Primo Levi scriveva della chimica come di una “nuvola indefinita di potenze future”. Quei pochi parole racchiudono un’intera visione: la chimica come strumento per decifrare il mondo, per dare senso al caos che ci circonda. Lui, sopravvissuto ai lager, la vedeva come un faro nella nebbia, un modo per cercare la verità attraverso l’esperimento, lontano da ideologie o menzogne. Ma la storia della chimica in Italia ha preso una piega più oscura. Dietro le promesse di progresso e benessere si sono nascoste ferite profonde: territori contaminati, vite segnate, eredità tossiche che ancora oggi pesano sulle comunità. Un racconto fatto di speranze tradite e di una lunga, faticosa battaglia per rimediare ai danni.
La chimica che ha cambiato l’Italia: da mestiere a motore industriale
All’inizio del Novecento la chimica diventò un lavoro per tanti. In pochi decenni spuntarono fabbriche e stabilimenti che trasformavano la materia. L’Italia, da paese agricolo, si trasformò in potenza industriale anche grazie a questo cambiamento. Le fabbriche aprivano, cambiavano produzione, ma sempre con l’obiettivo di lavorare gli atomi per creare nuovi materiali. Fu un salto enorme: contadini e operai lasciarono i campi per entrare in fabbrica, seguendo il ritmo scandito dalle sirene.
Per molti la chimica era la promessa di un futuro migliore. Fertilizzanti per far crescere i raccolti, plastica per rivoluzionare il modo di vivere e consumare: la chimica sembrava il motore di una crescita senza fine. Ma dietro queste speranze c’erano anche i pericoli. Gli stessi chimici, mossi dalla curiosità, finirono spesso per vedere la materia non più come un mistero da rispettare, ma come qualcosa da piegare a ogni costo per l’industria. Levi stesso osservava la plastica, il polietilene, come un materiale “incorruttibile”, quasi fuori controllo, simbolo di un’ambizione industriale che ha portato grandi conquiste, ma anche rischi seri.
Siti contaminati: l’eredità velenosa dell’industria
Oggi l’Italia ha una cartina densa di macchie nere: 42 Siti contaminati di interesse nazionale e oltre 39.000 aree regionali segnate dall’inquinamento. Sono luoghi dove la chimica industriale ha lasciato un segno tossico sull’ambiente e sulla salute di milioni di persone. Pensiamo a Bagnoli, Porto Marghera, Porto Torres: per decenni, accanto alle produzioni chimiche, sono cresciuti anche malattie e morti in quantità anomala.
Il rapporto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità racconta che circa 6 milioni di italiani vivono in un SIN, esposti a inquinamento che alza il rischio di tumori e altre malattie rispetto alla media nazionale. Dietro a tutto questo c’è spesso cattiva gestione: scarichi illegali, sicurezza ignorata, lavoratori esposti a sostanze pericolose senza protezioni. Un disastro sanitario che si è trascinato nel tempo.
Ciriè e il processo IPCA: quando la chimica diventa un caso giudiziario
Uno degli esempi più drammatici arriva da Ciriè, vicino a Torino. Qui l’IPCA, fabbrica di pigmenti comprata negli anni Venti da una famiglia milanese, fu un inferno per centinaia di operai. Durante il processo negli anni Sessanta, emersero condizioni di lavoro da incubo: sostanze tossiche maneggiate a mani nude, incidenti continui, nessun dispositivo di protezione.
Gli operai non furono mai messi al corrente dei rischi legati alle ammine aromatiche, sostanze note da decenni per il loro potere cancerogeno. Le conseguenze furono terribili: almeno 168 morti certe per tumore alla vescica. La proprietà, pur consapevole del pericolo, non adottò misure per proteggere i lavoratori. Quel processo fu una pietra miliare nella tutela del lavoro in Italia: per la prima volta una dirigenza fu ritenuta responsabile non per un incidente isolato, ma per una condizione mortale protratta nel tempo.
Le testimonianze di operai come Benito Franza e Albino Stella, insieme all’analisi di Primo Levi, non puntavano il dito contro la chimica in sé, ma contro l’uso spregiudicato e irresponsabile di quella scienza. Un monito forte: sapere significa anche prendersi responsabilità, come Levi ripeteva con convinzione.
Bonifiche e riconversioni: tra speranze e ostacoli
L’ex area IPCA oggi è un sito senza un padrone: nessuno può più essere ritenuto responsabile delle bonifiche. Come in tanti altri casi, le proprietà sono sparite nel tempo, lasciando allo Stato il compito di intervenire. Per questo il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha messo soldi per bonificare e trasformare alcune di queste aree, in parchi o spazi culturali, come il museo dedicato a chi ha lottato per la salute.
Ma i problemi non mancano: spesso i fondi sono pochi, le procedure lente e complicate, e i lavori procedono a rilento. Porto Torres, uno dei SIN più grandi d’Italia, è un esempio. Qui il petrolchimico, attivo dal 1962, ha causato inquinamento per decenni. Solo di recente sono arrivate condanne penali, mentre la popolazione ha subito pesanti conseguenze sanitarie.
Qualcuno ha puntato sulla “chimica verde”: a Porto Torres nel 2011 è nata una joint-venture per produrre bioplastiche da colture locali. L’idea era creare un modello sostenibile per far ripartire il territorio. In realtà, la coltivazione del cardo, materia prima prevista, non ha raggiunto le estensioni necessarie, costringendo a importare da fuori e complicando gli obiettivi di sostenibilità.
Bonifiche in Italia: lentezze, rischi e qualche esempio da seguire
Le bonifiche in Italia vanno avanti, ma a passo lento e disordinato. Dei 484 siti contaminati orfani censiti, meno della metà ha avuto finanziamenti e pochi hanno concluso la messa in sicurezza. Nei SIN, la situazione non è molto diversa: solo poco più della metà dei terreni contaminati è stata caratterizzata, e meno di un quinto ha avviato la bonifica. Dal 2016 a oggi, i progressi sono pochi, con il rischio di sprecare risorse preziose.
Un problema in più sono le “riperimetrazioni”: la revisione dei confini dei SIN che spesso riduce le aree sottoposte a vincolo, lasciando fuori territori ancora pericolosi. Così le criticità restano, ma i controlli si allentano.
Un modello diverso arriva dalla Germania. Nella regione della Ruhr, la bonifica è diventata un’opportunità economica. Lavori affidati a società pubbliche, un progetto durato oltre trent’anni, hanno trasformato terreni in laboratori ecologici e le tecnologie sviluppate sono diventate un’eccellenza esportata. La bonifica qui è parte della crescita e dell’occupazione.
Tra sapere e responsabilità: la sfida di oggi
Le parole di Primo Levi sono un richiamo chiaro: la chimica deve servire a conoscere e a prendersi responsabilità, non a sfruttare senza limiti. Non si tratta di attaccare la scienza, ma di riconoscere che i problemi nascono da come è stata usata, o ignorata, nella sua influenza su salute e ambiente.
Proteggere lavoratori e territori richiede rigore, trasparenza e politiche decise. Non basta puntare solo sulle energie rinnovabili o sulla tecnologia verde, se poi si lasciano aperte le ferite del passato. Bisogna fare i conti con quei territori, bonificare i suoli, tutelare le comunità e rilanciare le economie locali.
Serve un impegno vero, che metta al centro l’interesse pubblico e la responsabilità collettiva. Solo così la chimica potrà tornare a essere quel sapere limpido e verificabile che Levi sognava, al servizio della vita e non del profitto.
