La città metropolitana è un diritto dei sardi che vivono nel nord dell’Isola

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Sin dal medioevo la Sardegna è stata ripartita amministrativamente in Capo di sopra e Capo di Sotto, a differenza del Piemonte, che ha avuto come unica “capitale” Torino, del Lazio che ha sempre avuto Roma o della Campania che ha quale città di riferimento indiscussa Napoli. Cagliari e Sassari hanno poche decine di migliaia di abitanti di differenza (se venisse restituita l’autonomia comunale a Pirri, come è stata concessa a Stintino, Sassari diverrebbe anche la città più popolosa dell’Isola, dopo essere di gran lunga quella territorialmente più estesa). La giunta Pigliaru ha commesso uno dei suoi più gravi errori rompendo la storica simmetria istituzionale fra Cagliari e Sassari, “inventando” enti privi di riscontro costituzionale (rete metropolitana, città medie e via discorrendo), adottando una città metropolitana non coincidente con la vecchia provincia (al contrario di ció che prevede la legge Del Rio) e quindi istituendo, per sottrazione, “stravaganti” province, come quella del Sud Sardegna, prive di identità storica, culturale e persino priva di un capoluogo riconosciuto e riconoscibile.

In questi anni le province, che sembravano destinate all’estinzione, sono state riabilitate dal referendum, le Unioni dei Comuni, viceversa, disegnante con l’intento di migliorare i servizi e produrre risparmi, in realtà hanno prodotto maggior costi, soppresso o peggiorato i servizi (soprattutto di igiene urbana), duplicato il personale e moltiplicato le poltrone. Una nuova riforma degli enti intermedi è diventata quindi quantomai urgente. In questo momento il riconoscimento della città metropolitana per i 66 comuni che costituivano la vecchia provincia di Sassari, non serve solo a rimediare ad un grave torto perpetrato dal Consiglio regionale si danni dei cittadini del nord Sardegna ma serve soprattutto per dare funzionalità a due enti, oggi praticamente paralizzati. La Rete metropolitana, infatti, essendo priva di copertura costituzionale, non ha un ufficio, nè propri dipendenti e neppure una pianta organica. Ha trovato enormi difficoltà anche semplicemente a farsi rilasciare un codice fiscale dall’agenzia delle entrate, che non riconoscevano la Rete metropolitana come un ente pubblico codificato. La Provincia, che invece di dipendenti ne ha ancora tanti, è stata privata di molte funzioni, è commissariata da anni, privata della possibilità di elaborare una pianificazione strategica e condannata alla mera ordinaria amministrazione. A far da contraltare a questa situazione declinante c’è invece la città metropolitana di Cagliari, che ha amministratori eletti, un Sindaco metropolitano che la rappresenta autorevolmente, dipendenti ereditati dalla vecchia provincia di Cagliari, una sede prestigiosa, la possibilità di sviluppare la pianificazione strategica ed una enorme quantità di risorse comunitarie, statali e regionali da gestire o da girare alle imprese, che decidono di investire in quel territorio. Ormai non c’è legge che non amplifichi i diritti, i servizi ed benefici economici a favore delle città metropolitane. L’ultimo esempio (vera e propria beffa per il nord Sardegna) in ordine di tempo è quella del bonus di 500 euro per l’acquisto delle bici, del quale potranno beneficiare i residenti a Villa San Pietro (comune di 2.100 abitanti della città metropolitana di Cagliari) mentre non potranno beneficiarne, ad esempio, i 44.000 residenti ad Alghero, proprio perché il nomen iuris “città metropolitana” per lo Stato e l’Unione europea fa la differenza.

Siamo ad un passo dal ripristino della simmetria istituzionale, il consiglio regionale dovrebbe pronunciarsi nelle prossime settimane e, puntualmente, compaiono i sostenitori del mantenimento della discriminazione, mascherati da minimizzatori, coloro che sostengono che sia più o meno la stessa cosa, per gli abitanti del nord Sardegna, mantenere la qualifica di “Rete” anziché ottenere quella di “città” metropolitana, generosamente riconosciuta a Cagliari. Se così fosse perché non parificare, semplificando e razionalizzando gli enti intermedi? La giustificazione per differenziare Cagliari da Sassari è sempre la stessa: la densità. Perché le due città non si differenziano per altri parametri, hanno più o meno gli stessi abitanti e gli stessi servizi (scolastici, universitari, sanitari, portuali ed aeroportuali, centro di ricerca, simili aree industriali, commerciali, ecc.) ed allora la densità è l’unico elemento al quale si appigliano coloro che vogliono negare ai cittadini del nord Sardegna gli stessi diritti e le stesse opportunità garantite, invece, ai residenti nel cagliaritano. Peccato che la densità non sia un requisito richiesto ne dai documenti comunitari ne dalle norme statali, altrimenti non sarebbe potuta nascere la città metropolitana di Torino, che conta 312 comuni, molti montani con meno di 100 abitanti e distanti oltre 80 km dal capoluogo. La Sicilia, che come la Sardegna, avendo uno statuto speciale, ha avuto la possibilità di scegliere, ha istituito tre città metropolitane (Palermo, Catania e Messina). Grazie a questa scelta lungimirante i siciliani hanno triplicato le risorse statali e comunitarie a disposizione. In Sardegna, al contrario, si è scelto di mettere in una rampa di lancio il cagliaritano, inondato di risorse pubbliche e dotato di organi democraticamente eletti, di uffici, personale ed attrezzature ed invece di parcheggiare in un binario morto, a contabilizzare i numeri di un progressivo declino, l’area del nord Sardegna, con una provincia commissariata da troppo tempo ed una Rete metropolitana fantasma, priva di personale ed anche di un semplice personal computer.

Franco Cuccureddu Coordinatore regionale di Sardegna civica, movimento che da anni si batte per l’istituzione della città metropolitana di Sassari

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