Un brivido corre lungo la schiena mentre firmiamo una liberatoria che avverte sui rischi. La porta di lamiera nera si chiude con un clangore alle spalle, e scendiamo in un seminterrato avvolto nell’oscurità. Una dozzina di persone si muove in questo spazio rarefatto, illuminato da luci taglienti e schermi che lanciano riflessi iridescenti, come in un film cyberpunk. In mano, trapani, seghetti, martelli, cacciaviti: strumenti per smontare, aprire, distruggere. Intorno a noi, strutture rettangolari illuminate come tavoli operatori, ma nessuna traccia di incisioni o sangue. Solo macchine ridotte a scheletri di metallo e circuiti esposti. Siamo dentro CR3P4, una rage room dove si sfoga la rabbia contro la tecnologia che ci imprigiona, e si scopre cosa c’è davvero dentro gli oggetti digitali di ogni giorno. È qui che il collettivo romano Liminal State ha scelto di presentare Antimacchine, l’ultimo libro di Valentina Tanni.
CR3P4: la rage room romana tra tecnica e controcultura
CR3P4 non è solo un laboratorio per smontare e rompere dispositivi elettronici. È un luogo che dà forma all’idea di “anticorpo digitale”, uno spazio dove chi partecipa può estrarre il cuore delle tecnologie moderne e osservarne l’anatomia. La rage room, nel seminterrato romano di Liminal Space, è stata la cornice scelta da Valentina Tanni e il collettivo Liminal State per unire arte, tecnologia e critica sociale, trasformando scene quasi oniriche in una sorta di arena per una performance collettiva. La tensione tra il desiderio di distruggere e la fascinazione per il funzionamento interno delle macchine si mescola con l’atmosfera rarefatta, illuminata dai lampeggianti glitch degli schermi, disegnando un luogo di rottura e condivisione. Qui la tecnologia non si subisce, ma si smonta pezzo per pezzo. La rage room diventa così un laboratorio politico, un gesto creativo e allo stesso tempo una forma di militanza, che sa di rito collettivo contro la tecnica sacralizzata e imposta dall’industria.
Valentina Tanni e la trilogia sull’arte e le tecnologie digitali
Valentina Tanni, cresciuta nell’era di Internet, indaga da anni il rapporto tra estetica digitale e arte contemporanea. Il suo percorso è iniziato con Memestetica , un libro che analizza i meme come oggetti digitali potenti ma anonimi, attraverso la lente della critica artistica. Poi ha allargato il suo sguardo con Exit Reality , un viaggio nelle estetiche dei mondi virtuali: dalle nostalgie vaporwave alle inquietudini delle backrooms, tracciando un panorama fatto di immersioni quasi oniriche in spazi digitali strani e sfuggenti.
Antimacchine , appena uscito per la collana Maverick di Einaudi, chiude questa trilogia con un cambio di passo militante e concreto. Qui la meraviglia lascia spazio a un’urgenza precisa: è ora di riprendere il controllo sulle tecnologie digitali che permeano ogni aspetto della vita. Il libro segna il passaggio da spettatori a resistenti, dalla fascinazione alla militanza. Si distingue per un approccio chiaro e strategico, lanciando un avvertimento: non possiamo lasciare la tecnologia nelle mani di pochi.
Un approccio militante: appropriazione, riuso e ricontestualizzazione
Antimacchine si divide in due parti. La prima traccia una storia dell’uso “improprio” delle tecnologie, usate a scopi artistici, politici o addirittura caotici. Parte dal testo chiave del 2001 The Art of Misuse di Jon Ippolito, per definire tre pilastri del sabotaggio tecnologico: appropriazione, riuso e ricontestualizzazione. Appropriazione significa sottrarre un oggetto al suo uso normale per farne uno strumento critico o creativo; riuso vuol dire dare nuova vita a dispositivi vecchi o abbandonati, trasformandoli radicalmente, come nel circuit bending applicato ai giocattoli sonori; infine, la ricontestualizzazione punta a sovvertire il messaggio implicito nell’oggetto tecnologico, sovrapponendo significati nuovi con intenti critici o militanti.
Per Tanni, questi gesti non sono solo arte, ma un vero atto di resistenza contro un sistema tecnologico sempre più invadente e normato. Non si tratta solo di modificare un oggetto, ma di mettere in discussione il suo ruolo, di smantellare la supremazia della produttività e dell’efficienza imposte dalla tecnocrazia. Le macchine digitali non devono più essere scatole nere: vanno aperte, reinterpretate e trasformate, con ogni piccolo gesto che scalda le mani e spezza il potere della tecnologia dominante.
