«L’immagine non mente mai, ma spesso inganna». È con questa tensione, tra verità apparente e finzione sottostante, che Pietro Bianchi si confronta nel suo nuovo libro L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo, pubblicato nel 2026 da Orthotes. Critico cinematografico e docente all’Università della Florida, Bianchi intreccia filosofia, cinema e psicoanalisi lacaniana per esplorare come la nostra percezione visiva stia cambiando – e non poco – in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale. Le immagini generate da algoritmi si moltiplicano con una velocità travolgente, trasformando ciò che vediamo e, soprattutto, come lo viviamo. In questo scenario, l’immagine diventa un elemento inquietante, capace di scuotere la nostra esperienza quotidiana, privata e collettiva. Il vero interrogativo, allora, è capire se il cinema e il pensiero critico possano ancora offrirci una bussola per orientarci in un mondo sommerso da flussi visivi spesso incontrollabili.
Vedere oggi: tra storia, tecnologia e cultura materiale
Bianchi propone una lettura che va oltre l’idea dell’immagine come semplice fenomeno mentale o astratto. Lo sguardo non è solo una facoltà interiore o un evento psichico, ma si radica nella materialità concreta degli strumenti che usiamo per vedere il mondo: televisione, smartphone, cinema, musei e persino le finestre sono parte integrante di come percepiamo.
La visione è un’esperienza che cambia nel tempo, condizionata dalla storia e dalla cultura. Non si riduce al funzionamento di occhi e nervi, ma dipende dal contesto tecnologico e sociale in cui siamo immersi. Così, la percezione di oggi può apparire quasi «irriconoscibile» rispetto al passato, pur mantenendo le sue basi biologiche.
Da qui nasce l’idea che lo sguardo contemporaneo sia attraversato da tensioni profonde: ciò che sembra oggettivo si mescola a livelli di soggettività fatti di desiderio, illusione e confusione. La tradizionale immagine rischia di essere messa in crisi e con essa si affaccia un’«inquietudine» che riflette l’urgenza di comprendere i cambiamenti del nostro tempo digitale.
Il cinema: specchio collettivo e inconscio ottico
Un punto chiave del libro è il ruolo storico e tecnico del cinema. Le sale sono state fino a oggi luoghi collettivi dove una comunità si interroga su se stessa attraverso le immagini, esplorando memorie, desideri, traumi e segreti condivisi. Il cinema crea una materialità visiva che permette di «scavare un buco nel visibile», come diceva Walter Benjamin parlando di «inconscio ottico».
Fotografia e cinepresa ci mostrano dettagli invisibili alla vista quotidiana: piccoli gesti, calore umano, particolari altrimenti nascosti. Questi strumenti non si limitano a riprodurre la realtà, ma la riorganizzano, facendo emergere aspetti nuovi e profondi della nostra esperienza visiva.
Il cinema, in questo senso, si avvicina al concetto psicoanalitico di fantasma, dove soggetto e oggetto si intrecciano in modo irreversibile. Prendiamo per esempio una scena del film Il vaso di Pandora di Georg Wilhelm Pabst: lo spettatore si trova catapultato in un’esperienza che dissolve i confini tra chi agisce e chi subisce violenza, creando un cortocircuito emotivo ed estetico. Il cinema non restituisce solo immagini, ma rende visibile ciò che normalmente resta nascosto, portando a galla l’inquietudine che abita lo sguardo stesso.
Lo sguardo che cambia: tra flussi digitali e intelligenza artificiale
Una delle intuizioni più originali di Bianchi è che la visione stessa può diventare «irriconoscibile», cioè mutare così profondamente da sembrare estranea, anche a chi guarda. Questa ambiguità nasce dalla natura doppia della vista: da un lato fonte di verità e oggettività, dall’altro terreno di illusioni, allucinazioni e tensioni soggettive.
Oggi questo paradosso si accentua perché l’intelligenza artificiale e i nuovi media moltiplicano immagini senza riferimenti reali. I flussi visivi digitali sono incessanti, privi di filtri o mediazioni, e cambiano il modo in cui percepiamo, comunichiamo, interagiamo. Le immagini non sono più spazi di riflessione, ma meccanismi di azione e reazione. Ne nascono nuove esperienze estetiche, ma anche disorientamento e spaesamento.
