Giulia Caminito e il romanzo sull’ipocondria: “Il male che non c’è” tra ansia e letteratura italiana

Redazione

12 Marzo 2026

«E se ogni battito del cuore fosse un segnale d’allarme?». Loris, trentenne ossessionato dall’idea di ammalarsi, vive intrappolato in quel pensiero. Giulia Caminito, con il suo nuovo romanzo pubblicato a settembre 2024 da Bompiani, ci trascina dentro questa mente inquieta, dove l’ansia non concede tregua. Non è una semplice storia di paura, ma uno sguardo profondo, maschile e intimo, capace di raccontare l’ipocondria senza banalizzarla. Un viaggio che si inserisce nella lunga tradizione letteraria italiana, quella che considera l’ipocondria un male serio, capace di segnare l’identità e il modo di stare al mondo.

Ipocondria e letteratura: un protagonista maschile che torna con forza

Negli ultimi anni il tema dell’ipocondria è tornato a farsi sentire nella narrativa italiana. Oltre al romanzo di Caminito, solo nel 2023 sono usciti almeno altri due libri che ne parlano: “Malbianco” di Mario Desiati e “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi. In questo filone la figura dell’ipocondriaco è spesso maschile, un aspetto che non nasce oggi ma affonda le radici nel passato. Da Svevo a Gadda, da Berto a Morante e Volponi, sono tanti i personaggi maschili segnati da questa fragilità. Forse perché la società e la letteratura hanno sempre faticato a raccontare la vulnerabilità degli uomini, vista come un tabù. Anche quando l’autrice è una donna, come nel caso di Caminito, spesso il protagonista resta un uomo. Ma le cose potrebbero cambiare: alcune scrittrici contemporanee, come Gilda Policastro, stanno iniziando a mettere in scena donne ipocondriache, aprendo nuove prospettive.

Un’esperienza personale trasfigurata in finzione

Il legame di Giulia Caminito con l’ipocondria è profondo e personale. Già nel 2020 ne aveva parlato in un articolo e in un’intervista, durante la pandemia. Ma nel romanzo ha scelto di prendere le distanze, affidando la narrazione a Loris, un personaggio maschile. Così può guardare al disagio da un altro punto di vista, trasformando un’esperienza privata in un’indagine più ampia. Loris lavora nell’editoria, soffre per ogni piccolo errore, ma soprattutto è prigioniero di una paura ossessiva di ammalarsi. Caminito non vuole fare polemica con i modelli classici, ma dare voce a un maschile fragile e complesso, che vive i sintomi con una convinzione profonda.

L’ipocondria diventa così un modo per esplorare temi più grandi: la sottile linea tra vita e morte, salute e paura. L’autrice evita i soliti cliché che, in passato, avevano spesso ridotto la malattia mentale femminile a finzione o simulazione, un pregiudizio antico e misogino. Nel romanzo c’è un’eco di questa divisione, ma non la si prende mai per vera né la si lascia dominare la storia.

Loris tra empatia e isolamento: l’ipocondria come prigione

Loris è un uomo che non riesce a separarsi dal mondo che lo circonda. Ogni notizia, ogni sofferenza vista o ascoltata diventa per lui una minaccia personale. Questa confusione tra realtà esterna e vissuto interno genera un’ansia che lo blocca, restringendo sempre di più i suoi spazi. L’ipocondria ha due facce: da un lato un’eccessiva empatia verso il dolore altrui, dall’altro un atteggiamento egoista, perché la paura più grande è che la sofferenza tocchi proprio lui.

La sua ricerca di certezze sulla salute si fa quasi scientifica, non si accontenta di diagnosi superficiali ma pretende prove schiaccianti. È un meccanismo che però lo prosciuga, toglie energie e tempo alla vita reale, intrappolandolo in un loop di ansie e rituali mentali. Il romanzo riesce a restituire questo caos interiore con un linguaggio preciso, senza semplificare, mostrando l’immobilità soffocante della mente di Loris.

Il passato che tormenta il presente

La storia si muove tra presente e passato, un intreccio che diventa il cuore del romanzo. Per Loris, i ricordi non sono solo memoria, ma un peso che si fa sentire con forza quasi persecutoria. Il giardino del nonno Tempesta è un Eden perduto, un luogo di pace che si trasforma in ferita quando la morte del nonno costringe a lasciare la casa dell’infanzia.

Questa regressione si manifesta anche nel corpo, con gesti che riportano a una vulnerabilità infantile. Dietro c’è la teoria di Ignacio Matte Blanco sulla logica dell’inconscio, dove passato e presente si mescolano, cancellando i confini temporali. Per Loris questo si traduce in una dissoluzione delle differenze tra eventi di tempi diversi, moltiplicando il senso di smarrimento e impotenza. Il corpo, nel romanzo, non è solo il luogo del sintomo, ma anche il deposito di ricordi ed emozioni da elaborare.

Tra animali, simboli e ricordi di famiglia

Accanto agli esseri umani, nel libro trovano spazio alcuni animali con un forte valore simbolico e affettivo. I piccioni e la creatura immaginaria Catastrofe, ansiosa e inquietante, spostano l’atmosfera dal realismo verso il fantastico. Questi elementi raccontano i confini fragili tra delirio, paura e realtà nella mente di Loris.

L’aggressività verso gli animali – dai colombi preda di un cane all’agnellino dal significato simbolico – parla anche della precarietà del rapporto tra uomo e natura, del rischio nel voler controllare ciò che è selvaggio. La presenza di Africa e delle memorie di famiglia legate al nonno Tempesta aggiunge ulteriore profondità, richiamando un parallelo con opere come “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano, dove paura di contagio e senso di colpa si intrecciano con la storia coloniale.

Così passato familiare e presente personale si intrecciano, mettendo in scena una fragilità che abbraccia corpo, mente, memoria e cultura.

Un ritratto sfaccettato dell’identità e della malattia

Con “Il male che non c’è” Giulia Caminito costruisce personaggi lontani dagli stereotipi. Loris non è una figura semplice da etichettare: l’ipocondria viene raccontata senza cadere in facili semplificazioni o nei cliché di genere. L’autrice si confronta con le tante influenze letterarie e sociali che hanno plasmato il ritratto dell’ipocondriaco, offrendo invece una voce nuova, più sfumata.

Il romanzo cura il rapporto tra emozione e ragione, corpo e mente, senza mai banalizzare. Invita il lettore a riflettere su come l’angoscia si intrecci con la cultura, la famiglia e la memoria personale. Attraverso Loris, si attraversa non solo una storia di malattia, ma un percorso complesso di paure e bisogni profondi, raccontati con rigore e senza mai perdere di vista l’umanità.

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