Il passato non passa mai davvero, sembra suggerire Michele Mari con ogni pagina che scrive. In un’Italia dove la narrativa spesso corre dietro alle mode del momento, lui si muove controcorrente, scavando tra memoria e anacronismo. Milano è la sua base, ma la sua scrittura viaggia lontano, sospesa tra rifiuto e affermazione, esclusione e appartenenza. Non cerca facili consensi o la comunicazione di massa: preferisce una letteratura densa, che pesa e lascia segni, saldamente ancorata alla tradizione senza mai scadere nel già visto. In un’epoca di frenesia, la sua voce è un invito a rallentare, a guardare indietro per capire davvero il presente.
Anacronismo come arma: Mari tra ieri e oggi
Mari ha più volte detto di preferire “la lingua dei morti” agli sms o ai programmi televisivi, un modo per dire che si sente più a suo agio in un mondo letterario e culturale lontano dall’effimero. Nei suoi libri si respira un tempo sospeso, fatto di rovine, ricordi e nostalgie, che si intrecciano con riflessioni sul senso della storia e dell’identità. Per lui l’anacronismo non è un errore o una svista, ma una scelta precisa: serve a tenere viva una coscienza critica e a restituire un ordine di senso in un’epoca spesso confusa e priva di radici. Nel suo racconto convivono decadenza e splendore, passato e presente, con uno sguardo che oscilla tra malinconia, rigore filosofico e tensione morale.
Ne escono fuori personaggi e ambienti che incarnano la fame di un mondo perduto: figure sole, isolate, spesso tormentate e ambigue, simboli di un’identità fragile, sospesa tra follia e lucidità. L’infanzia, la biologia, il collezionismo, la putrefazione, la traccia residua del passato diventano temi ricorrenti, affrontati con uno stile denso, ricco di riferimenti letterari e di un controllo formale preciso. Per Mari la letteratura si fa gesto di resistenza culturale e ricerca esistenziale, un’epifania che si impone nonostante il rifiuto del presente, un antidoto all’appiattimento culturale.
Manierismo e solitudine: una tradizione da difendere
Mari si inserisce in una linea di scrittori italiani che hanno fatto del “manierismo iperletterario” il loro marchio di fabbrica. Come Gadda, Landolfi e Manganelli, riprende e reinventa una tradizione che esalta l’eccesso formale e la complessità come risposta a un malessere storico e culturale profondo. Dietro questa eredità c’è quello che lui chiama un “senso di esistenza mancata”, che dà valore a una scrittura ossessiva, stratificata e complessa, dove la deformazione stilistica riflette una crisi personale e collettiva.
La solitudine, in questo contesto, non è isolamento ma linfa dell’ispirazione artistica. Mari si immagina come un monaco medievale nel mondo moderno, impegnato a difendere la letteratura dai “barbari” della comunicazione di massa e delle nuove tecnologie. È una battaglia consapevole e tragica, ma anche determinata a preservare l’integrità e la profondità di un’esperienza letteraria che affonda radici nobili e si oppone al conformismo e alla superficialità dilaganti.
Il crepuscolo del libro: tecnologia e media contro il mondo libresco
Mari guarda con sospetto e preoccupazione alla svolta epocale che sembra segnare la fine del libro come pilastro della cultura occidentale, travolto dalla multimedialità e dalla comunicazione digitale. Un passaggio descritto da studiosi come George Steiner e Ivan Illich come “la fine del mondo libresco”, un’epoca durata oltre otto secoli, fondata sul libro e sulla cultura alfabetizzata. Per Mari questa è una perdita profonda, non solo materiale, ma soprattutto culturale, un crollo di un immaginario legato alla scrittura.
La sua posizione è netta: rifiuta che la letteratura si riduca a puro intrattenimento o diventi strumento di massa senza filtri. Non crede a un’integrazione acritica della scrittura nei nuovi media. Preferisce uno scontro duro, quasi una guerriglia culturale, incarnata nell’immagine del “soldato giapponese su un atollo” che continua a combattere una guerra apparentemente persa. Una metafora che racconta la difficoltà di chi, come Mari, difende la letterarietà come forma di resistenza, pronta a essere marginale pur di non cedere.
Personaggi e storie: specchio di un’identità in crisi
I protagonisti dei libri di Mari sono spesso emarginati, soli, chiusi in un isolamento quasi totale. Abitano luoghi decadenti o periferici, sono persone divise dalla realtà che li circonda, legate in modo quasi ossessivo ai libri o ai ricordi. Le loro vicende raccontano la decadenza di una cultura assediata, la perdita di un legame con il tempo presente, lo smarrimento dell’esistenza. Attraverso queste figure, Mari riflette sul ruolo dello scrittore oggi, tracciando archetipi che sottolineano il valore della scrittura come atto di testimonianza e affermazione.
Dal filologo serial killer di La serietà della serie allo studioso eremita di Di bestia in bestia, fino alla figura evanescente di Syd Barrett in Rosso Floyd, i suoi personaggi rappresentano diversi modi di tornare al passato e confrontarsi con follia e delirio, spesso visti come esiti estremi di un rapporto difficile col presente. Questi mondi narrativi colpiscono per intensità emotiva e densità stilistica, tenendo lontana la scrittura di Mari dalle mode e dai cliché di oggi.
Mari contro il conformismo tecnologico
Michele Mari non accetta compromessi con i nuovi media e la comunicazione di massa. La sua posizione è chiara: privilegia la profondità e la complessità della letteratura tradizionale. Il suo scetticismo verso la televisione e altri mezzi è noto; li vede come minacce alla “letterarietà”, un valore prezioso e non negoziabile.
Nel dibattito sugli effetti delle tecnologie multimediali sulla scrittura, Mari si pone come erede di una tradizione che mette la parola scritta e la forma artistica al centro della cultura. La sua reazione è una difesa dura, un rifiuto radicale del conformismo tecnologico, un invito a non abbandonare la complessità e la tensione di una letteratura alta, che continua a resistere in un mondo che preferisce la semplificazione e il consumo veloce.
Michele Mari oggi: una voce fuori dal coro
Mari è uno degli ultimi baluardi di una letteratura che rifiuta la banalità e l’imitazione del presente. Si rivolge a un pubblico attento, pronto a confrontarsi con una scrittura che chiede impegno e fatica. Con la sua opera rinnova il dialogo con la tradizione classica e con le “irregolarità” della storia letteraria, incarnando una voce di dissenso contro l’omologazione culturale.
Il suo lavoro è un esempio di resistenza culturale e di difesa della letteratura nella società di oggi. La fedeltà a un ideale di alta letteratura, l’attenzione rigorosa alla forma e il rifiuto delle mode lo rendono un punto di riferimento imprescindibile per chi segue la letteratura italiana del nuovo millennio con interesse e passione.