Bianchi lo mostra analizzando due film del 2023: La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine. Nel primo, l’intelligenza artificiale sembra sradicare emozioni scomode come la paura, lasciando un vuoto emotivo che si riflette sul pubblico. Nel secondo, invece, l’immagine si dissolve in un flusso continuo di superfici senza resistenza, senza punti fermi, diventando solo un susseguirsi di stimoli senza centro o interpretazione.
Filosofia e psicoanalisi per capire il vedere
Sul piano teorico, Bianchi muove i suoi passi tra filosofia francese degli anni Sessanta e psicoanalisi lacaniana, evitando letture semplicistiche che mettono Lacan e Deleuze in contrapposizione. Al contrario, sceglie un dialogo che valorizza insieme l’idea di realtà incompleta e fatta di conflitti e quella di realtà come flusso continuo di immagini .
Questa doppia lente permette di vedere la visione come un «non-tutto», uno spazio attraversato da esclusioni e fratture, ma capace anche di esprimersi in flussi concreti, fatti di «micro-intervalli» generati da ogni essere vivente. Non si tratta di un caos indistinto, ma di un processo continuo di impressione ed espressione che rende la realtà viva, frammentata ma sensata.
Tecnologia e cinema giocano qui un ruolo decisivo: macchine da presa e sale amplificano il contrasto tra una percezione quotidiana distaccata e le dimensioni soggettive e desideranti dello sguardo. Il cinema non è semplice rappresentazione, ma “abitare la dimensione del non-tutto”, mantenendo aperte le contraddizioni e i turbamenti che definiscono la nostra percezione.
Il cinema tra dissoluzione e continuità nell’era digitale
La riflessione di Bianchi coglie una tensione di fondo che attraversa il cinema oggi: un equilibrio precario tra la sua forma storica e la trasformazione imposta dai nuovi media digitali. Il cambiamento non è solo tecnico, ma anche estetico e culturale: il cinema tradizionale perde terreno come interprete unico della realtà visiva, lasciando spazio a pratiche più fluide e distribuite, dove l’immagine non è più uno spazio di domanda ma un flusso continuo di azione.
L’analisi di film recenti suggerisce che il cinema si trovi su una soglia, quasi al punto di dissolversi, trasformandosi in qualcosa di diverso, irriconoscibile ma comunque reale. Da una parte, la realtà visiva resta segnata da incompletezza e fratture; dall’altra, il continuo fluire di immagini e dispositivi rende labile ogni confine tra uno e molti, senso e rumore.
L’inquietudine di cui parla Bianchi non è solo teoria, ma si fa esperienza concreta nell’arte e nella società, chiedendo di guardare con attenzione i cambiamenti in corso.
La sfida etica e politica dello sguardo oggi
Attraverso il dialogo tra filosofia e cinema, Bianchi affida allo sguardo inquieto un compito fondamentale: testimoniare la dimensione etico-politica di saper vivere in una realtà incompiuta e fatta di contrasti, senza cedere alla tentazione di immagini «igienizzate» o flussi uniformi.
Il libro mostra che la trasformazione del cinema e dell’immagine non è solo estetica, ma riguarda il nostro modo di rapportarci al mondo, alle emozioni, alle società. La frattura tra soggettivo e oggettivo, il desiderio che si insinua nell’esperienza visiva, il disagio che nasce dallo sguardo diventano parte di una pratica critica necessaria.
Il cambiamento in atto mette alla prova non solo il cinema ma anche chi lo guarda: capire come e cosa guardare significa riconoscere i rischi della dissoluzione dell’esperienza visiva tradizionale e cogliere l’urgenza di inventare nuove forme di mediazione e resistenza culturale.
L’inquietudine dell’immaginario si presenta così come un testo capace di mettere a fuoco tensioni diverse, interrogando il presente con gli strumenti della filosofia e della teoria del cinema, senza perdere di vista la concretezza dell’esperienza e la sua trasformazione spinta dalla tecnologia contemporanea.
