Hai mai provato a districarti tra montagne di scartoffie in un ufficio pubblico, con moduli da compilare e certificati da mostrare, mentre il tempo scivola via? Succede più spesso di quanto si pensi: un labirinto di regole e controlli che mette a dura prova chi ha bisogno di risposte rapide e diritti riconosciuti. Dietro questa apparente freddezza burocratica c’è un sistema complesso: quei fogli non sono solo carta, ma “corpi simbolici” che rappresentano la nostra identità agli occhi dello Stato. Un intreccio sottile, dove cura e potere si mescolano, e a volte finiscono per soffocare i diritti fondamentali.
Corpi simbolici: la porta d’ingresso alla cura del corpo reale
Il filosofo Boris Groys parla di “corpi simbolici” per spiegare come certi oggetti — documenti, pratiche, carte — rappresentino la nostra identità davanti alle istituzioni. Sono indispensabili per accedere a servizi pubblici che si occupano della nostra salute fisica e mentale. Non si tratta solo di cure mediche, ma di un sistema più ampio, il “sistema di cura”, che coinvolge enti e strutture impegnate a tutelare la nostra vita biologica e sociale.
Questa rete di cura non è solo assistenza sanitaria, ma anche la garanzia che il corpo reale — cioè noi — possa svolgere il proprio ruolo nella società. L’efficienza sociale dipende da questo meccanismo, ecco perché la salute è una richiesta che la società fa a tutti. Tuttavia, i corpi simbolici non sono facili da gestire: richiedono attenzione costante, controlli, aggiornamenti e la compilazione di documenti spesso complicati.
Tenere in ordine questi corpi simbolici è una fatica quotidiana, necessaria ma senza un risultato tangibile se non la possibilità di vivere e far valere la propria esistenza nel sistema statale. È questa cura simbolica che apre la strada alla cura del corpo reale e alla soddisfazione dei bisogni essenziali.
La burocrazia: custode e ostacolo dei corpi simbolici
La burocrazia è il meccanismo con cui lo Stato regola l’accesso ai corpi simbolici e, indirettamente, alla cura dei nostri corpi reali. È il “potere dell’ufficio”: controllo dei documenti, regole da rispettare, procedure da seguire, che spesso si traducono in lungaggini, ritardi e complicazioni.
Queste regole sono percepite come una forma di violenza strutturale, come sottolinea l’antropologo David Graeber. La burocrazia mantiene un sistema in cui i gruppi più fragili — migranti, persone senza risorse — devono affrontare procedure rigide che limitano l’accesso ai diritti fondamentali, esponendoli a una condizione di subalternità. Così, la burocrazia non è solo un insieme di norme, ma un potere concreto che si abbatte sui corpi reali attraverso il filtro obbligato dei corpi simbolici.
Documento d’identità, passaporto, tessera sanitaria non sono solo conferme di cittadinanza o residenza, ma veri e propri pass per entrare in spazi pubblici garantiti, dagli uffici agli ospedali. In questo modo, il soddisfacimento dei bisogni reali dipende da condizioni simboliche, spesso con un percorso tortuoso e frustrante.
Digitalizzazione: tra semplificazioni apparenti e nuove barriere
Con la digitalizzazione molte pratiche burocratiche si sono spostate in un ambiente nuovo. Carta d’identità elettronica, SPID e piattaforme online promettono un accesso più facile ai servizi pubblici. Ma dietro questa “smaterializzazione” si nasconde un nuovo intreccio di verifiche, codici e passaggi che tengono i cittadini ancora più legati alla macchina burocratica.
Ottenere lo SPID, per esempio, richiede vari passaggi: documenti fisici, mail, numeri di telefono, strumenti tecnologici. Un processo pesante soprattutto per chi, come i migranti, deve prima procurarsi permessi di soggiorno e altri documenti validi. La digitalizzazione elimina un po’ di carta, ma crea nuovi ostacoli fatti di chiavi digitali, PIN, credenziali e piattaforme private.
David Graeber mette in luce come il passaggio di funzioni pubbliche a società private — con software sviluppati da aziende come Sielte o Aruba — intrecci il potere statale con logiche di mercato. Gli uffici pubblici diventano spazi asettici, quasi filiali aziendali, controllati e regolati rigidamente, con il rischio che il cittadino si trasformi in un impiegato temporaneo impegnato a gestire da solo pratiche sempre più complesse.
Disobbedienza civile e autogestione contro la violenza burocratica
Il nodo vero è l’ineguaglianza tra corpi simbolici — costruiti socialmente e imposti dallo Stato — e corpi reali, la nostra esistenza materiale. Alcuni hanno più documenti o titoli, altri pochi o nessuno, e questa disparità decide chi può accedere a servizi, diritti e risorse. La burocrazia rafforza questa divisione, imponendo un prezzo materiale e simbolico che pesa come un fardello e si traduce in una forma nascosta di violenza.
Mettere al primo posto la cura dei corpi reali, invece che l’ingombro dei corpi simbolici, richiede una presa di coscienza politica e sociale. Disobbedire alle procedure ingiuste, fare squadra con i lavoratori pubblici, immaginare nuove forme di gestione collettiva di scuole, ospedali e centri sociali può essere un primo passo.
Superare questa condizione significa riconoscere che molti corpi simbolici sono superflui, prodotti artificiali di un sistema burocratico che li moltiplica spesso a discapito della qualità della vita. La sfida è trasformare o aggirare queste strutture, per mettere al centro le persone e non la gestione soffocante di documenti e regole.
Come ricorda Groys, la vitalità, la salute e la forza delle persone potrebbero un giorno spezzare i rigidi confini della burocrazia moderna, aprendo la strada a un cambiamento radicale nel rapporto tra cittadino, Stato e diritto.
