Quello che chiamavo amore: quando il desiderio ci fa perdere noi stessi

Redazione

28 Maggio 2026

«Chi siamo, davvero, quando nessuno ci guarda?» È un pensiero che si insinua mentre si osservano le tracce lasciate sul corpo, come fossero mappe di relazioni invisibili. Melissa Febos, in Dry Season, pubblicato nel 2026, si addentra proprio in questo territorio fragile e complesso. Il desiderio non è solo una pulsione, ma un intreccio sottile tra ciò che sentiamo e ciò che riflettiamo negli occhi degli altri. Con una scrittura che non si piega a facili giudizi, Febos racconta la sfida di liberarsi da un gioco di specchi fatto di aspettative altrui e personali. Il risultato? Una ricerca di intimità che non si lascia afferrare, ma che promette di rivelare chi siamo, al di là delle maschere.

Desiderio, sguardi e narrazione: un viaggio che non parte mai da zero

Melissa Febos non prende il via dal tema che sembra centrale, la castità, ma da un bilancio degli amori passati. Un racconto che si trasforma nel ritratto di una scrittrice che ha vissuto la scrittura di sé come un gesto politico e radicale, come aveva già raccontato in un libro del 2024, Questa mia carne. Il sottotitolo di Dry Season, Il mio anno di piacere senza sesso, può ingannare: non è solo o soprattutto un racconto di astinenza sessuale. Fin dalle prime pagine emerge una riflessione che mette in discussione le definizioni comuni di desiderio, piacere e . La scrittura diventa un dialogo con se stessi: il desiderio non è più solo un punto di partenza, ma una relazione complessa con il proprio io e con l’altro, un confronto che continua a ribaltare ciò che credevamo autentico.

Febos mette in chiaro un paradosso che ha attraversato: “Ero brava in amore, brava a guadagnarmi l’affetto del mio oggetto d’amore”. Quel bisogno continuo di piacere, di restare nel circuito dello sguardo desiderante, viene smontato poco a poco. Ma a chi è rivolto davvero questo bisogno? Agli altri o a se stessa? Fermando quel meccanismo nasce l’idea della castità, ma non in senso morale o religioso: piuttosto come decostruzione ironica e dolorosa di un “linguaggio segreto”, un codice di seduzione e piacere interiorizzato che si trasforma in ansia e prigionia.

Castità tra politica e femminismo: rinunce che diventano riconquiste

Proseguendo, emerge un’altra faccia della castità raccontata da Febos. Non è solo una rinuncia privata o un isolamento, ma una pratica con radici profonde e collettive. Attraverso il ricordo di figure femminili del passato – dalle beghine belghe alle Amazzoni, dalle mistiche a intellettuali come Virginia Woolf, Shulamith Firestone e Colette – la scrittrice lega l’astinenza sessuale a una lunga storia di pratiche femministe.

Queste donne, allontanandosi dalla centralità maschile nelle relazioni affettive e sessuali, costruivano spazi autonomi, negoziando con il potere sociale. La castità diventa così un modo per rompere con narrazioni dominanti, per dire “no” a un desiderio che non si sceglie più liberamente, ma che è dettato da abitudini interiorizzate e obbedienze inconsce. La dimensione politica si intreccia a quella personale: rinunciare significa sfidare il meccanismo che riduce le donne a oggetti di piaceri precari da conquistare o assecondare.

Febos spiega che questo cambio non vuol dire annullare il desiderio – anzi, resta una forza che struttura incontri di sguardi e parole, anche senza il coinvolgimento diretto dei corpi. La castità diventa uno strumento che disinnesca, senza eliminare il desiderio, offrendogli nuovi spazi in cui agire e riflettersi.

Il sé ambivalente e lo scontro con l’altro: i rischi di un amore egoista

Nel libro si apre uno sguardo duro sui rapporti di desiderio e affetto. Febos parla senza mezzi termini di “amare in modo egoista”, un’accusa pesante soprattutto per chi si è sempre detto disponibile o accomodante. Usare gli altri per riempire un proprio bisogno non è solo doloroso, ma rappresenta una falla profonda nelle relazioni.

Anche quando si diventa consapevoli e si analizzano gli sguardi come una tecnica, l’oggettivazione reciproca non sparisce del tutto. Nel gioco tra chi desidera e chi è desiderato, qualcuno resta sempre più vulnerabile o passivo. Non è solo un meccanismo di piacere, ma una costruzione ricattatoria che trasforma l’identità in una superficie esposta al giudizio.

Questa tensione tra libertà e costrizione, tra autodeterminazione e condizionamenti sociali, emerge anche quando Febos si definisce “un gremlin”, una creatura che può diventare mostro se troppo assetata d’amore. La rinuncia al piacere non è mai facile o totale, ma una lotta costante contro un modello di sé difficile da smantellare.

Scrivere di sé: rifugio e trappola della verità raccontata

Un punto chiave del libro è il ruolo ambiguo della scrittura di sé, che può diventare sia rifugio sia trappola. Mettere nero su bianco la propria storia significa essere registi e personaggi allo stesso tempo, un controllo che può però nascondere pezzi di sé o ingannare.

Il memoir diventa così un campo di verità parziale, costruita a uso e consumo di chi scrive, un tentativo di mettere ordine nelle contraddizioni senza eliminarle davvero. Febos sottolinea quanto sia più comodo accontentarsi di una narrazione rassicurante piuttosto che affrontare la complessità del desiderio, fatta di ambiguità, oscillazioni e conflitti irrisolti.

La scrittura si mostra come un altro tipo di desiderio che non si può smettere di praticare, ma che va interrogato sempre, mettendo in discussione i confini tra realtà e rappresentazione, tra sé autentico e identità costruita nel rapporto con gli altri.

Un triangolo instabile: il sé tra desiderio e rinuncia

Dry Season racconta una tensione che non si scioglie mai del tutto: il desiderio è il vertice di un triangolo in continuo movimento, mai fermo o definito. La voce di Febos oscilla, si frantuma e si ricompone, mostrando quanto sia difficile definire un’identità stabile, soprattutto quando il desiderio si intreccia con parole, sguardi, relazioni e la scrittura.

Il libro suggerisce che più che trovare un luogo sicuro, spesso scopriamo per quanto tempo siamo state altrove, in spazi fatti di aspettative o codici interiorizzati. Anche capire che la castità non elimina il desiderio conferma quanto le relazioni con se stessi e con l’altro siano complesse e stratificate.

Melissa Febos offre così un racconto che si muove tra esperienza personale e riflessione teorica, senza semplificazioni ma con una tensione costante verso una nuova possibile comprensione del desiderio, del corpo e della voce femminile. Lo fa senza cercare certezze definitive, raccontando la bellezza paradossale di un continuo farsi e disfarsi, fragile e potente come un’onda.

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