Leila Guerriero e La chiamata: tra tortura, dolore e corpo, la scrittura obrera che scuote il lettore

Redazione

25 Marzo 2026

Silvia Labayru è stata rapita e torturata durante la dittatura di Videla in Argentina. Ma La chiamata di Leila Guerriero non è solo questo. Tra le sue pagine si avverte una forza quasi palpabile, un corpo che parla attraverso le parole. Guerriero sceglie ogni termine con una precisione che sfiora l’ossessione, ripetendoli come un ritmo che non lascia scampo. Il racconto scorre rapido, come un fiume in piena, punteggiato da elenchi e annotazioni che diventano ancore nel fluire della memoria. Qui la scrittura si fa operaia: un lavoro duro, puntuale, che mette al centro il corpo, il dolore, e la fragile relazione tra chi vive la storia e chi la racconta.

Un corpo che parla: la scrittura come esperienza viva

Nel raccontare una vicenda che sembrerebbe solo storica, Guerriero apre una strada che passa attraverso il corpo e il dolore, senza esagerazioni ma con grande intensità. Parole come “cuerpo”, “dolor”, “tortura” tornano spesso, scandendo il racconto come un battito costante, una musica che accompagna il lettore dentro l’esperienza di Silvia Labayru. Non è un semplice elenco di fatti, ma una testimonianza che fa del corpo il vero protagonista, un luogo dove si intrecciano memoria, trauma e resistenza.

Per Guerriero scrivere è un lavoro “operaio”, fisico e concreto. Durante la stesura ha sofferto davvero, riabilitando la mano dopo l’affaticamento causato dalle lunghe ore di scrittura. Questo modo di lavorare riflette una consapevolezza profonda: non si tratta solo di raccontare, ma di vivere la narrazione, sentire la materia delle parole con tutto sé stessa. Per questo ha scelto la prima persona. La sua voce si mescola a quella di Silvia in un dialogo sincero, dove non si nascondono dubbi o contraddizioni.

Voce e ritmo: ripetizioni, frammenti e una musica tutta interna

Il libro non segue una linea temporale precisa. Guerriero costruisce un montaggio dove il presente di Silvia si infiltra spesso nel passato, creando una narrazione stratificata e frammentata. Il titolo originale, La llamada, richiama non solo la chiamata in sé, ma anche lo stupore e la sorpresa che nasce dal rapporto tra chi racconta e chi viene raccontato. È una narrazione che si muove tra forma e storia.

Le ripetizioni sono centrali: intere frasi e parole tornano a scandire il racconto, come un ritornello che suggerisce qualcosa di non detto, un dubbio che resta. Non appesantiscono, anzi, diventano una musica costante, un pensiero ossessivo che non si lascia andare. In queste ripetizioni si sente la consapevolezza di Guerriero, ma anche la realtà di Silvia, che torna sui suoi ricordi e trasmette quel senso di insicurezza legato al trauma. Il risultato è un coinvolgimento profondo, quasi ipnotico, nella memoria.

Le voci delle persone intervistate sono riportate fedelmente, con l’obiettivo di restituire un’oralità che entra dentro il testo e crea un’armonia musicale. Ognuno ha un tono diverso e preciso: da Silvia a Lydia, da Alberto a Hugo. Ne nasce un paesaggio sonoro coerente ma volutamente instabile.

Piacere e umorismo: la sopravvivenza oltre il dolore

Spesso, nelle storie di tortura, si dimentica che il piacere e l’umorismo possono essere strumenti di resistenza. La chiamata invece non li mette da parte; mostra come Silvia e le altre sopravvissute mantengano un legame vitale con la sessualità e una capacità di ironia nera che le aiuta a reggere il passato più buio.

Un esempio emblematico è il racconto dell’uso del Satisfyer in carcere, trasformato in un simbolo segreto e ribattezzato “Spotify” per non farsi scoprire. Questo dettaglio apre la narrazione a un livello più profondo: un corpo che vuole vivere, che lotta anche attraverso la sessualità e il gioco delle parole.

L’umorismo che Guerriero coglie tra le vittime dà autenticità e forza a un racconto che sfida l’immagine tradizionale della vittima inerme. Il libro diventa rischioso proprio per questo: ridefinisce i confini del racconto traumatico senza relegare le protagoniste a una pietà monodimensionale.

Tempo e montaggio: la memoria che avanza e torna indietro

Il racconto non ha capitoli tradizionali, ma segue la logica contorta della memoria. La narrazione procede a spirali, alternando passato e presente, ricordi e la presenza viva di Silvia. Guerriero spiega che questo montaggio nasce anche dal modo in cui Silvia ha restituito i suoi racconti, ma anche dall’organizzazione della sua mente di scrittrice.

Il libro si apre con un momento di calma apparente: una terrazza a Buenos Aires, una grigliata, il vento leggero di novembre 2022. Un inizio quasi idilliaco che però nasconde un doppio movimento: da una parte presenta le persone in scena, dall’altra tesse un filo invisibile che lentamente porta il lettore negli abissi della storia argentina di quegli anni. Guerriero alterna momenti di tensione storica a pause intime, vicende private e riflessioni personali, tenendo viva la narrazione e l’attenzione del lettore.

Le parole come oggetti: una grammatica di immagini e intuizioni

Le parole non sono mai lasciate andare a caso. Guerriero le “scolpisce” con grande cura, scegliendo il momento preciso per inserire termini come “dolore” o “tortura” per non disperderli nel testo. Questa attenzione al lessico trasforma ogni parola in un oggetto concreto, che il lettore può quasi “toccare” con la mente.

Questa scelta si collega a scrittrici come Annie Ernaux e Joan Didion, che sottolineano come eliminare la finzione apra nuove strade nella scrittura. Le immagini che emergono nel racconto di Guerriero hanno una loro grammatica fatta di “scintille” e “serrature” che aprono varchi inattesi, offrendo punti di vista nuovi e profondi. L’intuizione narrativa prende forma proprio in questi momenti, quando l’idea diventa immagine e il testo si carica di energia visiva e sensoriale.

Un racconto aperto: tra dubbi e verità frammentate

La chiamata non dà risposte certe sulla storia di Silvia Labayru. Il libro è un’indagine che rinuncia subito a una verità unica, accogliendo invece il dubbio e la complessità del racconto umano. Guerriero resta ferma, ma esplicita sempre i limiti delle informazioni raccolte, mettendo a nudo la relazione complicata con la protagonista.

Questo metodo spezza la tentazione di chiudere la storia in un’opera definitiva. La vicenda di Silvia è un mosaico di sospetti, ricordi e interpretazioni che coesistono senza soluzione di continuità. Un lettore ha detto: “anche se Labayru ha mentito un poco, non ha mentito”, una frase che racchiude la fragilità delle verità in condizioni di dolore e coercizione.

Scrivere con il corpo: un percorso che lascia tracce

Dietro al racconto di una donna sotto dittatura, Guerriero lega un’esperienza di scrittura che si fa sentire nel corpo e nella fatica. La giornalista parla apertamente della consapevolezza del corpo che scrive e della necessità di prendersene cura per reggere il peso emotivo e materiale di un lavoro così intenso.

La chiamata resta un’opera forte, che unisce rigore giornalistico ed esplorazione formale, con una struttura non lineare e un legame stretto con la protagonista. Alla fine, resta la scrittura stessa come forza vitale, un gesto che porta la storia dal passato fino a noi, viva e vibrante.

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