiunto pezzi di storia familiare e personale.
Questi viaggi, vicini o lontani, sono punti di riferimento diversi ma ugualmente forti per capire chi siamo e dove stiamo. La relazione tra il luogo d’origine, la città adottiva e le mete lontane racconta una ricerca continua di radici e libertà insieme.

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