Guglielmo Marconi è il nome che tutti associano a un’epoca di grandi rivoluzioni tecnologiche. Da bambino, ho immaginato le sue onde radio come messaggeri invisibili, capaci di attraversare continenti e oceani. Ma dietro questa immagine luminosa si nasconde un capitolo meno noto, un intreccio complesso con il colonialismo italiano e le guerre che hanno segnato il paese. A Torino, la mostra “I saw a dark cloud rise” dell’artista Alessandra Ferrini svela proprio questo lato oscuro, mettendo a nudo come l’invenzione della radio si sia intrecciata con la prima guerra aerea e le violenze in Libia, un passato che finora è rimasto nell’ombra.
Marconi e la radio al servizio della guerra coloniale in Libia
Durante la guerra italo-turca del 1911-1912, Marconi non fu solo l’inventore della radio moderna. Fu anche un protagonista diretto dell’espansione coloniale italiana in Nord Africa. Sul campo di battaglia in Libia, sperimentò la comunicazione senza fili per coordinare esercito, marina e aviazione. Questa tecnologia permise un controllo mai visto prima, migliorando l’efficacia dei bombardamenti e delle operazioni militari. Lo stesso Marconi si definì orgogliosamente “il primo fascista in radiotelegrafia”, sostenendo apertamente Mussolini e l’idea di un’Italia unita da un forte patriottismo. La sua carriera intrecciò scienza e politica, con ruoli nel governo e nell’esercito proprio mentre la violenza coloniale si scatenava senza freni.
Le ricerche di Alessandra Ferrini portano a galla questa fusione tra tecnologia e macchina di guerra. Scavando in archivi e immagini d’epoca, la mostra mette a nudo il doppio volto di Marconi: da una parte il simbolo del progresso, dall’altra uno strumento nelle mani della repressione coloniale e degli orrori bellici.
“I saw a dark cloud rise”: immagini che raccontano propaganda e violenza
La mostra, curata da Bernardo Follini e ospitata alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino , è un’indagine precisa, quasi da detective. Ferrini ricostruisce la storia visiva del colonialismo italiano, scavando tra materiali spesso nascosti o poco considerati negli archivi ufficiali e online.
Il percorso si divide in due sale. Nella prima, si raccolgono immagini d’inizio Novecento: cartoline, francobolli, fotografie e giornali che raccontano una storia di violenza razziale e culturale normalizzata dalla propaganda. Un esempio forte è il confronto tra bambini arabi in un paesaggio devastato dai bombardamenti e bambini italiani in viaggio verso la conquista della Libia. Ferrini sfuma i volti dei bambini arabi per evitare che il pubblico cada in un’esotizzazione distorta e morbosa.
Questo lavoro visivo denuncia la vera natura della “pornografia coloniale” diffusa dai mezzi di comunicazione dell’epoca e dalla propaganda fascista, che per decenni ha costruito un’immagine eroica di guerre e conquiste. Tra le testimonianze esposte, manifesti con un’estetica futurista che celebrano eventi militari, mascherando la brutalità degli attacchi con un’immagine nazionalista e imperialista, intrisa di miti di supremazia razziale.
Tecnologia e primo bombardamento aereo: la videoinstallazione che racconta la guerra
Nella seconda sala si entra nel cuore della tecnologia bellica con una videoinstallazione a tre canali. Il legame tra le innovazioni nella comunicazione wireless e i primi bombardamenti aerei prende forma attraverso immagini montate con zoom e movimenti di camera, frammenti sonori metallici e voci sovrapposte. Tra queste, quelle di Marconi, del primo aviatore bombardiere Giulio Gavotti e del poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti.
Si racconta così il bombardamento di Ain Zara in Libia del 1911, compiuto da Gavotti, attraverso materiali d’archivio e suoni che sottolineano come la tecnologia militare abbia plasmato un immaginario visivo e ideologico che ancora oggi influenza la cultura italiana. Marinetti, in particolare, esalta il volo e la comunicazione “senza fili” con uno stile letterario violento e rapido, incarnando lo spirito futurista.
L’installazione non dà risposte facili: le immagini sono frammentate, incomplete, spingendo lo spettatore a riflettere sulle memorie sommerse e sul potere manipolatorio delle rappresentazioni visive.
Biennale di Venezia e fascismo: un legame nascosto sotto la superficie
Con “Unsettling Genealogies” , tra performance e video lecture, Ferrini svela connessioni sorprendenti tra la Biennale di Venezia e il regime fascista, mostrando come certe idee siano rimaste vive anche dopo la caduta del ventennio. La sua famiglia è legata ad Antonio Maraini, segretario generale della Biennale negli anni Trenta, mentre Giuseppe Volpi, primo presidente e ministro fascista, ha promosso eventi fortemente politicizzati.
Questa zona d’ombra dimostra come grandi istituzioni culturali italiane abbiano contribuito a creare e rafforzare nelle menti collettive narrazioni di prestigio nazionale e imperialismo, nascondendo dietro l’apparenza cosmopolita e artistica una storia di sopraffazione.
Ferrini mette in discussione questo immaginario, invitando a riflettere sul ruolo delle arti visive e della cultura nel mantenere vivi stereotipi e ideologie coloniali. Il suo approccio è divulgativo ma rigoroso, capace di coinvolgere senza cadere nella nostalgia o nella semplice testimonianza.
Cinema, immagini e memoria coloniale: il lavoro di Ferrini contro l’oblio
Il dibattito sulla memoria coloniale italiana resta aperto e doloroso. Il film “Il Leone del deserto” , per anni bloccato in Italia, racconta gli orrori della repressione fascista in Libia, con armi chimiche e campi di concentramento. Un genocidio ancora poco conosciuto o affrontato nei libri di storia e nei media.
Ferrini, con installazioni e performance, riporta alla luce queste verità nascoste, sfidando il pubblico a confrontarsi con un passato scomodo. Il suo libro “Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya” raccoglie studi e testimonianze, allargando il discorso oltre la mostra e cercando di rompere il silenzio sul colonialismo italiano.
Nel film-saggio “Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship”, l’artista mostra come le relazioni politiche postcoloniali continuino a riproporre logiche di sfruttamento, tra interessi economici e retoriche geopolitiche. Ferrini scava nella storia con un’immagine potente: quella dei vermi che si nutrono delle carcasse, trasformando la terra e dando nuova vita alla memoria e alla coscienza critica.
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Le ricerche e le opere di Alessandra Ferrini ci costringono a guardare in faccia un passato che non è mai davvero passato. Le immagini diventano così uno strumento per smontare miti celebrativi, per aprire varchi nella memoria collettiva e spingerci a riflettere sul rapporto tra cultura, politica e storia. Un invito a non chiudere gli occhi di fronte alle ombre che ancora ci accompagnano.