Misuse tra arte, hacking e satira politica
Nella seconda parte del libro, Tanni raccoglie esempi di uso improprio delle macchine che spingono al limite l’idea di tecnologia usata in modo diverso. Spicca la Magnet TV di Nam June Paik, che con un magnete su un vecchio televisore produce immagini ipnotiche; ma anche il “doomba”, un aspirapolvere Roomba modificato con accessori pericolosi come motoseghe o coltelli, trasformato in un’arma surreale.
Ci sono esempi più leggeri e creativi, come il Furby Organ, una tastiera fatta di pupazzi parlanti Hasbro, o il Vape-o-Gochi, un ibrido tra sigaretta elettronica e Tamagotchi che “cura” una creatura digitale bisognosa di svapare per sopravvivere. Si passa dal modding di videogiochi, con versioni di Doom pensate per strumenti di analisi improbabili, fino a enormi macchine costruite con parti di industria bellica, dove lame taglienti smembrano piccioni morti.
Impressiona anche la storia della Ultimate Machine di Marvin Minsky: un dispositivo che si accende solo per spegnersi subito, riflettendo sul paradosso dell’automazione e sul rapporto uomo-macchina. Questo esempio mostra come il misuse sia un atto filosofico, oltre che politico e artistico.
Tecnologia, empatia e i rischi della fede cieca
Nel mondo di oggi, Tanni mette in guardia contro l’umanizzazione delle macchine e l’empatia verso dispositivi che restano sistemi meccanici e algoritmici. Il cinema racconta bene questa ambivalenza: da Il robot selvaggio di Chris Sanders , dove un androide si integra con gli animali del bosco, fino ai classici dell’animazione come Wall-E o Big Hero 6, che mostrano macchine quasi umane.
Ma questa “affezione” verso la tecnologia porta con sé rischi seri. Affidarsi troppo a queste emozioni può allontanare dalla ragione e dalla conoscenza profonda di come funzionano i dispositivi. L’empatia verso la macchina rischia di nascondere la sua natura strumentale e di alimentare un misticismo tecnologico; quella stessa fede che oggi si accende come un fuoco tra gli innovatori della Silicon Valley.
Da una parte, guru come Marc Andreessen, autore del Techno-Optimist Manifesto, vedono la tecnologia come la soluzione a tutti i problemi umani, usando un linguaggio quasi religioso; dall’altra, figure come Sam Altman di OpenAI parlano dell’intelligenza artificiale come di una “magia venuta dal cielo.”
Tecnomistico e culto della tecnologia: la nuova realtà
Tanni sottolinea che questo tecnomisticismo non è una novità. Le utopie tecnologiche affondano le radici in pensatori come Campanella o Fourier. Ma oggi questa fede assume tinte più oscure e apocalittiche.
Per l’autrice, il paradosso è che la tecnologia viene vista come la salvezza dai problemi che essa stessa ha creato. Correre per innovare e rispondere alle crisi sociali, energetiche e ambientali significa affidarsi a un modello che potrebbe sfuggirci di mano, con il rischio di perdere il controllo.
Ecco perché Antimacchine apre una via di fuga: una resistenza fatta di uso improprio, appropriazione e sabotaggio creativo, che rifiuta l’idea di una tecnologia sacralizzata e fuori controllo. Una strategia concreta e simbolica, capace di mettere in crisi l’omologazione tecnologica e il racconto unico dominante.
Antimacchine come resistenza: rompere il dogma e riscoprire il disordine
Ignorare le istruzioni e non rispettare le tecnologie diventa un gesto politico ed estetico importante. Usare il circuito bending per reinventare un giocattolo, hackerare un’intelligenza artificiale per mettere in discussione le sue basi, trasformare un aspirapolvere in un’arma o anche solo smontare un cellulare per vedere cosa c’è dentro: sono tutte forme di resistenza attiva.
Non è solo nostalgia per la tecnica libera o un ritorno a un controllo primordiale. È una militanza che vuole smontare la glorificazione della tecnologia, mettendo in luce la fragilità e la complessità degli strumenti che ci circondano.
In questo scenario, Antimacchine lascia chiaro che c’è ancora spazio per liberarsi dall’imperativo tecnologico. Il tempo stringe. La posta in gioco è ridefinire il nostro rapporto con i dispositivi digitali, trasformandoli da strumenti di controllo in oggetti di creazione, gioco e dissenso, pratico e poetico.
